Russia: una delle nostre migliori patrie

di Andrea Panzavolta

Segno distintivo di quel «principio spirituale» (per usare le parole di Karl Jaspers) che si chiama Europa non è forse la capacità di riconoscere i distinti (légein/collígere) e di amarli (philéin)? Suo principio costitutivo non è forse l’amore (philía) per il ragionamento, il rifiuto di ogni fumo dogmatico, la repulsa per ogni eccesso di semplificazione? 

Se v’è una attitudine mentale che proprio ripugna allo spirito europeo non è forse quella che ragiona per coppie oppositive, per estremi, per paradigmi binari, per polarità di concetti? La ‘terra dell’Occaso’, al contrario, non predilige forse i confini anziché le frontiere, le soglie anziché gli horti conclusi, i raggi occidui, che esaltano le geometrie degli oggetti, anziché quelli meridiani, che annullano le ombre? Insomma, krísis non è sinonimo di Europa? Dinanzi a un próblema non ci veniva forse naturale krínomai, appunto, e cioè ‘raccogliere’ i fatti, ‘selezionarli’ passandoli al vaglio della logica e infine ‘giudicarli’ (questi i tre significati del verbo greco richiamato)?

Sì, ci veniva naturale, un tempo. La sciagurata guerra mossa dalla Russia all’Ucraina ha mostrato impudicamente quanto l’Europa abbia dismesso questo habitus mentale. Tutti contro la Russia guerrafondaia e imperialista, come se questa fosse un’entità granitica e inconcussa, come se ogni suo singolo abitante fosse un servo sottomesso a Putin. L’emozione trionfa sui sentimenti, il borborigmo sul ragionamento, la paratassi sull’ipotassi, lo sdegno conformista sulla reale volontà di comprendere. In un mondo scisso tra guardie e ladri va da sé che chi appartiene al campo avversario venga considerato, per definizione, nemico: Russiae ipsum nomen crimen habet.

Le conseguenze non tardano a manifestarsi. Ecco allora il sindaco di Milano che impone al grande direttore d’orchestra Valery Gergiev, reo di essere “amico di Putin”, di condannare la guerra in Ucraina, pena l’annullamento della Dama di picche alla Scala. Come se all’artista Gergiev non si dovesse chiedere altro che dirigere bene la Dama di picche, e come se una buona esecuzione del capolavoro di Čajkovskij già di per sé non fosse capace di togliere qualche milligrammo di lordura dal volto del mondo: infatti, sarebbe bastata la stessa bellezza di quella musica a sconfessare il Maestro, qualora questi, nel dirigerla, avesse anche solamente pensato di omaggiare Mosca, la Terza Roma, e il suo attuale Cesare Augusto. Ma non basta: dopo la Scala, grandi teatri del mondo e prestigiose accademie musicali hanno fatto gara chi ad annullare le opere in programma, chi ad espellere Gergiev, facendo balenare in questa caccia all’untore l’antichissima e purtroppo sempre nuova figura del capro espiatorio.

Non solo i vivi, però, sono stati colpiti dalla censura di un’Europa ormai culturalmente e spiritualmente pezzente, che rinuncia alla politica (forse perché nemmeno più sa cosa sia), pensando che per trarsi fuori dalla crisi basti inviare armi agli Ucraini. Accecata da un furore antislavo, ecco che l’Università di Milano-Bicocca decide di rinviare il seminario di Paolo Nori su Dostoevskij onde «evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in questo momento di forte tensione». Tutto, non solo etimologicamente, si tiene: chi è inesperto di pólemos, è inesperto anche di politiké tékne, la quale proprio nella passione per «ogni forma di polemica» scorge la sola possibilità per trovare una via d’uscita e impedire la catastrofe.

La censura di Dostoevskij è odiosa non solo in quanto tale, ma anche perché colpisce un autore immenso, senza il quale tanta parte dello spirito europeo non sarebbe. Chi non ha letto L’idiota nulla conosce della Bellezza, terribile ed enigmatica, che salverà il mondo; è meno analfabeta in materia di amore chi ha pianto su quella pagina di Delitto e castigo dove Raskòl’nikov e Sonja, «l’assassino e la prostituta», leggono davanti a una candela fumigante la pagina giovannea della resurrezione di Lazzaro; ha una più matura consapevolezza di cosa sia la libertà e dei rischi che essa comporta chi ha ragionato sulla Leggenda del Grande Inquisitore raccontata ne I fratelli Karamazov; chi ha meditato Le notti bianche e ha accompagnato, lungo le vie di Pietroburgo, l’anonimo “io” narrante e la diciasettenne Nasten’ka, ha una maggiore contezza dello scarto irriducibile che c’è tra il sogno e la realtà. Ma sono soprattutto I demóni – opera sconvolgente e solfurea, senza la quale è impossibile capire tanta parte della storia europea del ‘900 e anche della guerra in corso – a racchiudere, forse, il magistero più alto di Dostoevskij. Guardiamo, guardiamo bene chi sono gli abitanti dell’anonima provincia vicino a Pietroburgo dove si svolgono i fatti di sangue narrati nel romanzo: intellettuali sdilinquiti e fatui che, sì, versano lacrime sulle tragedie di Shakespeare e sulla Madonna Sistina di Raffaello, ma ignorano come quei capolavori impongano a chi li ama una scelta di civiltà; padri che si ostinano a non aprire gli occhi, preferendo vivere dentro asfittiche bolle d’aria, e figli che chiamano il delitto non «pazzia», bensì «atto di buon senso», dimostrando essi stessi di vivere dentro un’allucinazione; automi che hanno perduto il confine tra il Bene e il Male, tra il reale e l’irreale, e che allucinano i loro sosia, senza capire che la vittima scorge sempre nel carnefice qualcuno che le somiglia; una bolgia di spettri che alla verità ha preferito il sottosuolo, reso infetto da parole impazzite, da logiche incrinate e da bilanci truccati. 

Ma sono così dissimili i luoghi descritti da Dostoevskij un secolo e mezzo fa dalla Milano di oggi? Non dobbiamo forse scorgere l’ombra di Pëtr Stepanovič Verchovenskij, uno dei demóni dostoevskijani, dietro la decisione di ripudiare Valery Gergiev e di annullare un seminario universitario su Dostoevskij? L’arte avvicina i popoli, è stato detto, ed è vero, purché si comprenda che ‘vicinanza’ è parola massimamente impegnativa, che non si riduce a un godimento estetico condiviso dai più, ma che consiste nell’implacabile interesse per il linguaggio dell’altro, linguaggio che per la sua stessa alterità, richiede passione e sforzo per tradurlo nel proprio, sapendo che ogni traduzione, insegnano i mistici ebraici, è azione messianica.

«La nostra miglior patria»: così Wilhelm von Humboldt, fondatore dell’Università di Berlino, definì la Grecia. Ma un’altra miglior patria è senza dubbio la Russia, che Putin mai ci farà odiare. E le patrie migliori sono quelle che ci fanno ragionare, che danno peso e spessore alle parole, che ci aiutano a non smarrirci nel faticoso, e non di rado tragico cammino tra il cielo della coscienza e il fango della sopravvivenza.

 

Andrea Panzavolta è giornalista pubblicista. Collabora alla rubrica “Film in discussione” di Iride. Filosofia e discussione pubblica, e ad alcune riviste di critica cinematografica. Dal 2014 è il direttore artistico della rassegna concertistica forlivese “Passioni in musica”.