domenica, Aprile 14, 2024
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Predatori cinesi nelle acque del Ghana

In Ghana la pesca costituisce una delle principali fonti di sostentamento. Praticata sia a livello industriale che da piccoli pescatori locali, la pesca è molto diffusa anche in forma illegale, causando perdite per 50 milioni di dollari all’anno all’economia nazionale. Circa il 90% della flotta di reti a strascico industriale del Ghana è proprietà di società cinesi, che utilizzano aziende locali “di facciata” per eludere la legge. L’attività, oltre alla sua natura illegale, sta distruggendo la fauna marina e, di conseguenza, la vita delle popolazioni locali. Questo articolo pubblicato su Nigrizia ricostruisce la situazione del saiko (pesca illegale) in Ghana, facendo puntuale riferimento a un recente rapporto elaborato dalla Environmental Justice Foundation, una ONG impegnata da anni a tracciare e denunciare le attività predatorie ai danni dell’ambiente e delle comunità locali.

 

di Antonella Sinopoli

Circa 3 milioni di persone in Ghana vivono dei prodotti della pesca. Su quella costa del Golfo di Guinea che corre per chilometri, e che un tempo era ricchissima e colorata. Ricca di pesce, colorata delle imbarcazioni tradizionali. Piccole e resistenti, fonte di guadagno e di vita. Ma le comunità di pescatori – oltre 200 villaggi – non hanno più la serenità di un tempo. Sono comunità arrabbiate, in costante pericolo per la sopravvivenza e che devono fare i conti con qualcosa molto più grande di loro e delle loro piccole barchette.

La pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU fishing), in Ghana già da molti anni ha ridotto la capacità di approvvigionamento dei pescatori locali riducendo il loro lavoro a una stancante ricerca di quello che resta. Di quello che le grosse imbarcazioni estere, soprattutto cinesi, lasciano dopo il loro passaggio distruttivo. Un dato per tutti: il reddito medio annuo per imbarcazione artigianale è sceso fino al 40% negli ultimi 15 anni.

L’ong Environmental Justice Foundation (Ejf) da anni si occupa di tracciare e denunciare le violazioni che avvengono al largo delle coste (non solo africane) da parte di attori internazionali che – incuranti della legge ma anche agevolati dalla carenza di controlli e azioni effettivi – stanno letteralmente distruggendo la fauna marina e con questa la vita delle popolazioni locali. Tutto questo, ovviamente, in nome del profitto facile e rapido.

Lo sottolinea anche l’ultimo report dell’organizzazione, frutto di tre mesi di indagine. Risulta che circa il 90% della flotta di reti a strascico industriale del Ghana è in realtà di proprietà di società cinesi che utilizzano società locali “di facciata” per registrarsi come ghaneane e aggirare la legge. In Ghana in particolare, appunto, le compagnie cinesi utilizzano schemi elaborati (che includono joint venture e società di comodo sussidiarie) per nascondere l’effettiva proprietà delle imbarcazioni rendendo anche difficili azioni punitive.

E quando queste arrivano – come nel caso di grosse multe a carico dei proprietari accertati – è molto difficile ottenere giustizia (e il pagamento delle contravvenzioni) poiché “buoni” avvocati bloccano o prolungano all’infinito i procedimenti portati davanti a un giudice.

Secondo i dati analizzati, le attività illegali della Country Distant Water Fleet (Cdwf) costituiscono il 42% del totale. Una cifra enorme che in sostanza vuol dire minacciare la stabilità socio-economica dei singoli paesi e comunità, e infliggere un danno ecologico a livello locale e globale.

Un problema comune tra i paesi dell’Africa occidentale e orientale, dove la pesca illegale rappresenta il 37% di tutto il pescato, costando alla regione 1 miliardo di dollari all’anno. Si stima che il Ghana perda 50 milioni di dollari all’anno (quindi la metà della cifra totale) a causa di accordi poco chiari con aziende come, per esempio, la cinese Shandong Zhonglu Oceanic Fisheries Co.

Ufficialmente la Cina – il più grande produttore di pesce al mondo – dispone anche della più grande flotta per operare in acque lontane: ufficialmente 2.701 navi ma probabilmente sono molte di più quelle non dichiarate. La Cdwf riceve quasi 2.4 miliardi di dollari in sussidi da parte dello stato per operare nei pescosi mari che finora venivano “sfruttati” in maniera sostenibile dalle comunità di pescatori locali.

Va considerato anche che in tutta l’Africa le sue attività rappresentano il 78,5% dei suoi progetti di pesca offshore approvati. I metodi di pesca di queste grosse imbarcazioni stanno di fatto esaurendo gli stock e la cosa paradossale è che spesso il team di queste imbarcazioni rivende ai locali quel pesce in più che a loro non interessa.

 

I paradossi del saiko

Una delle attività illegali e dannose più note e praticate in Ghana va sotto il nome di saiko. È la pesca a strascico a fare in modo che nelle reti entri di tutto, anche il by-catch, vale a dire i “rigetti”, il pescato piccolo che ha un grande valore per l’ecosistema e a cui è impedita la crescita e la riproduzione: parliamo di piccoli squali, tartarughe marine e altre specie, in particolare sardine e sgombro cavedano.

La cosa assurda è che spesso ci sono accordi con i locali per l’acquisto del by-catch. Secondo l’Ejf, solo nel 2017, con il sistema saiko sono stati catturate 100mila tonnellate di pesce dalle acque del Ghana, equivalenti a milioni di dollari di entrate perse per il paese. Senza contare la minaccia alla sicurezza alimentare e all’occupazione.

Tali pratiche non solo distruggono i fondali ma rimuovono quella fonte di guadagno essenziale alle comunità locali che usano ancora mezzi tradizionali e che sanno bene che il mare (e la sua fauna) ha bisogno di tempi naturali di recupero. I pescherecci a strascico Cdwf catturano circa 2,35 milioni di tonnellate di pesce all’anno nell’Africa occidentale, rappresentando il 50% delle catture totali in acque distanti della Cina e per un valore di circa 5 miliardi di dollari.

Questo, al contrario, si traduce in una perdita di reddito di grandi proporzioni per i pescatori locali. Circa l’80-90% dei pescatori ghaneani ha riportato un calo del reddito notevole negli ultimi cinque anni. Senza contare le violazioni dei diritti umani di coloro che vengono assoldati per lavorare sulle grandi imbarcazioni cinesi (anche questo riferisce il report).

E poi ci sono tanti altri diritti negati, situazioni che derivano dalla crisi causata alle comunità locali. Per esempio l’abbassamento della frequentazione scolastica: è stato accertato che circa il 15-20% dei bambini delle aree costiere, intervistati per il report, non ha mai completato la scuola primaria. I genitori affermano di non poterselo permettere.

 

Serve un cambio di rotta

Oggi le analisi dei ricercatori e attivisti sulla questione possono contare sul primo database che ha messo a disposizione il Mara, ministero dell’agricoltura e degli affari rurali della Repubblica cinese. “A parte le limitazioni di alcune fonti – si legge nel documento dell’Ejf – si tratta di un importante passo verso la trasparenza nel settore”.

Nelle 56 pagine del documento non mancano le esortazioni al governo ghaneano. Come quella di “adottare un approccio alla gestione della pesca basato sui diritti, che dia la priorità alle esigenze delle comunità vulnerabili di pescatori su piccola scala che costituiscono la maggior parte dei lavoratori ittici del paese ma sono spesso emarginate nelle decisioni riguardanti il ​​loro sostentamento”. O anche quella di continuare a lavorare sulla riforma del settore e l’applicazione attenta delle norme sulla pesca fraudolenta.

Nel giugno 2021, il Ghana ha ricevuto un secondo cartellino giallo dall’Unione europea. Un avvertimento formale che potrebbe portare a un divieto di esportazione di prodotti ittici nell’Ue e a sanzioni. La motivazione dell’atto è “la carenza del Ghana di adempiere ai suoi doveri ai sensi del diritto internazionale…” La richiesta è quella di maggiori e sostanziali controlli e azioni legali in linea con il diritto ma anche con la necessità di assicurare diritti. Quelli ai propri cittadini.

 

Fonte: Nigrizia, 12 Aprile 2022.