lunedì, Aprile 15, 2024
DirittiEconomia

Dossier Statistico Immigrazione 2022

a cura di Chiara Magneschi

È stata di recente pubblicata l’edizione 2022 del Dossier Statistico Immigrazione, il rapporto annuale giunto alla trentunesima edizione realizzato dal Centro Studi e ricerche Idos, in collaborazione con il Centro Studi “Confronti” e con l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, col sostegno finanziario della Chiesa Valdese.

Mettendo in campo una pluralità di esperti e sviluppando un approccio multidisciplinare, il Dossier si propone di rappresentare lo stato dell’immigrazione in Italia, nonché le trasformazioni del fenomeno migratorio e della società italiana nel corso del tempo, tenendo conto della complessità dei livelli (internazionale, europea, nazionale e regionale) e degli aspetti (giuridico-politici, demografici, economici, sociali, culturali) che il tema porta con sé. Come evidente fin dal titolo scelto per il Dossier, lo strumento principale utilizzato per affrontare le migrazioni è quello dell’analisi – ragionata e critica – dei dati statistici ufficiali.

Il Dossier 2022, come quelli che lo hanno preceduto, è estremamente ricco di dati, analisi e riflessioni, utili per non cedere alle semplificazioni che spesso si affermano nel dibattito pubblico quando si parla di immigrazione, ma anche per ripensare le politiche allo scopo di costruire una società plurale e pacifica. Qui si fornisce un breve spaccato della nuova edizione, emerso dalla presentazione che ne è stata fatta a Pisa il 27 ottobre scorso, presso la Curia Arcivescovile.

“Il Dossier Statistico Immigrazione è frutto della collaborazione di una rete di soggetti, delle risorse dell’8 per mille messe a disposizione dalla Chiesa Valdese, e delle ferite di tante persone”. Così si è espresso, nell’introduzione ai lavori, Don Emanuele Morelli, Direttore Caritas Pisa presso Caritas diocesana di Pisa, sottolineando quanto la normativa vigente in materia di immigrazione sia profondamente disumanizzante, in quanto fa sì che lo straniero rimanga estraneo, sia considerato una non-persona, ostacolando la creazione delle basi stesse per l’inclusione sociale.

Il Dossier, ha proseguito Don Morelli, mostra che il fallimento dell’integrazione non giova a nessuno: non alla società civile, poiché conduce a inimicizia, odio e “guerra” tra ultimi e penultimi; non al sistema produttivo, visto che l’irregolarità non favorisce il sano sviluppo economico; non al sistema penale, dal momento che esacerba le tensioni sociali.

A maggio 2022 si sono registrati 100 milioni di persone “migranti forzati” nel mondo, spinti a muoversi a causa di guerre, fenomeni di violenza sistemica, cambiamenti climatici. Entro il 2050, si stimano 10 milioni di migranti ambientali. Basterebbero questi dati per concludere che l’immigrazione non può più essere considerata come fenomeno transitorio o emergenziale, ma va compresa e affrontata come una dimensione strutturale della nostra società.

Una panoramica nazionale attraverso i principali indicatori

Le statistiche aiutano a ridimensionare l’allarmismo che spesso accompagna i fenomeni migratori. Dal 2015 a oggi, come ha rimarcato Federico Russo, docente all’Università del Salento nonché co-autore del Dossier, il numero delle persone straniere residenti in Italia si è attestato stabilmente su circa 5 milioni di persone, così come è stabile la loro distribuzione nel paese: più nelle regioni del Nord, meno in quelle del Sud e nelle Isole.

Le domande di asilo sono state circa 53.000, con un tasso di successo, in aumento, del 10% circa per quanto riguarda il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra.

L’immigrazione in Italia coinvolge cittadini e cittadine di tutti i paesi del mondo, ma sono cinque le comunità nazionali più numerose, in ordine decrescente: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina. Si tratta, per quest’ultimo caso, di un dato storico e consolidato, legato non allo scoppio del conflitto russo-ucraino, quanto piuttosto alla presenza di lavoratrici che prestano assistenza familiare.

L’età media delle persone migranti è di 35 anni, mentre manca quasi del tutto la fascia degli ultra-sessantacinquenni.

L’immigrazione in Italia ha assunto sempre più chiari connotati di stabilità. Tra gli stranieri regolari prevale la componente dei lungo-soggiornanti, con permesso di soggiorno di durata illimitata, per motivi di famiglia e lavorativi (questi ultimi in crescita nel corso dell’ultimo anno, dopo una tendenza alla diminuzione accentuata negli anni della pandemia).

Per quanto concerne l’accesso alla cittadinanza italiana, altro segno di stabilità delle migrazioni, si assiste a un trend consolidato: circa 130.000 persone all’anno riescono a ottenerla, nonostante gli ostacoli normativi e burocratici. Tra il 2015 e il 2020 si sono registrate circa 900.000 domande, con una composizione di genere equamente distribuita.

Le persone straniere occupate sono circa 2.250.000, e rappresentano il 10% dell’occupazione complessiva in Italia. Si tratta, in generale, di inserimenti stabili dal punto di vista contrattuale ma in posizioni subalterne, con retribuzioni più basse a parità di lavoro, fenomeni di sovra-istruzione rispetto all’inquadramento e alle mansioni svolte e forti ostacoli alla mobilità sociale.

La componente dei lavoratori e delle lavoratrici irregolari risulta aumentata. La “regolarizzazione” del 2020, la nona realizzata in Italia, ha contribuito in misura minima ad arginare il fenomeno: essa sottolinea piuttosto la logica di una gestione “a posteriori”, adottata ormai cronicamente dai governi italiani, mentre manca una seria volontà di affrontare in maniera sistemica il tema del lavoro sommerso.

Gli stranieri in povertà assoluta sono il 32% rispetto al 7,2 % degli italiani. Il 12% dei fruitori del reddito di cittadinanza è straniero. Per la prima volta da anni le statistiche hanno segnalato un calo del numero di studenti e studentesse stranieri: – 1,3 %, con una concentrazione nella scuola dell’infanzia. Il dato sembra spiegabile sia con il decremento demografico anche degli stranieri, che con la perdita del lavoro da parte di molte donne straniere.

Il Dossier ha restituito anche i primi effetti della pandemia, che ha colpito più duramente le persone straniere, in modo particolare le donne: in quanto addette ad attività di cura e domiciliate presso le famiglie assistite, hanno spesso perduto anche l’alloggio in caso di interruzione del rapporto.

Focus sulle regioni: i dati della Toscana

Il Dossier dedica una parte importante dei suoi approfondimenti allo studio dei fenomeni migratori nei diversi contesti regionali italiani.

Francesco Paoletti, redattore per la Toscana, ha rilevato come molte tendenze statistiche in atto in questa regione ricalchino sostanzialmente quelle nazionali. Tra di esse, il rallentamento dell’immigrazione per il 2021, dovuto in parte alla minore attrattività occupazionale del territorio toscano negli ultimi anni, ma anche al cambiamento di status di una quota di persone immigrate. Molte di esse hanno acquistato la cittadinanza (circa 13.000 in Toscana, con dati in crescita), mentre le persone migranti non comunitarie con titolo di soggiorno a termine e scaduto escono dai censimenti: pur permanendo su suolo italiano, sono divenute invisibili, alle statistiche e non solo.

Firenze, Prato e Pisa emergono come le province con la maggiore presenza di persone immigrate, in ragione soprattutto dell’attrazione che questi territori esercitano per l’occupazione straniera.

I lavoratori e le lavoratrici straniere in Toscana sono 180.000 (circa il 12% del totale dei lavoratori), dei quali 62% sono lavoratori manuali e 20% operano nel settore domestico (il lavoro di cura occupa uno straniero su 5, e un italiano su 100). Molti e molte si trovano relegati da anni in specifici comparti occupazionali, che presentano una forte ereditarietà, tramandandosi alle “seconde generazioni”. Cresce, anche se di poco, l’imprenditoria straniera (un’impresa su 4 è a conduzione familiare): spesso gli stranieri ricorrono all’imprenditoria per non perdere il permesso di soggiorno.

In linea con il dato nazionale anche il calo delle iscrizioni scolastiche (-10% nelle scuole dell’infanzia), con eccezione per la secondaria di secondo grado, che ha visto invece un promettente aumento del 7,3% di iscritti e iscritte.

 

Chiara Magneschi è avvocata, ricercatrice aggregata al Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” e docente a contratto in Teorie giuridiche e politiche e diritti umani presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa. E-mail: chiaramagneschi@gmail.com