Milano-Bogotà. Percorsi di giustizia nella Colombia dopo gli accordi di pace

di Gaia Calcini

Il volume “Milano-Bogotà. Percorsi di giustizia nella Colombia dopo l’Accordo di pace”, a cura di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, per Giappichelli Editore, si basa sui resoconti di due incontri avvenuti a Milano e Bogotà, nel corso dei quali esperti, studiosi e operatori nel campo della giustizia hanno proposto le loro riflessioni riguardo a quello che è stato uno dei conflitti armati più risalenti nel tempo e complessi al mondo: il conflitto che ha opposto le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo (FARC-EP) ai vari governi colombiani. In particolare, il testo analizza i percorsi di giustizia che sono stati intrapresi nel paese in seguito alla firma dell’Accordo di Pace del 2016 tra il governo e le FARC-EP.

Il volume si divide in due parti: la prima è il resoconto dell’incontro avvenuto a Milano il 29 gennaio 2019, organizzato dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale (CNPDS). La seconda sintetizza, invece, i temi principali delle riflessioni proposte nella settimana di lavori tenutasi a Bogotà dal 10 al 14 giugno del 2019, nel corso della quale tre esperti internazionali di Restorative Justice (John Braithwaite e Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli) si sono confrontati con giudici e procuratori della Giurisdizione Speciale per la Pace, vari esponenti del Comando strategico congiunto della Transizione del Ministero della difesa, diversi portavoce delle Forze armate, alcune vittime e parenti di vittime accompagnate dai rappresentanti delle loro organizzazioni e alcuni appartenenti alle FARC-EP.

Una breve ricostruzione storica degli avvenimenti, necessariamente parziale, può essere utile per coglierne tutta la complessità e avviare alla lettura del testo.

La guerra civile colombiana ha prospettive temporali, dimensioni e cause peculiari. All’origine del conflitto vi è una enorme disparità sociale tra classi dirigenti e subalterne, complicata dalla presenza di gruppi di paramilitari e dal fenomeno dei cartelli. Già diversi anni prima dell’inizio “ufficiale” delle ostilità la storia della paese era stata segnata da gravissime violenze: dalla Guerra de Los Mil Dias agli inizi dello scorso secolo, passando per i massacri perpetrati ai danni dei contadini negli anni ’20, fino ad arrivare alla Violencia negli anni ’50. L’origine dell’attuale conflitto viene ricondotta al bombardamento di Tolima (1964), con cui il governo si oppose alle colonie di ribelli che, profughi della Violencia, si erano organizzati in gruppi guerriglieri e che nei mesi successivi diedero vita alle Forze Armate Rivoluzionari della Colombia (FARC). A queste due fazioni contrapposte si aggiunsero anche nel corso degli anni altri gruppi di guerriglieri, quali l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) e il Movimento del 19 Aprile (M-19).

Dalla fine degli anni ‘70, la guerra ha conosciuto un’importante svolta con la scoperta da parte della guerriglia delle potenzialità redditizie del mercato della droga: cominciò così lo sfruttamento delle grandi piantagioni di coca in associazione con i narcotrafficanti. Questi ultimi ben presto crearono propri eserciti privati, finanziati con i proventi del traffico di droga, e la loro potenza crebbe esponenzialmente in pochi anni, tanto che agli inizi degli anni ’80 i Narcos, guidati da Pablo Escobar, avevano creato quasi uno Stato nello Stato, in particolare a Medellin.

Per contrastare la guerriglia, alcuni membri dell’esercito e dei narcotrafficanti si unirono e diedero vita a gruppi armati di paramilitari (tra cui il MAS – Muerte A Secuestradores, AUC – Autodefensas Unidas de Colombia e AGC – Autodefensas Gaitanistas de Colombia), che trovarono subito l’appoggio dell’esercito e del governo. I Pàras svolsero operazioni dirette sia contro i membri della guerriglia sia contro i civili accusati di sostenerla, compiendo massacri e violenze di ogni tipo, anche contro piccoli criminali, senzatetto e prostitute (le c.d. campagne di “limpieza social”), ma anche ai danni di giornalisti, attivisti umanitari, sindacalisti e oppositori politici.

Il conflitto proseguì, sporadicamente interrotto da trattative di pace (sotto il governo di Belisario Betancour, nel 1982 con la creazione di una Commissione di Pace e nel 1984 con la firma degli Accordi della Uribe), senza mai giungere a una cessazione prolungata delle ostilità fino al 2016, con la firma dell’Accordo di Pace da parte del governo di Manuel Santos1 con il movimento FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane- Esercito Popolare). L’Acuerdo Final para la Terminación del Conflicto y la Construcción de una Paz Estable y Duradera venne stipulato il 23 giugno 2016 a l’Avana, dopo quattro anni di trattative, alla presenza del Presidente cubano Raúl Castro e del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, e firmato il 26 settembre a Bogotà. Il 2 ottobre, inaspettatamente, il referendum previsto per la ratifica dell’Accordo vide la vittoria dei contrari con uno scarto minimo di voti pari al 50,2% contro il 49,8%. I risultati del referendum, che portarono alla modifica del testo originario e alla ratifica di un secondo Accordo finale, portato direttamente all’approvazione delle Camere, sono indicativi della forte polarizzazione politica che caratterizza la società colombiana.

L’Accordo è molto articolato e complesso e tratta varie questioni, tra cui quella che riguarda la riforma fondiaria, la partecipazione politica delle FARC, il reinserimento degli ex-combattenti nella vita civile e le coltivazioni illegali. Il capitolo quinto, che si occupa specificamente della questione giustizia, prevede l’istituzione del “Sistema integrato di Verità, Giustizia, Riparazione e Non Ripetizione”, incaricato di occuparsi non solo dei reati internazionali e dei delitti commessi durante il conflitto, ma più in generale di affrontare i problemi sociali, politici ed etici aperti nella società colombiana. Si tratta di un sistema in cui convergono e interagiscono tre commissioni: la Giurisdizione Speciale per la Pace, la Commissione per la Verità e il Comitato Indipendente, oltre alla sezione specializzata della Procura Generale della Colombia, il programma governativo di riparazione e lo strumento dell’amnistia per i reati politici lato sensu.

La Commissione per la Verità si occupa di investigare in modo ampio e approfondito il contesto, le cause e gli effetti del conflitto, in particolare dalla prospettiva delle vittime, operando per accertare le responsabilità collettive. Non è, quindi, un ente con finalità giudiziarie, ma un istituito finalizzato a fornire una spiegazione ampia degli scontri, che renda conto delle loro complessità, di modo che si giunga a una verità che sia “inclusiva”2 e a una visione condivisa all’interno della società.

La Giurisdizione Speciale per la Pace, invece, è l’organo giurisdizionale vero e proprio, che si occupa dell’accertamento delle responsabilità individuali. Questa, infatti, riceve e sollecita informazioni sotto forma di report circa gli eventi accaduti durante il conflitto da parte delle istituzioni dello Stato e delle associazioni delle vittime e della società civile. Successivamente, una volta selezionati i casi, la Giurisdizione speciale procede alla contestazione dei fatti ai presunti autori responsabili ed emette una sentenza che prevede sia sanzioni retributive (che si sostanziano in pene alternative o detentive fortemente ridotte rispetto a quelle irrogate nella procedura ordinaria) sia misure riparative. È proprio questo approccio innovativo, che rappresenta un elemento di novità nel panorama della Transitional Justice che, come tale, può costituire un paradigma interessante in questi contesti di transizione.

Infine, il Comitato Indipendente si è occupato di selezionare i commissari della Commissione per la Verità e i magistrati della Giurisdizione Speciale per la Pace. Per quanto riguarda quest’ultima, il Comitato ha selezionato i componenti scegliendoli non solo tra i magistrati di ruolo, ma anche tra attivisti dei diritti civili e esponenti del processo politico, di forze politiche e di movimenti della società civile.

Come anticipato, il Sistema Integrato nel suo complesso e in particolare la Giurisdizione Speciale adottano un approccio che è stato, a ragione, definito “misto” perché si serve degli strumenti della giustizia retributiva e di quella riparativa. Quali sono le ragioni che hanno portato alla scelta di questa originale combinazione in un contesto di Transitional Justice?

Anna Myriam Roccatello (Vicedirettrice Esecutiva e Direttrice dei Programmi presso ITCJ- International Center for Transitional Justice) e Gabriele Rojas (collaboratore di ITCJ e impegnato nella Jurisdicción Especial para la Paz) nel loro contributo3 spiegano che la Restorative Justice è particolarmente utile in paesi che sono stati afflitti per anni da violenze e violazioni sistematiche dei diritti umani, allo scopo di ricostruire il tessuto sociale, rendere possibile la pacifica convivenza tra vittime e perpetratori e ristabilire la fiducia nelle istituzioni. La giustizia riparativa, infatti, vede il reato non tanto e non solo come la lesione di un bene giuridico, ma soprattutto come la rottura di un legame sociale4 e, dunque, promuove modelli di risoluzione e gestione dei conflitti che portano alla ricostruzione dell’ordine sociale e alla valorizzazione delle relazioni tra individui, che continueranno a convivere nella stessa società.

Non a caso Le Roy definisce questo approccio una forma di “giustizia sociale”5. Oltre alla gestione dell’ordine, la riparazione dell’offesa e la reintegrazione del reo nella società, la Restorative Justice ha tra i suoi obiettivi la gestione delle emozioni e l’empowerment delle parti, dando a queste la possibilità di svolgere un ruolo attivo nella gestione del conflitto. Contrariamente a quanto accade nei contesti che privilegiano un approccio retributivo, in cui di solito viene completamente trascurata la dimensione emozionale dell’offesa, la giustizia riparativa guida le parti nella rielaborazione degli effetti distruttivi del conflitto6, aiutandole ad assegnare un posto al disordine da questo creato o, meglio, a recuperare il senso stesso di ordine smarrito.

Come sottolinea Roccatello7, uno degli elementi fondamentali che caratterizza questo processo di pace e che lo rende un unicum nel mondo, è proprio il ruolo attivo che è stato riconosciuto alle vittime, che fin dalla fase delle trattative hanno avuto la possibilità di sedersi al tavolo delle negoziazioni. Le vittime, che hanno subito gravi violenze in prima persona o che hanno assistito a quelle inflitte a un proprio caro, vanno incontro a una “crisi di indifferenziazione”8, sentendosi invisibili, non riconosciute e sentendo che l’altro è indifferente alla loro individualità. Creando un nuovo ordine simbolico, la Restorative Justice offre loro uno spazio per differenziarsi e per porsi come altro possibile di un dialogo.

Nei contesti di Transitional Justice, dunque, l’approccio riparativo è utile in quanto favorisce l’ascolto dei bisogni delle vittime e il loro riconoscimento e incoraggia l’assunzione di responsabilità da parte degli autori, creando spazi in cui le due parti possano dialogare e ricostruire una relazione. Al contrario, un approccio puramente retributivo tende a scoraggiare i protagonisti a prendere parte ai processi di giustizia, creando un’atmosfera conflittuale e aumentando il rischio di risperimentazione del trauma. Dall’altro lato, però, anche un approccio puramente riparativo in contesti di Transitional Justice potrebbe essere carente in quanto non adatto a sradicare le dinamiche di potere che hanno caratterizzato la precedente fase di violenza. L’assenza di sanzioni retributive, inoltre, potrebbe dare alle vittime la percezione dell’impunità dei perpetratori. L’approccio misto, invece, offre prospettive incoraggianti in contesti come quello colombiano, favorendo la partecipazione attiva degli attori del conflitto e, al contempo, soddisfacendo gli standard internazionali in tema di due processsanzionando i crimini più gravi in modo usuale.

In conclusione, la firma dell’Accordo di Pace del 2016, oltre a costituire un passaggio storico nella storia colombiana, ha dato la possibilità al paese di sperimentare questo modello di giustizia “misto” in un contesto di Transitional Justice, elaborando creativamente un nuovo modo di gestire crimini su larga scala.

Il volume, dunque, affrontando la tematica in modo ampio, multidisciplinare e restituendo il punto di vista di professionisti diversi, risulta essere un validissimo strumento oltre che per approfondire gli aspetti giuridici del caso colombiano, anche per guidare i professionisti del settore nell’applicazione e nella messa a punto di modelli di giustizia diversi e innovativi.

Gaia Calcini è dottoranda di ricerca in Criminologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Email: gaia.calcini@unimib.it.

Note

1 Manuel Santos è stato insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2016, a seguito degli sforzi compiuti per raggiungere la fine del conflitto.

2 Beristain C.M. (2020), Comisión de la Verdad e l’esilio colombiano nel mondo, in A. Ceretti, R. Cornelli (a cura di), Milano-Bogotá. Percorsi di giustizia nella Colombia dopo l’Accordo di Pace, Giappichelli Editore, Milano.

3 Roccatello A. M., Rojas G. (2020), A Mixed Approach to International Crimes: The Retributive and Restorative Justice Procedures of Colombia’s Special Jurisdiction for Peace, in A. Ceretti, R. Cornelli (a cura di), Milano-Bogotá. Cit.

4 Ceretti A. (2001), Vita offesa, lotta per il riconoscimento e mediazione, in F. Scaparro (a cura di), Il coraggio di mediare. Contesti, teorie e pratiche di risoluzioni alternative delle controversie, Guerini & Associati, Milano.

5 Le Roy E. (1996), De l’ordre imposé à l’ordre négocié: l’emergence de la médiation dans la société, relazione presentata al seminario “La function de la médiation dans l’exercice des professions. Emergence et transversalité d’un concept”, Universitè Paris III, citato in A. Ceretti, (2000), Mediazione penale e giustizia. In-contrare una norma, in A. Ceretti (a cura di), Scritti in ricordo di Giandomenico Pisapia, vol. III, Giuffrè, Milano.

6 Ceretti A., Di Ciò F., & Mannozzi G. (2001), Giustizia riparativa e mediazione penale: esperienze e pratiche a confronto, in Scaparro F. (a cura di), Il coraggio di mediare. Cit.

7 Roccatello A.M. (2020). Le sfide della giustizia riparativa quando si perseguono le gravi violazioni di massa dei diritti umani: il caso della Giurisdizione speciale per la pace in Colombia, in Ceretti A., Cornelli R. (a cura di), Milano- Bogotá. Cit.

8 Bertagna, G., Ceretti, A., & Mazzucato, C. (a cura di) (2015), Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, Il Saggiatore, Milano.

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