domenica, Giugno 16, 2024
ConflittiEconomia

Una visione eterodossa della Cina

di Pompeo Della Posta

 

Introduzione

Il XX Congresso del Partito comunista cinese ha visto la riconferma, ampiamente scontata, di Xi Jinping come Segretario generale del Comitato centrale per i prossimi 5 anni, riconferma resa possibile grazie ad una modifica costituzionale del precedente limite di 2 mandati. Sotto la sua guida, iniziata 10 anni fa, la percezione che il mondo ha della Cina è profondamente mutata. Nel parlare del “Paese di mezzo” (Zhǒngguó è appunto il termine usato in mandarino per indicare la Cina), infatti, i media europei si stanno soffermando in maniera crescente sugli innegabili aspetti critici che lo caratterizzano (ad esempio la censura operata sull’informazione, la mancanza di un sistema democratico di tipo liberale, fino alle accuse di violazione dei diritti umani e alla posizione recente su Taiwan), spesso utilizzando esclusivamente un metro di giudizio occidentale, senza porli in prospettiva storica, geografica o culturale e senza considerare la specificità di un paese popolato da 1 miliardo e 400 milioni di persone. Sono generalmente del tutto ignorati o sottostimati invece quelli positivi.

Tutto questo sta condizionando il sentimento comune nei confronti di quel paese, ma soprattutto rischia di alimentare la contrapposizione frontale con l’Unione europea (UE), che andrebbe ad aggiungersi a quella, già evidente, fra Stati Uniti (USA) e Cina, con conseguenze deleterie per le prospettive future di pace nel mondo. Per cercare di contribuire ad un riequilibrio della narrativa che riguarda la Cina e incoraggiare una prospettiva di comprensione e dialogo – e certamente senza alcun intento celebrativo – in quanto segue presenterò alcuni dei principali aspetti positivi attinenti soprattutto al campo economico (quello che conosco meglio e sul quale posso forse scrivere qualcosa di sensato) che, a mio avviso, dovrebbero esserle comunque riconosciuti. Mi conforta, nel fare questo, sapere che Johan Galtung, uno dei pionieri, se non addirittura l’iniziatore, degli studi sulla pace, dice sulla via della Seta, di cui mi accingo a parlare e sulla Cina, paese che conosce bene ed ha visitato molte volte, cose dalle quali quanto scrivo non è troppo lontano. Mi pare che molte assonanze con il mio scritto siano rinvenibili anche nel (secondo me) bellissimo articolo di Carlo Rovelli, una vera e propria mosca bianca, del tutto fuori dal coro (l’eccezione che conferma la regola della visione monocorde sulla Cina e su molto altro), dedicato alle tante ipocrisie del mondo occidentale.

Faccio anche osservare che avevo proposto una versione precedente di questo articolo anche al magazine online MicroMega, dove già in passato avevo pubblicato diversi articoli. Mi è stato risposto che la proposta del mio articolo non era convincente perché quanto avrei scritto rischiava (cito testualmente) “di essere interpretato come una sorta di difesa di quello che è comunque un sistema autoritario lontanissimo dall’idea di democrazia che MicroMega difende da sempre”.

Ho preso atto della risposta ricevuta, argomentando però che, a mio modo di vedere, la stampa ha una grande responsabilità nell’informare correttamente l’opinione pubblica e che non condividevo il fatto che si rifiutasse a priori di pubblicare qualcosa che si proponeva soltanto di portare all’attenzione dei lettori informazioni o aspetti documentati e verificabili, spesso ignorati o volutamente tralasciati dai media, solo perché quei dati sarebbero andati in direzione opposta rispetto al giudizio definitivo ed inappellabile che si è già dato sulla Cina. Come se il mondo fosse davvero bianco o nero, senza alcuna scala intermedia di grigio. Insomma, se si parla della Cina, se ne può e deve parlare solo male! Mi pare di poter concludere che questo sia il senso della risposta che ho ricevuto.

Ho poi pubblicato versioni diverse di questo mio intervento su Euractiv e Menabò, ma avevo anche provato ad inviarlo ad altri quotidiani e riviste. Da Corriere della Sera, Sole24 Ore (dove in passato avevo già pubblicato) e Fatto Quotidiano non ho ricevuto alcuna risposta. Ho poi mandato una versione in inglese a Social Europe (anche lì avevo pubblicato un paio di articoli in passato) e in quel caso ho ricevuto come risposta l’invito a “interrogarmi sulle questioni morali che il mio intervento sollevava”. Aggiungo che ho un amico che lavora a Repubblica, al quale ho mandato il mio articolo chiedendogli un indirizzo a cui inviarlo per proporne la pubblicazione sul quotidiano per il quale egli scrive e non ho mai ricevuto una risposta, né un commento da parte sua.

Quindi il punto è che per i direttori e redattori di quei quotidiani e riviste, di destra o sinistra che siano (qualunque cosa si intenda con questi termini) i loro lettori non devono venire a conoscenza o essere portati a riflettere su aspetti che potrebbero indurli a vedere la Cina con occhi diversi (eppure perfino l’Harvard Business Review ha pubblicato un articolo il cui titolo parla già abbastanza chiaro: Quello che l’Occidente non comprende della Cina).

Ma ecco i punti che, secondo me, sono ben poco evidenziati dai media italiani e europei.

 

La Via della Seta

La “Nuova Via della Seta” (Belt and Road Initiative, BRI) viene oggi sempre più percepita come espressione inequivocabile del neo-colonialismo cinese, che blandisce i paesi che vi aderiscono per poi impossessarsi delle infrastrutture che questi ultimi non riescono a ripagare.

Non si ricorda, però, che negli anni Settanta, in seguito alla crisi petrolifera, gli esuberi di “petrodollari” presso le banche europee servirono a finanziare molti paesi dell’allora cosiddetto “terzo mondo”, senza porre attenzione agli scopi a cui erano destinati, né a chi li riceveva. Ciò contribuì a creare il problema del debito estero di quei paesi, che si è trascinato per decenni (il debito era in dollari ed a tasso di interesse variabile, per cui con l’aumento dei tassi di interesse americani e il conseguente apprezzamento del dollaro dei primi anni Ottanta, gli importi da ripagare in valuta locale aumentarono a dismisura). Nel caso della Cina, i finanziamenti sono finalizzati alla costruzione di infrastrutture richieste dai paesi stessi, in quanto ritenute necessarie al loro sviluppo. Deve anche essere osservato che, viste le difficoltà effettivamente emerse in alcuni casi, il governo e le banche cinesi hanno ora soggetto a maggiore attenzione e ridotto la concessione di tali finanziamenti.

Inoltre, la “Nuova Via della Seta” riguarda principalmente quelle realtà geografiche (Asia Centrale, Asia del Sud, Africa, America Centrale e America Latina) che sono state ignorate o solo lambite dal processo di globalizzazione degli ultimi 40 anni. Sia pure in misura minore, questo è accaduto anche alla parte nord-occidentale della Cina, quella rimasta fuori dal grande sviluppo costiero i cui fulcri sono Shanghai a est e Guangzhou (Canton) a sud, oltre che Pechino. L’intenzione iniziale, infatti, era quella di favorire lo sviluppo delle provincie cinesi nord-occidentali, mettendole in congiunzione in primo luogo con altre aree non sviluppate dell’Asia centrale (Afghanistan, Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, ma anche Iran e Pakistan).

Anche per rispondere all’iniziativa cinese gli USA e l’UE hanno dato vita recentemente a programmi simili. Gli USA con l’iniziativa Build Back Better World, l’UE con la sua Global Gateway. La BRI dunque, se non altro, ha avuto il merito di sensibilizzare USA e UE rispetto alle esigenze di aree geografiche evidentemente trascurate in precedenza.

 

La pandemia

La gestione della pandemia da parte della Cina viene spesso definita “disastrosa”. Ma guardiamo i dati: negli Stati Uniti, dove vivono circa 340 milioni di persone, i morti da COVID sono stati, secondo le statistiche ufficiali, circa 1 milione e 40 mila; la Cina, con 1 miliardo e 400 milioni di persone (quindi più di 4 volte la popolazione statunitense) ha avuto 25 mila morti. Una banalissima ed approssimativa proporzione suggerisce, quindi, che se la Cina avesse seguito la politica americana, avrebbe contato intorno ai 4 milioni e 200 mila morti, anziché “sole” 25 mila vittime. Si può discutere, naturalmente, delle modalità seguite dal governo cinese (il lockdown di Shanghai di circa 10 milioni di persone fatto per proteggere il restante miliardo e 390 milioni di cinesi), ma non può essere ignorato che quel sacrificio è servito, anche solo indirettamente, ad evitare la morte di tante persone. Si tratta di una tipica situazione di “trade-off” ben nota agli economisti e la Cina (forse sorprendentemente, vista la narrativa che la circonda?) ha preferito sacrificare le ragioni dell’economia a favore di quelle della vita delle persone. Altri paesi hanno fatto scelte diverse, ma non credo che questo permetta di definire “disastrosa” la politica cinese che, fra le altre cose, ha permesso anche di non imporre ai suoi cittadini alcun obbligo vaccinale (d’accordo o meno che si sia su quest’ultimo punto), neanche in via surrettizia, come è avvenuto in molti paesi, inclusa l’Italia.

 

La povertà e l’aspettativa di vita

Non si può non notare, poi, un risultato a dir poco straordinario, vale a dire quello che nei quarant’anni circa che vanno dal 1981 ad oggi la Cina è riuscita a sollevare dalla povertà estrema 800 milioni di persone (come dire poco più della popolazione di UE e USA messe assieme!). Se invece guardiamo a Brasile ed India, per esempio, vediamo che hanno ancora oggi ampie sacche di povertà estrema, nonostante che partissero da livelli percentuali ben inferiori della Cina. Del resto, già John Kenneth Galbraith nel 1979 osservava che “some capitalist countries (e.g., India) have done worse than some communist countries (e.g., China) when it comes to poverty reduction“. Questo non attenua però il fatto che in Cina le disuguaglianze siano enormemente aumentate, come del resto in quasi tutti gli altri paesi del globo.

Osservazione simile si può fare per quanto riguarda l’aspettativa di vita cinese, che è oggi superiore a quella statunitense, nonostante che il reddito pro-capite USA sia circa tre volte e mezzo maggiore di quello cinese (è vero che al di sopra di un certo livello di reddito pro capite non c’è un legame statistico forte fra quest’ultimo e l’aspettativa di vita, ma forse questi dati suggeriscono ugualmente qualcosa di significativo sulla differenza nei due sistemi sanitari, aspetto questo che credo dovrebbe essere ugualmente tenuto in considerazione quando si valuta l’operato di un paese).

 

La globalizzazione temperata

Ma come ha fatto la Cina ad ottenere questi risultati? Dopo il 1978, anno dell’apertura economica del paese in seguito alle riforme di Deng Xiaoping, la Cina ha adottato un modello di globalizzazione temperata (secondo alcuni critici, in realtà, neo-mercantilista), al contrario di quanto cominciava a fare il mondo occidentale. A ben pensarci, si è presentata un’occasione storica unica alla Cina, che si confrontava con paesi occidentali che proprio a partire da quel momento erano disposti ad accettare incondizionatamente le concorrenziali esportazioni cinesi rese possibili grazie al nuovo corso della politica cinese delle “porte aperte”. Va ricordato, infatti, che è proprio di quegli anni, quando si impose la visione neoliberista rappresentata dall’ascesa al governo di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli USA, anche la svolta politico- economica dei paesi occidentali, dopo i terribili anni Settanta caratterizzati dalla stagflazione e dalla conseguente caduta del modello keynesiano di globalizzazione temperata. È con gli anni Ottanta che inizia la terza fase della globalizzazione (dopo la prima corrispondente alla cosiddetta Belle Époque che ha preceduto lo scoppio della I Guerra mondiale e la seconda, cominciata al termine della II Guerra mondiale). È così che i minori costi del lavoro cinese hanno contribuito a indurre delocalizzazioni produttive, investimenti diretti esteri e la creazione di complesse catene del valore globali.

Nel globalizzare la propria economia, però, la Cina ha sì aperto al libero movimento dei capitali, ma solo a quelli a lungo termine, non anche alle attività finanziarie a breve termine, molto facili da attrarre, ma anche pronte ad andarsene alle prime incertezze, come ha dimostrato la crisi del sud-est asiatico del 1997, che non a caso non ha riguardato quel paese.

E dagli afflussi di capitale produttivo ha voluto trarne il massimo vantaggio, imponendo la regola che se una impresa straniera voleva delocalizzare in Cina per beneficiare dei minori costi del lavoro, in cambio doveva permettere ai cinesi di avere il controllo dell’impresa per il 51% , in modo da potere imparare qualcosa e creare così le premesse per il proprio sviluppo. Misure di assoluto buon senso, che solo recentemente sono state allentate sotto la pressione del WTO.

Dani Rodrik (Harvard University, USA) da tempo metteva in guardia contro gli eccessi di una iper- globalizzazione che penalizzasse gli interessi dei cittadini, anche di quelli dei paesi “vincenti”. Il “Washington consensus” del tempo suggeriva invece la liberalizzazione indiscriminata dei mercati, violando le regole del “trilemma” di Rodrik e producendo inevitabilmente, come reazione finanche eccessiva, la tendenza a chiudere i mercati che osserviamo oggi. Anche Joseph Stiglitz (Columbia University) sottolineava il rischio di esagerare i meriti e minimizzare i limiti della globalizzazione, quindi overselling quest’ultima. Entrambi sostenevano alcune delle critiche che società civile e ONG avanzavano nei confronti delle modalità attraverso le quali la globalizzazione veniva realizzata dall’Occidente, spesso a spese del sud del mondo, ma anche di ampi settori della popolazione degli stessi paesi vincenti. Nel fare questo, però, venivano accusati di fornire “ammunitions to the barbarians”, di fornire argomenti ai critici della globalizzazione. I risultati di quell’atteggiamento di chiusura ed omertà li abbiamo poi potuto verificare: la sfiducia nei confronti delle élites partitiche del mondo occidentale e la reazione ad una globalizzazione che è parsa sempre più lontana dagli interessi e necessità del cittadino comune, hanno prodotto trumpismo, brexitismo (mi si perdoni il brutto termine), nazionalismo travestito da sovranismo, populismo di destra e via discorrendo. A chi avvertiva che quelle modalità di globalizzazione esasperata esponevano a seri problemi, veniva chiesto di restare in silenzio, di non scriverle quelle cose, perché così facendo si sarebbero forniti argomenti (“munizioni”) ai “barbari”. Meglio non aprire il vaso di Pandora della globalizzazione, perché altrimenti chissà cosa sarebbero riusciti a tirarne fuori i suoi detrattori. A proposito di “barbari”, mi si perdoni la divagazione anche se mirata, mi viene a mente la bellissima lettera che Victor Hugo scrisse al capitano Butler, nel 1861, in risposta alla richiesta di commentare la “spedizione Cinese” di Francia e Inghilterra che portò alla totale distruzione del Palazzo d’Estate (Yuanmingyuan) a Pechino. Nella sua lettera Hugo definiva lo Yuanmingyuan una “meraviglia del mondo”, l’equivalente per l’arte in Oriente di quello che il Partenone era in Occidente, descrivendone i particolari in maniera suggestiva e memorabile (ne consiglio davvero la lettura!). Nella lettera, fra le altre cose, egli afferma anche: “Noi Europei siamo i civilizzati e per noi i cinesi sono i “barbari”. Ecco ciò che la civilizzazione ha fatto ai “barbari”…” (mia la traduzione e le virgolette).

Infine, mentre nel mondo occidentale si imponeva la supremazia assoluta del mercato, in Cina, al fine di orientare l’economia, lo stato, operando in una prospettiva di lungo termine (a differenza di quello che purtroppo fanno molti governi occidentali), ha adottato politiche industriali attive, verso le quali soltanto ora USA e Unione europea, nel parziale risveglio dall’ubriacatura neoliberista di cui sono state vittime, stanno guardando con rinnovato interesse.

 

La soddisfazione dei cinesi

Non dovrebbe sorprendere che tutto questo sia riflesso nell’alto grado di approvazione (95,5% nel 2016) del governo cinese da parte dei suoi cittadini, nonostante le severe critiche occidentali al modello cinese (ma il gradimento è ben minore nei confronti dei vari livelli di governo locale, quelli che forniscono i servizi ai cittadini per i loro bisogni quotidiani). Il dato non deriva da fonte cinese, ma è prodotto dall’Ash Center for Democratic Governance and Innovation della Harvard Kennedy School, in uno studio che copre il periodo 2003-2016 con otto round di rilevazioni. Lo stesso studio mostra come il livello di gradimento dei governi nazionali sia di gran lunga inferiore nei paesi occidentali (era del 38% nello stesso anno negli USA). Fra le ragioni di tale elevato grado di consenso lo studio indica senz’altro il controllo dell’informazione, ma rileva anche che i dati risentono dello stato di benessere materiale dei cittadini, dipendente dall’andamento dell’economia e dalle condizioni dell’ambiente (si pensi all’alto grado di inquinamento di Pechino, per ridurre il quale il governo ha intrapreso azioni a partire dal 1998), ma anche dalla stabilità del contesto politico ed economico. Tutto ciò fa riflettere sulle variabili che determinano maggiormente il consenso di cui un governo gode presso i suoi cittadini.

Il dato generale è confermato se si guarda al livello di gradimento per le infrastrutture (ad esempio i trasporti): la Cina primeggia con il 77% di soddisfazione, contro il 38% della media mondiale, il 27% degli USA e il 18% dell’Italia. Anche in questo caso, i dati non sono di fonte cinese, ma dell’istituto di ricerca IPSOS.

 

Osservazioni conclusive

Discutiamo pure della Cina e di tutto quello che non va bene in quel paese (senz’altro c’è molto di cui parlare), ma senza preconcetti (che per esempio potrebbero portarci a ignorare o pesare in maniera diversa le storture e gli errori commessi nel tempo anche da altri paesi) e senza ignorare i molti aspetti positivi che pure la caratterizzano. Facendo così si potrà forse comprendere quel paese un po’ meglio di quanto la narrazione corrente suggerisca in maniera pressoché automatica. Evitare di fermarsi a ciò che appare a prima vista (Mario Morroni e Carlo Rovelli docent), potrebbe essere molto utile non solo per una più serena valutazione di ciò con cui ci confrontiamo, ma soprattutto per la pace, in difesa della quale l’UE, in un mondo che sta nuovamente diventando sempre più pericolosamente bipolare, può e deve giocare un ruolo ben più determinante di quanto stia facendo attualmente.

E concludo davvero dicendo che appena ho un minimo di confidenza con un collega o amico cinese inevitabilmente pongo la domanda che forse ognuno di noi occidentali vorrebbe porre: “Come è possibile che 250 anni dopo Voltaire e la sua – o forse non sua, ma poco importa – famosa frase Non condivido una sola parola di quello che dici, ma darei la vita perché tu possa continuare a dirla, ci siano ancora paesi dove non c’è libertà di parola”? Chiedo anche l’opinione di colleghe e colleghi, professoresse e professori universitari stranieri che, come me, insegnano qui in Cina, come il professore di filosofia che si occupa di conspiracy theory (sì, teoria della cospirazione!) o la giornalista americana che dopo avere girato il mondo, qui in Cina insegna giornalismo (!), le diverse professoresse e professori, italiani, americani, italo-americani o cinesi di film-making o quelli tedeschi di storia e di design, o ancora quelli, britannici e cinesi e quella francese di storia della letteratura europea, colleghe e colleghi che ho avuto l’opportunità e il privilegio di incontrare qui. Ricevo le risposte più diverse (naturalmente non sempre positive sulla Cina!), alcune delle quali si richiamano, per esempio, al vecchio concetto relativo alla differenza fra democrazia formale e democrazia sostanziale, all’esistenza di partiti che se non possono concorrere alla guida del paese, però possono e devono contribuire con le loro opinioni ed idee diverse a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, alle ragioni fondate sul diritto internazionale di alcune posizioni critiche assunte dal governo cinese e al continuo riferirsi della Cina alla sovranità dell’ONU, all’importanza della storia e del contesto culturale, e addirittura alla costituzione cinese che garantisce la libertà di parola. Ovviamente non trovo tutte quelle risposte convincenti, ma il solo fatto di ascoltarne le ragioni implica un confronto e non una chiusura, aiuta il dialogo e il tentativo di comprensione reciproca, dai quali a mio modestissimo avviso ci stiamo sempre più pericolosamente allontanando e l’Unione europea con noi.

Ma mi sembra anche che quanto ho raccontato sopra e, al di là della mia esperienza personale, l’assenza sui media italiani ed europei di ogni riferimento positivo sulla Cina (pur essendocene, come mi pare di avere evidenziato con chiarezza) dica, pur fra le mille evidenti differenze, che comunque, 250 anni dopo Voltaire, forse neanche l’Occidente interpreta proprio alla lettera la massima a lui attribuita…

E che, oltretutto, anche nel formalmente libero Occidente, ci sono molti modi per tenerlo ugualmente chiuso, quel vaso di Pandora.

 

Versioni precedenti di questo articolo sono state pubblicate sulla rivista online di informazione su tematiche europee, Euractiv e, in una versione leggermente più estesa, sulla rivista scientifica Menabò di Etica ed Economia, versione poi rilanciata anche su Sbilanciamoci.info. Ringrazio Enrico Marelli, Mario Morroni, Roberto Tamborini, Raffaele Tamborrino e Patrizio Tirelli per i loro commenti a precedenti versioni di questo lavoro. Ringrazio anche Maurizio Franzini per i suoi preziosi commenti e per avermi aiutato a snellire e meglio chiarire il testo della precedente versione pubblicata sul Menabò. Naturalmente nessuno di loro può essere ritenuto responsabile di quanto ho scritto, né di eventuali errori o inesattezze che fossero contenute nell’articolo. Ringrazio, infine, Tonino Drago per avermi fatto notare la vicinanza tra queste mie riflessioni e quelle di Johan Galtung.

 

Pompeo Della Posta è full professor alla Belt and Road School della Beijing Normal University (Campus di Zhuhai) ed è in aspettativa dall’Università di Pisa. È stato presidente eletto della International Trade and Finance Association per l’anno 2019 ed è direttore della rivista scientifica Scienza e Pace/Science and Peace. È autore di monografie e di numerosi articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente su temi di economia internazionale, globalizzazione economica, Unione europea e debito pubblico.