Una comunità umana dal futuro condiviso: la proposta della Cina al mondo

di Pablo Baldi
L’Occidente continua a guardare alla Repubblica Popolare Cinese con lenti etnocentriche, come tali inadeguate e fuorvianti. Da una parte, la crescita economica del paese viene ancora interpretata come il risultato di furti tecnologici, pratiche commerciali scorrette e manodopera a basso costo, ovvero se ne annuncia la prossima crisi segnalando la crescita di una bolla immobiliare. Dall’altra parte, si liquida il sistema politico cinese come autoritario e repressivo, e si guarda al ruolo internazionale del paese come a una minaccia per i valori occidentali, per la sicurezza e per la pace.
La caratteristica comune di queste posizioni è quella di conoscere poco la complessa realtà cinese contemporanea e di interpretare quello che si conosce, o si crede di conoscere, attraverso le categorie occidentali assunte come parametro universale di civiltà. Non solo occorre abbandonare questa postura tardo colonialista: occorre anche sforzarsi di comprendere la situazione attuale e le prospettive della Cina in una prospettiva di lungo periodo, riconoscendo le peculiarità filosofiche, culturali, sociali e politiche del paese e della sua storia millanaria.
In questa direzione, può essere utile ricostruire com’è cambiato nel corso dei decenni il profilo ideologico-politico della Repubblica Popolare Cinese, fino all’attuale proposta di costruire una comunità umana dal futuro condiviso, fondata sulla convivenza pacifica e sul rispetto reciproco nel quadro del diritto internazionale vigente.
Lasciarsi alle spalle il “secolo dell’umiliazione”
I cinesi chiamano la propria patria “Paese al Centro” o “Regno di Mezzo” (Zhōngguó). Al di là delle sue origini storiche, connesse al processo di unificazione del paese a partire dalle regioni centrali, questa denominazione dice molto di come il popolo cinese tenda a guardare sé stesso e il proprio ruolo nel mondo. Solo tenendo conto di questa centralità auto-attribuita è possibile farsi un’idea di quanto sia stata traumatica per la Cina la sopraffazione straniera subita tra Ottocento e Novecento.
Gli storici cinesi concordano nel collocare il cosiddetto “Secolo dell’umiliazione” tra la Prima guerra dell’oppio (1839), con cui l’imperatore è costretto ad aprire il paese al commercio straniero, e la nascita della Repubblica Popolare (1949). Le parole con cui Mao annuncia la nascita della “Nuova Cina” nei giorni successivi alla vittoria nella guerra civile cristallizzano lo stretto legame tra socialismo e patriottismo nella politica cinese contemporanea: “La Cina si è rialzata in piedi. Nessuno ci umilierà più!”.
L’intera storia della Repubblica Popolare può essere interpretata come un cammino per tornare a essere rispettati e ammirati dal resto del mondo. Dal momento, però, che l’ascesa globale cinese attualmente in corso intacca l’egemonia unipolare statunitense questo cammino viene interpretato in Occidente come una “minaccia”, creando una situazione conflittuale in cui il ricordo dell’umiliazione subita riaffiora con forza.
La via cinese al comunismo secondo Mao
Gli sviluppi ideologici del marxismo cinese, in atto dagli anni ’80 del secolo scorso, vengono chiamati “Seconda integrazione” per distinguerla dalla prima, identificata dal Partito Comunista Cinese (PCC) nel pensiero di Mao Zedong. Quest’ultimo aveva adattato la tradizione marxista alle specifiche condizioni storiche e materiali della Cina nella prima metà del Novecento: sviluppandosi in un paese semicoloniale, la Rivoluzione Cinese non poteva seguire lo stesso percorso della Rivoluzione Russa.
Mao emerge come leader del PCC intorno al 1935. La sua strategia politico-militare, incentrata sull’idea che “le campagne accerchiano le città”, sposta il baricentro e la base sociale della rivoluzione verso i contadini e le aree rurali. Inizialmente, l’Internazionale Comunista (Comintern) aveva favorito una strategia più tradizionale basata sul proletariato urbano, ma le sue direttive non avevano dato i risultati attesi. La fine nel 1927 dell’alleanza contro i signori della guerra e anti-coloniale col Partito nazionalista cinese, il Kuomintang, aveva portato a una violenta repressione dei comunisti nelle città e a un decennio di guerra civile, spingendo il PCC alla ritirata dal Sud verso il Nord del paese, passata alla storia come “Lunga Marcia”.
Nel 1940 Mao teorizza la “Nuova democrazia” o “Dittatura democratica del popolo”. Tale modello, alternativo sia alla dittatura della borghesia (affermatasi in Europa in due varianti, quella liberal-democratica e quella fascista) che alla dittatura del proletariato (affermatasi in Unione Sovietica), consiste nel governo congiunto di tutte le classi rivoluzionarie. La bandiera cinese rappresenta plasticamente questo modello: il PCC (stella grande) è la guida dei contadini, degli operai, della piccola borghesia e della borghesia nazionale (quattro stelle piccole).
La “dittatura democratica del popolo” viene proposto come possibile modello di riferimento per i paesi che dovevano ancora liberarsi da una condizione coloniale o semicoloniale. Tale condizione favoriva l’allineamento degli interessi di tutte le classi anti-imperialiste mentre, secondo l’analisi di Mao, nei paesi imperialisti come la Russia zarista gli interessi della borghesia erano legati a quelli dell’imperialismo e quindi contrari a quelli degli operai e dei contadini.
Già dagli anni ‘40 la lotta politica interna è inscindibile dal ruolo della Cina nella comunità internazionale: da un lato, il PCC persegue l’unità di tutte le classi anti-imperialiste (sotto la guida di contadini e operai) contro il Kuomintang (identificato con la grande borghesia imperialista); dall’altro lato, il partito persegue un tipo di rivoluzione adeguato alle specifiche condizioni materiali del paese, anche al fine di creare uno spazio di indipendenza strategica dall’Unione Sovietica.
Riforma e apertura
Dopo la Rivoluzione Culturale, lanciata da Mao nel 1966 contro i vertici del partito accusati di revisionismo e affidata alle Guardie Rosse, si apre nel paese una fase di transizione nota come “eliminazione del caos e ritorno alla normalità”. Le vittime della Rivoluzione culturale vengono riabilitate e si afferma la leadership di Deng Xiaoping, massimo esponente delle politiche di “riforma e apertura” volte a promuovere le “quattro modernizzazioni” teorizzate da Zhou Enlai nel 1965, che dovevano riguardare l’agricoltura, la scienza e la tecnologia, l’industria e la difesa.
L’obiettivo principale del PCC passa dalla lotta di classe alla “costruzione economica”, precondizione delle quattro modernizzazioni, al fine di “costruire un paese socialista ad alto grado di civilizzazione e democrazia entro il 2000”.
Insieme alla politica di riforma e apertura, Deng lancia i “Quattro principi cardinali”: aderire alla via socialista, alla dittatura democratica del popolo, alla leadership del PCC, al marxismo-leninismo e al Pensiero di Mao Zedong. Questi principi costituivano la risposta ai timori di una parte del partito e del paese che la modernizzazione coincidesse con una transizione al capitalismo e un’adesione al modello occidentale.
Tramite il principio maoista di “ricercare la verità attraverso i fatti” (Shíshì qiúshì) il PCC riesce a mantenere la coerenza ideologica nonostante il cambio di strategia: Mao viene criticato per aver formulato politiche estremiste, che non consideravano le condizioni materiali del paese, quindi per non aver seguito il Pensiero di Mao Zedong, che condiziona l’avvento del socialismo alla realizzazione delle adeguate basi economiche. La politica del “Grande balzo in avanti” (1958-61) viene criticata come emblema di questo errore, perché ha fissato obiettivi irraggiungibili per le condizioni materiali di partenza, aggravando la carestia del 1959-61.
Il socialismo con caratteristiche cinesi
Al XII Congresso nazionale del PCC (1982) Deng Xiaoping esorta il partito a “seguire il proprio percorso e costruire un socialismo con caratteristiche cinesi” al fine di ottenere la “prosperità comune” o condivisa (Gòngtóng fùyù), a cui fa costante riferimento anche l’attuale Segretario Generale Xi Jinping.
In questa prospettiva, l’adozione di politiche consone alle condizioni materiali della Cina non porta alla creazione di un modello che altri paesi possano o debbano imitare. Ne consegue la formulazione di politiche volte a rispondere alle specifiche problematiche del paese e quindi, per definizione, applicabili solo nel contesto cinese.
Il saldo controllo politico del partito su un’economia nazionale sempre più legata alla globalizzazione viene denominato da Jiang Zemin, Segretario Generale dal 1989 al 2002, “economia socialista di mercato”. Si tratta della “fase primaria del socialismo”, il cui obiettivo è lo sviluppo delle forze produttive tramite il dirigismo del Partito-Stato in un’economia di mercato, di cui si sfruttano le dinamiche di innovazione e competizione. I piani quinquennali indicano la direzione strategica verso cui l’economia deve muoversi, mentre i meccanismi di mercato vengono sfruttati per allocare efficacemente le risorse.
Il segretariato di Jiang Zemin è caratterizzato dall’affermazione della “teoria delle tre rappresentanze”: per ottenere il sostegno del popolo il PCC deve farsi rappresentante delle forze produttive avanzate, della cultura avanzata e degli interessi fondamentali della maggioranza del popolo cinese. Questa teoria è l’istituzionalizzazione del percorso iniziato con Deng Xiaoping: ricostruire il partito dando preminenza ai giovani esperti meritevoli.
Si tratta di una totale inversione di marcia rispetto agli ultimi anni della presidenza Mao, durante i quali la fedeltà ideologica era diventata il criterio di promozione dei quadri e gli intellettuali erano considerati figure reazionarie da combattere o da rieducare con il lavoro agricolo. Anche l’enfasi sul merito e sullo studio, preludio della riscoperta dei valori confuciani da parte del PCC, costituisce una netta rottura con l’orientamento della Rivoluzione culturale che voleva smantellare i “quattro vecchi”: “vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchie usanze”.
L’idea di una società socialista armoniosa
Le politiche di riforma e apertura avviate nel corso degli anni ’70 si sono tradotte, nei quattro decenni successivi, in una crescita economica senza precedenti. Nel 1978 il PIL della Cina era di 364,5 miliardi di yuan, mentre nel 2007 è salito a 24,95 trilioni di yuan, con un tasso di crescita medio annuo del 9,8%, mentre il tasso di crescita medio dell’economia mondiale nello stesso periodo è stato del 3%.
Al tempo stesso, si è assistito a un aumento significativo delle diseguaglianze in termini di reddito, su cui ha inciso in modo particolare la località di residenza: le politiche di sviluppo hanno favorito, infatti, le aree urbane delle province costiere, mentre le aree rurali interne ne hanno beneficiato in misura molto minore, partendo per altro da livelli di reddito più bassi delle città.
Questi cambiamenti repentini hanno destabilizzato la società cinese sul piano della coesione, mettendo alla prova la tenuta ideologica della società intorno alla tradizionale visione del partito. Come ha affermato Maurizio Scarpari, sinologo e coordinatore dell’opera «La Cina» pubblicata da Einaudi, in quegli anni “si è creato un vuoto spirituale, culturale, che solo la religione e certi valori sono [stati] ritenuti in grado di colmare”.
La leadership cinese ha scelto una via non occidentale per risolvere questi problemi, recuperando tra le proprie tradizioni quelle che in passato avevano tenuto insieme il paese. In questo quadro si spiega la riproposizione ufficiale di un insieme di valori confuciani: l’idea di governare attraverso l’esempio invece che attraverso la forza, di conquistare i cuori e le menti del popolo attraverso la benevolenza e la ricerca di una prosperità comune, di rispettare la divisione dei ruoli sulla base delle diverse virtù e competenze. Nel suo saggio Confucianesimo e potere nella Cina d’oggi Scarpari ha chiarito che, nella visione confuciana, l’armonia passa attraverso l’accettazione della diversità, il riconoscimento del disaccordo, l’assunzione del conflitto e la ricomposizione delle differenti posizioni ed esigenze.
Recuperando elementi chiave del confucianesimo, i leader Hu Jintao e Wen Jiabao hanno introdotto a partire dal 2004 i concetti di armonia (héxié) e società armoniosa (héxié shèhuì), per alludere a una società coesa in contrapposizione all’esclusione che le crescenti diseguaglianze interne stavano producendo. La nuova dottrina del partito identifica la società armoniosa come “democrazia, equa giustizia, sincerità, vitalità, ordine stabile, rapporto armonioso tra essere umano e natura”.
Dopo decenni di crescita economica impetuosa senza precedenti, la priorità del PCC diviene quella di colmare gli squilibri causati da disuguaglianze territoriali e inquinamento ambientale: nel 2007 viene formulata la “Prospettiva scientifica sullo sviluppo”, volta ad armonizzare lo sviluppo sostenibile tramite un approccio umanista.
La “seconda integrazione” come guida nella nuova era
La “seconda integrazione” consiste nell’uso, da parte del PCC, degli elementi più avanzati della cultura tradizionale cinese per migliorare la propria governance e formulare politiche ritenute consone all’orientamento valoriale del paese. Questa seconda si affianca alla “prima integrazione”, quella storica tra marxismo e condizioni materiali cinesi (già teorizzata da Mao), formando insieme le cosiddette “due integrazioni”. In sostanza, mentre Mao aveva “sinizzato” il marxismo adattandolo al contesto socio-economico della Cina semicoloniale, Xi compie un passo ulteriore: legittima il recupero della tradizione culturale cinese (confucianesimo incluso) come fonte di valori compatibili col socialismo, non più vista come residuo feudale da superare ma come risorsa identitaria e ideologica all’altezza dei tempi.
Questo sviluppo ideologico è funzionale a governare quella che Xi Jinping ha chiamato la “Nuova era”, caratterizzata da “profondi cambiamenti che non si vedevano da un secolo” e dalla sempre maggiore centralità di Pechino nella comunità internazionale. Si tratta, al tempo stesso, di una fase nuova dello sviluppo socialista, dopo le fasi della fondazione (Mao), della crescita economica (Deng) e del consolidamento (Jiang/Hu).
La “seconda integrazione” nella politica internazionale
La politica estera cinese è incentrata, fin dal 1954, sui cinque principi per una coesistenza pacifica: il rispetto reciproco per la sovranità e l’integrità territoriale, la non aggressione reciproca, la non interferenza reciproca negli affari interni dell’altro, l’uguaglianza e il reciproco vantaggio, e la coesistenza pacifica.
Questi principi rispondevano alla necessità di ottenere il riconoscimento internazionale come legittimo governo cinese per uscire dall’isolamento successivo alla seconda guerra mondiale in un clima da guerra fredda, e rispondono ancora oggi all’esigenza di presentare alla comunità internazionale la riunificazione cinese con Taiwan come una questione interna, al fine di delegittimare preventivamente eventuali interventi esterni a sostegno dell’indipendenza formale dell’isola.
Lo scenario attuale delle relazioni internazionali è caratterizzato dall’enorme sviluppo manifatturiero che ha reso la Cina la fabbrica del mondo e la prima esportatrice globale. Legando l’ascesa pacifica cinese alle sorti del commercio internazionale, la dirigenza del PCC intende stringere un nesso indissolubile tra la prosperità cinese e la pace globale. Ma intende anche promuovere una diplomazia più assertiva nella difesa degli interessi cinesi.
La Cina è passata da essere un attore adempiente alle norme internazionali a essere una potenza creatrice di norme internazionali. Ciò è particolarmente evidente nel campo della governance globale. Dal punto di vista economico, il governo porta avanti il piú grande progetto infrastrutturale e logistico della storia, noto come la Nuova Via della Seta, mentre dal punto di vista diplomatico-giuridico propone la Costruzione di una Comunità umana dal futuro condiviso (CCUFC).
L’impegno per una Comunità umana dal futuro condiviso
La CCUFC viene pensata e presentata come radicata nei valori tradizionali cinesi come “Sii gentile con il tuo vicino“, “Cerca l’armonia attraverso l’integrità” e “Promuovi l’armonia tra tutte le nazioni“. La CCUFC incarna una visione ideale ma anche pragmatica: dal momento che gli Stati hanno interessi intrecciati e comuni, la Cina chiede che si collabori nelle sfide globali che non possono essere risolte singolarmente dagli Stati. In una fase di disgregazione dell’ordine internazionale, la Cina promuove la cooperazione reciprocamente vantaggiosa, presentandosi come una potenza responsabile che preserva la stabilità e contrasta l’insorgere del caos.
La CCUFC è, in particolare, l’applicazione moderna del concetto di cinese tradizionale di tianxia (letteralmente: tutto ciò che sta sotto il cielo), basato sull’idea dell’armonia nella diversità. In questa prospettiva, la Cina si pone come una civiltà millenaria fiera della propria tradizione culturale e invita al dialogo paritario tra civiltà diverse al fine di trovare un terreno comune su problemi concreti. L’interdipendenza deve portare gli Stati a trovare un terreno comune per risolvere le sfide globali, ma non per questo deve esserci una convergenza culturale o l’egemonia di una parte del mondo sulle altre. Sul piano interno, ciò significa che il popolo cinese e i dirigenti comunisti devono preservare la sicurezza di sè e non cedere alla pressione occidentalizzante: la strada indicata è quella di un paese che può e vuole diventare una potenza globale senza compromettere la propria identità.
Il sempre maggiore riconoscimento internazionale di questa proposta di convivenza pacifica, parallelamente alla crisi dell’egemonia unipolare statunitense, porta molti analisti occidentali a interpretarla come una “minaccia”. La seconda integrazione ha un ruolo anche nell’attutire queste preoccupazioni, creando un’immagine della Cina come portatrice di una cultura millenaria incentrata sul mantenimento della pace. Non è un caso che la diplomazia cinese usi sempre piú frequentemente proverbi tradizionali quando esprime le proprie posizioni. Ne è un esempio la condanna dell’aggressione israelo-americana all’Iran da parte del ministro degli esteri cinesi all’ONU: “Le armi sono strumenti infausti e non dovrebbero essere usate senza discernimento”.
In conclusione, la seconda integrazione invita a guardare alla Repubblica Popolare Cinese adottando una prospettiva di lungo periodo e multidimensionale – filosofica, culturale, economica, politica, giuridica – rinunciando a narrazioni etnocentriche. Oltre ad avere un interesse strutturale per la pace, dovuto alla sua interdipendenza con l’economia globale, la Cina vuole mostrare che il proprio progetto di una comunità internazionale multilaterale è coerente con la sua visione del mondo oltre che con i suoi interessi: una visione incentrata sull’armonia nella diversità, sul rispetto reciproco e sull’impegno a risolvere i problemi in modo negoziato e pragmatico.
Pablo Baldi è laureando in Scienze Politiche all’Università di Pisa. Attualmente svolge un tirocinio di ricerca presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace collaborando a “Scienza&Pace Magazine”.


