sabato, Agosto 15, 2026
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Exterminate all the brutes. L’espansione di Israele e il ricorrente mito dello spazio vitale

C’è un legame tra il colonialismo europeo, le politiche antisemite del nazismo e ciò che accade nel Territorio Palestinese Occupato da Israele? Si tratta di una domanda scomoda, ma necessaria, che costringe a svcandagliare il “cuore di tenebra” della storia occidentale per riflettere sui processi di deumanizzazione dell’altro, del selvaggio, che ne hanno segnato i momenti più drammatici. Per affrontare la questione ripubblichiamo un articolo tratto dal numero di giugno della rivista In dialogo. Notiziario della Rete Radié Resch. L’autore discute alcune ipotesi storiografiche e politologiche su cui riflettere con attenzione. In primo luogo, che il nazismo e l’Olocausto costituiscano il ritorno in Europa di logiche e pratiche già sperimentate nel colonialismo, fondate sulla deumanizzazione e sullo sterminio di popolazioni non europee, allo scopo di procurarsi uno “spazio vitale”. Dopo il 1945 questa genealogia della violenza non è stata compresa: il genocidio ebraico è stato interpretato soprattutto come un’aberrazione morale o come un orrore irrazionale, evitando di indagare il suo legame con la costruzione degli Stati-nazione e con le dinamiche dell’imperialismo. Questa chiave di lettura può essere estesa alla questione palestinese, per mostrare come la deumanizzazione degli arabi non sia un fenomeno recente, legato al 7 ottobre, ma affondi le sue radici nella storia del sionismo e nelle sue correnti più radicali, come quella di Meir Kahane, che teorizzava l’espulsione dei palestinesi e la realizzazione di uno Stato ebraico etnicamente omogeneo. Anche per questa ragione, ciò che accade a Gaza e nel resto del Territorio Palestinese Occupato ci riguarda e deve indurci a fare i conti fino in fondo con il colonialismo europeo e con la sua violenza genocida: sia quella del passato, che quella del presente.

 

di Giorgio Gallo

“Exterminate all the brutes” è la frase vergata a mano che Kurtz, il personaggio chiave del libro di Joseph Conrad Cuore di tenebra, scrive prima di morire. La colonizzazione e la deumanizzazione delle popolazioni native, i neri del Congo in particolare, sono al centro della vicenda. Una deumanizzazione comune a tutta la storia della colonizzazione, che poi ritroveremo nel fascismo e nel nazismo in Europa fra le due guerre. Nel 1938 Jawaharlal Nehru, futuro primo ministro dell’India, di ritorno da un viaggio in Europa, disse agli studenti dell’università di Allahabad, che il fascismo “sta applicando in Europa i metodi che l’imperialismo ha usato in altri continenti. Il fascismo è uno specchio del passato e, in certa misura, del presente dell’imperialismo”.

Successivamente lo scrittore e poeta martinicano Aimé Césaire avrebbe descritto il nazismo come un “boomerang” delle ideologie suprematiste e dei metodi di sterminio usati nelle colonie, che ora tornavano nella metropoli che li aveva concepiti.

La connessione fra imperialismo e nazismo è al centro di un libro di Sven Lindqvist, che prende a prestito per il suo titolo proprio la frase “Exterminate all the brutes” di Conrad. “L’espansione imperialistica – scrive Lindqvist – fornì ai nazisti la possibilità pratica e la motivazione economica per sterminare gli ebrei. La cornice teorica del progetto di sterminio, la teoria dello spazio vitale, appartiene alla tradizione imperialistica. Alla stessa tradizione appartiene anche il modello storico dello sterminio degli ebrei: il genocidio nelle colonie. Quando incominciò il loro sterminio di massa, in Germania era rimasto solo un quarto di milione di ebrei. Gli altri erano fuggiti o erano stati espulsi. Le grandi popolazioni ebree si trovavano in Polonia (1,8 milioni) e in Russia (5 milioni). Hitler si guadagnò la possibilità pratica di sterminarli semplicemente attaccando e conquistando i loro territori.

Lo scopo della conquista nazista non era in primo luogo quello di uccidere gli ebrei, così come lo scopo degli statunitensi che si spingevano a Ovest non era di uccidere gli indiani. Lo scopo era di ampliare il proprio spazio vitale. Gli ebrei russi occupavano proprio quelle aree di cui Hitler voleva entrare in possesso. Ne costituivano il 10% della popolazione totale, e circa il 40% della popolazione urbana. Per i nazisti fedelissimi, il massacro degli ebrei era un modo per realizzare il punto più centrale del programma del partito. Per i meno ortodossi, era un modo pratico per ridurre il consumo di generi di primaria necessità e per fare spazio a futuri insediamenti tedeschi. La burocrazia tedesca parlava di Entjudung (desemitizzazione) come di un mezzo per eliminare «consumatori in eccesso» (überzählige Esser), creando in tal modo «equilibrio fra popolazione e spazio di sostentamento». Hitler stesso fu animato durante tutta la sua carriera politica da un odio fanatico per gli ebrei. Il suo antisemitismo ha radici in una tradizione più che millenaria, che sovente aveva condotto a eccidi di ebrei. Ma il passo da eccidio a genocidio non fu compiuto se non quando la tradizione antisemita incontrò la tradizione del genocidio sorta durante l’espansione europea in America, Australia, Africa e Asia”.

Era l’“Exterminate all the brutes” che ritornava, non nelle colonie ma direttamente nel centro dell’Europa, prendendo la forma dell’Olocausto. La Seconda Guerra Mondiale si è conclusa con la disfatta del nazismo, ma i vincitori non sono stati capaci di fare davvero i conti con l’Olocausto svelando e analizzando le dinamiche che lo hanno generato e le sue origini profonde. Come scrive Mahmood Mamdani, professore alla Columbia University di New York e studioso del colonialismo, dopo la guerra, “in Germania, non meno che negli Stati Uniti, il significato politico del genocidio non è mai stato ampiamente compreso. Entrambe le popolazioni hanno, per la maggior parte, denunciato il genocidio come un atto razzista, ma nessuna delle due ha riconosciuto quanto fosse anche un atto creativo, il cui esito sono gli Stati-nazione in cui vivono. I tedeschi si pentono per la «soluzione finale» senza ammettere di vivere quotidianamente il suo successo, in uno Stato in cui la maggioranza nazionale è stata di fatto separata dalla minoranza, elevandosi poi a nazione proprio a spese della minoranza”. E oggi, “il sostegno tedesco a Israele […] riflette tanto un’assunzione di responsabilità quanto l’incapacità di vedere all’opera la medesima ideologia nazionalista, nel Terzo Reich e in Israele. I nazisti hanno perseguito l’eliminazione degli ebrei che vivevano tra loro in modo che i tedeschi potessero avere lo Stato-nazione omogeneo [e oggi] i sionisti hanno creato lo Stato ebraico in Palestina in modo che anche gli ebrei potessero avere un proprio legittimo Stato-nazione omogeneo”.

L’importanza dell’idea di Nazione era chiara ai sionisti sin dall’inizio. Come spiega lo storico e scienziato politico israeliano Zeev Sternhell, “il pericolo fisico, che era una reale minaccia per gli ebrei dell’Europa dell’Est, non era l’unico pericolo. Il pericolo della perdita di identità – risultato del processo di modernizzazione che aveva cominciato a diffondersi anche nell’Est Europa – era ancora più grave”.

Alla luce di quanto abbiamo detto, non è strano che oggi l’“Exterminate all the brutes” ce lo troviamo di nuovo, in Israele. Come ha ricordato Naomi Klein, “dopo gli attacchi del 7 ottobre, i funzionari israeliani avevano dichiarato a gran voce l’intenzione di rispondere con una furia genocida. Ogni persona a Gaza sarebbe stata considerata colpevole, subumana; la Striscia sarebbe stata strangolata, affamata e bombardata fino a essere ridotta in macerie. Le autorità promettevano di combattere non solo per difendere Israele, ma anche per proteggere gli ebrei di tutto il mondo da quella che definivano la minaccia imminente di un secondo Olocausto. «Mai più è ora», ripetevano senza tregua”.

Il Ministro della difesa Yoav Gallant, il 9 ottobre, dichiarava di avere ordinato un assedio nella Striscia di Gaza: “Non ci sarà elettricità, cibo, acqua, carburante. Chiuderemo tutto. Stiamo combattendo con animali umani. E agiremo di conseguenza”. Il 12 ottobre il Presidente israeliano, Isaac Herzog, affermava: “È un’intera nazione ad essere responsabile. È falsa questa retorica sui ‘civili non consapevoli’. Non è assolutamente vero. Avrebbero potuto insorgere, avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio che ha preso il controllo di Gaza con un colpo di stato”. E pochi giorni dopo, il 18 ottobre, il premier Benjamin Netanyahu aggiungeva: “Non permetteremo l’assistenza umanitaria sotto forma di cibo e medicinali dal nostro territorio alla Striscia di Gaza”. I gazawi vengono definiti “un branco di topi che escono dalla tana” nella canzone “Harbu Darbu”, un grande successo del duo hip-hop israeliano Ness e Stilla.

In realtà la deumanizzazione degli arabi ha origini molto precedenti al 7 ottobre. Lo storico israeliano Tom Segev, ad esempio, ricorda come già poco dopo l’inizio della Prima Intifada, una ribellione sostanzialmente non violenta, con un forte ruolo assunto dai giovani e dalle donne palestinesi, ci fossero soldati israeliani “persuasi che bisognasse reprimere la rivolta palestinese con la stessa brutalità usata dai nazisti. Nell’estate 1989 i giornali rivelarono l’esistenza nelle forze armate di alcuni gruppi di nomi significativi – «Unità Mengele», «Plotone Auschwitz» e «Demjanjuk» – sorti per assassinare gli arabi”.

Sono gli anni in cui è molto attivo in Israele il rabbino Meir Kahane. Eletto alla Knesset con 25.000 voti nel 1984, Kahane, espressione del sionismo più estremista e razzista, chiedeva l’espulsione dei cittadini arabi di Israele e degli arabi dai Territori Occupati, e voleva imporre a tutta la popolazione la legge religiosa. Dopo un anno dall’elezione aveva presentato un progetto di legge con cui proponeva che la cittadinanza israeliana fosse riservata ai soli ebrei. Particolarmente preoccupanti erano i consensi raccolti da Kahane fra i giovani. Alcune bande di giovani ebrei cominciarono a irrompere nei quartieri arabi devastandoli e aggredendo la popolazione al grido di “morte agli arabi”. Tutto questo suscitò reazioni. Molti in Israele avevano fatto diretta esperienza dell’Olocausto. “Ho ancora nelle orecchie l’eco di «morte agli ebrei» e adesso hanno cambiato una parola e l’hanno fatto diventare «morte agli arabi»”, nota Segev.

Nel 1985 la Knesset approvò un emendamento che impediva l’elezione di chiunque si fosse macchiato di atti di razzismo, e questo impedì a Kahane di presentarsi alle elezioni successive. Ma, ricorda lo storico, “al suo posto si presentarono alcuni suoi seguaci, che chiedevano ugualmente la deportazione degli arabi, ma lo facevano con un linguaggio più accettabile, scevro del fanatismo religioso e dell’osceno razzismo di Kahane, un linguaggio che si richiamava al pensiero sionista e all’esperienza israeliana”.

Fra i seguaci di Kahane c’era anche l’attuale ministro Ben Gvir, membro del movimento giovanile del partito Kach, fondato da Kahane, partito bandito dal governo di Rabin in quanto organizzazione terroristica dopo la strage della Moschea di Hebron del 1994 per mano di un colono nazionalista religioso radicale, Baruch Goldstein, discepolo proprio di Kahane. Kahane non era riuscito a fare approvare la legge che riservava la cittadinanza solamente agli ebrei, ma questa legge è in qualche modo ritornata: la legge fondamentale del 2018 definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, e afferma che “Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico”. Una legge che rende i cittadini arabi cittadini di seconda classe e che declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale.

Come ricorda ancora Sven Lindqvist, la teoria nazionalsocialista tedesca del “Lebensraum” (spazio vitale) ambiva a dare alla Germania maggiori risorse e un più ampio spazio su cui operare, riunendo così le popolazioni tedesche sparse in Europa sotto un unico grande Reich. Un concetto simile lo troviamo anche nel pensiero fascista italiano, come giustificazione delle sue aspirazioni di espansione territoriale. E il Lebensraum affiora in diversi aspetti della politica di Israele in questi ultimi anni. Ad esempio, nella legge fondamentale del 2018 citata prima si incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei e si afferma che “lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne l’insediamento e il consolidamento”. E lo ritroviamo oggi in ciò che stanno facendo i coloni in Cisgiordania per rendere impossibile la vita ai palestinesi.

Che tutto questo sarebbe successo l’aveva ben capito Yeshayahu Leibowitz, filosofo e chimico israeliano, docente nell’Università Ebraica e redattore dell’Enciclopedia ebraica che, dopo la conclusione della Guerra dei sei giorni nel 1967, scriveva: “L’orgoglio nazionale e l’euforia che hanno seguito la Guerra dei sei giorni sono temporanei e ci condurranno da un nazionalismo orgoglioso e in ascesa a un ultranazionalismo estremo e messianico. La terza fase sarà caratterizzata dalla brutalità e quella finale segnerà la fine del sionismo”.

 

Giorgio Gallo è uno dei fondatori del Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, di cui è stato il primo Direttore. Informatico, esperto di modelli e metodi di decision-making in situazioni di conflitto, si interessa da molti anni alla situazione in Palestina.