I due Afghanistan

Gran parte della copertura mediatica sul ritorno dei Talebani al potere e sul ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan si concentra su Kabul e sulle altre aree urbane del paese, e dà voce agli abitanti della capitale e delle città vissuti a più stretto contatto con gli occidentali. Max Fisher, in questo intervento scritto per il New York Times, riflette su come questa copertura mediatica abbia influenzato la nostra rappresentazione degli eventi, ignorando che esistono due Afghanistan – quello urbano e quello rurale – e che in ciascuno di questi la popolazione afgana abbia vissuto la guerra, prima, e la fine della guerra, poi, in modo molto diverso. Questa chiave di lettura consente anche di comprendere meglio, a parte la debolezza del precedente governo afgano e del suo esercito, cosa abbia consentito ai Talebani di riprendere il potere: per una parte importante del paese, dislocata nelle campagne, i Talebani costituiscono letteralmemente il male minore, dal momento che sono queste zone rurali ad aver pagato il prezzo più alto della guerra dei vent’anni in Afghanistan.

 

Max Fisher

Il giornalista Anand Gopal ha scritto a lungo, per il New York Times e per altri giornali, da luoghi dell’Afghanistan dove pochi altri occidentali hanno messo piede. Così, quando un intervistatore della MSNBC gli ha chiesto questa settimana quello che considerasse il più grosso fraintendimento del pubblico statunitense sul paese, sono rimasto colpito dalla sua risposta:

Ecco, in realtà è lo stesso fraintendimento in cui gli americani cadono ormai da vent’anni, ossia non vedere che esistono due Afghanistan: c’è il paese rurale e c’è il paese urbano.

In queste settimane tutta la copertura mediatica è stata su Kabul. Quindi, si potrebbe credere che nel paese regni un completo caos. In realtà la maggior parte del caos è concentrato intorno all’aeroporto di Kabul, mentre nella maggior parte della capitale la situazione è calma. È soprattutto fuori da Kabul che la vita è tranquilla: per la prima volta là non c’è la guerra. Se si parla con gli uomini e le donne delle campagne afgane, è questa la principale differenza che hanno visto rispetto a prima, specialmente nei territori che avevano visto pesanti combattimenti.

L’Afghanistan è uno dei paesi più rurali della Terra. Le persone di cui sentiamo parlare più spesso sono per molti aspetti una eccezione nella società afgana – il che non vuol dire che non meritino di ricevere attenzione o di avere una buona vita in Afghanistan, tanto quanto le altre. Però, se ci si concentra solo su queste persone, non si comprenderà mai davvero come i Talebani siano riusciti a prevalere e riconquistare il potere.

Questa risposta mi ha aiutato a mettere d’accordo visioni e impressioni contraddittorie suscitate dalla fine della guerra in Afghanistan.

Forse, come me, anche voi negli ultimi giorni vi siete sentiti combattuti tra due impressioni apparentemente contraddittorie: da una parte, la fine della guerra guidata dagli Stati Uniti, conclusa dopo aver ucciso migliaia di persone ogni anno per vent’anni, con la speranza che porti un po’ di tregua a un paese che non ha conosciuto pace in questa generazione; dall’altra parte, il disordine e la violenza a Kabul, dove il ritiro sembrava operare in senso contrario, sostituendo la relativa pace con il caos.

E poi un’altra cosa: il senso di rabbia e di tradimento espresso da molti afgani per il ritiro dell’esercito statunitense che, proprio quella stessa settimana, era stata accusato di aver ucciso sette bambini in un attacco missilistico andato fuori rotta.

Come potrebbero essere vere entrambe queste impressioni, rispetto alla stessa guerra, nello stesso paese? Potrebbero essere entrambe vere perché, in realtà, riflettono i due diversi Afghanistan di cui ha parlato Gopal: due Afghanistan che hanno vissuto la stessa guerra, ma in due modi radicalmente differenti.

Kabul è stata isolata dalle esperienze peggiori del conflitto. Anche se ci sono state violenze, come durante un sanguinoso assedio a un hotel nel 2018, nel corso della maggior parte della guerra la vita quotidiana nella capitale si è svolta in modo relativamente normale.

Inoltre, la guerra ha portato una sorta di modernizzazione. Kabul e una manciata di altre città sono diventate isole di stabilità semi-americanizzate, protette dagli Stati Uniti e finanziate da miliardi di dollari in aiuti diretti annuali. Hanno studenti, un’ampia classe di professionisti, un vivace settore dei media, libertà politiche e uno stile di vita relativamente cosmopolita.

Ma a meno di un importante passo avanti nella guerra (che anche i suoi sostenitori, al Pentagono, ammettevano privatamente non sarebbe mai arrivato), quell’esperimento poteva durare soltanto finché gli Stati Uniti erano disposti a perpetuare il costoso e sanguinoso stallo militare nelle aree rurali e montuose del paese.

Quella versione della guerra, nell’Afghanistan rurale, è stata molto diversa. Ha comportato scontri a fuoco feroci, a volte lunghi giorni; incursioni notturne e attacchi di droni senza spiegazioni; signori della guerra crudeli e capricciosi; funzionari corrotti, sostenuti da un governo centrale che non hai mai incontrato. Migliaia di morti all’anno, anno dopo anno, per un’intera generazione.

La maggior parte della guerra in Afghanistan, negli ultimi vent’anni, è stata combattuta nelle aree rurali, non a Kabul”, ha twittato Azmat Khan, un giornalista che ha viaggiato molto nel paese e di cui uscirà presto il libro “Precision Strike”, sull’uso delle armi aeree e automatiche da parte degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq e Siria.

Ma l’Afghanistan rurale può essere notoriamente difficile da raggiungere per gli stranieri, lasciando quelli di noi che vivono in luoghi lontani, come gli Stati Uniti, con molta meno visibilità quotidiana della sua esperienza.

Kabul, al contrario, era praticamente un hub internazionale, sede di un gran numero di agenzie di stampa, ambasciate e gruppi dediti a progetti di sviluppo. Gran parte della sua classe media parla inglese, utilizza i social e ha parenti all’estero, in vari paesi tra cui gli Stati Uniti: tutto ciò ha reso loro e la loro esperienza altamente visibile, persino familiare, al mondo esterno.

Di conseguenza, come ha scritto Khan, gli statunitensi che si sono svegliati ora e hanno scoperto la realtà della guerra, hanno attinto informazioni sul dibattito intorno al ritiro delle truppe soltanto sulla base della copertura mediatica dei fatti di Kabul delle ultime settimane”.

Quelle immagini e quelle scene [del ritiro precipitoso dell’esercito statunitense e della fuga degli occidentali e dei loro collaboratori più stretti da Kabul, ndt] sono state strazianti. Il dolore e la rabbia espressi dagli afgani abitanti nelle città, che stanno perdendo la loro isola americanizzata di stabilità, è stato altrettanto bruciante.

Questo senso della catastrofe è ben presente in storie come quella di Zaki Anwari, il figlio diciassettenne di un funzionario pubblico. Zaki ha vissuto tutta la sua vita in un quartiere della classe media di Kabul occupata dagli statunitensi. Le sue tre sorelle sono tutte andate a scuola. Lui ha frequentato un liceo franco-afgano, amava il calcio e usava Facebook.

Quando i talebani hanno occupato la città, si è unito a tanti altri per correre all’aeroporto. Molto probabilmente in preda alla disperazione, si è aggrappato alla ruota di un aereo americano C-17. Poco dopo il decollo è caduto, andando incontro alla morte.

Laila Rasekh, la studentessa afgana di giornalismo che ha raccontato la vita e la morte di Zakin Anwari su Foreign Policy, ha descritto il suo “viaggio” come un simbolo della perdita e dell’incertezza che molti afgani devono ora affrontare.

“La mia casa è stata spazzata via in diretta televisiva”, ha scritto sempre Laila Rasekh raccontando la caduta di Kabul sotto i talebani. “Ho passato la giornata a chiamare i miei insegnanti e amici in Afghanistan, pieni di rabbia verso gli Stati Uniti e nei confronti delle Nazioni Unite per averci abbandonato”.

L’esperienza del ritiro nell’Afghanistan rurale è stata meno visibile al mondo esterno. Per la maggior parte degli afgani che vivono in zone rurali non c’è mai stata nessuna “isola di stabilità in stile Kabul” da perdere. Non c’è nessuna scuola franco-afgana di cui preoccuparsi. L’immagine della partenza statunitense potrebbe non rappresentare affatto una perdita ma piuttosto una tregua dalla terrificante e imprevedibile violenza di una guerra costante.

Come ha detto Anand Gopal alla MSNBC, “la vita fuori Kabul è calma e, per la prima volta, fuori di Kabul non c’è guerra”. Questa rappresentazione, di come gli afgani rurali hanno vissuto la guerra, emerge anche da un recente intervento di Baktash Ahadi, un ex traduttore presso le forze alleate degli Stati Uniti, apparso sul Washington Post:

In generale, l’unico contatto che la maggior parte degli afgani aveva con l’Occidente era tramite truppe da combattimento pesantemente armate e corazzate. Gli statunitensi hanno scambiato la campagna afgana per un semplice teatro di guerra, dimenticando che era un luogo dove viveva realmente la gente. Le forze statunitensi hanno trasformato interi villaggi in campi di battaglia, polverizzando case di fango e distruggendo i mezzi di sussistenza della popolazione. Si poteva quasi sentire la risata dei Talebani, mentre ogni simpatia per l’Occidente evaporava sotto le raffiche dei colpi di arma da fuoco.

Baktash Ahadi, è vero, non ha dati rigorosi di un qualche sondaggio sugli atteggiamenti degli afgani verso l’occupazione statunitense. Nessuno. Ma egli offre questa impressione: “Quando confronta i Talebani con gli Stati Uniti e i loro alleati, la maggior parte degli afgani ha sempre visto nei Talebani il male minore”.

Non è una suggestione del tutto stravagante. I Talebani possono aver avuto il sostegno del Pakistan, ma questo non è uscito fuori dal nulla. E anche un’incessante guerriglia [come quella Talebana, ndt] non può restare in campo per vent’anni, né tanto meno vincere il conflitto, senza un certo grado di sostegno [della popolazione locale, ndt].

Per i residenti a Kabul, in particolare per le donne, il tempo di pace sotto i Talebani sarà quasi certamente molto più difficile, più pericoloso e meno libero rispetto alla guerra sotto l’ordine sostenuto dagli statunitensi.

Lo stesso non è vero, ovviamente, per l’Afghanistan rurale. Questo include le sue donne, che hanno a malapena goduto delle stesse libertà di quelle nelle città. Per loro è almeno ipotizzabile che la fine della guerra, con la violenza e la devastazione terrificanti che l’hanno accompagnata, avrà più importanza delle difficoltà del passaggio da un “uomo forte” alleato degli Stati Uniti a uno alleato dei Talebani. Queste due esperienze, ovviamente, contano entrambe. L’una non nega l’altra, anche se le lezioni che ne derivano possono a volte andare in direzioni diverse. Vale la pena tenere entrambe in mente, mentre si cercano di assimilare le storie contraddittorie intorno alla fine della guerra in Afghanistan.

[traduzione di Giulia De Lucia e Federico Oliveri]

 

Fonte: The Interpreter Newsletter, New York Times, 3 settembre 2021. 

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