giovedì, Febbraio 26, 2026
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La registrazione dei suoli in Cisgiordania e l’espulsione dei palestinesi

 

a cura della Redazione 

In un recente articolo su La Stampa, Francesca Mannocchi discute la decisione del governo israeliano del 15 febbraio 2026 di riavviare il processo di registrazione fondiaria in Cisgiordania, soprattutto nell’Area C, ovvero la zona che copre circa il 60 % del territorio e che è sotto pieno controllo civile e di sicurezza israeliano secondo gli accordi di Oslo.

In un articolo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz, Dalia Scheindlin sostiene che questo cambiamento non è più una semplice “espansione degli insediamenti” o “controllo amministrativo”, ma una modifica normativa strutturale che conferisce a Israele poteri inediti sulla gestione giuridica delle terre e sulla sovranità in Cisgiordania.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha definito la decisione una forma di annessione de facto, mentre diversi Paesi arabi e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica l’hanno condannata come violazione del diritto internazionale. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso in una dichiarazione su X la sua condanna del gesto di Israele, sostenendo che la misura potrebbe facilitare la confisca di proprietà palestinesi e compromettere la soluzione dei due Stati. La presa di posizione delle Nazioni Unite richiama le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui la Risoluzione 2334 del 23 dicembre 2016, che considera privi di validità legale gli insediamenti nei territori palestinesi occupati.

L’Unione Europea ha parlato di una possibile escalation, ribadendo che l’annessione unilaterale di territori occupati è contraria al diritto internazionale. Anche l’Italia ha aderito formalmente a una condanna, presso le Nazioni Unite, delle misure unilaterali israeliane che mirano a espandere la presenza in Cisgiordania e che potrebbero alterare lo status dei territori occupati.

Per comprenderne la portata, è necessario inserirla in un duplice contesto: quello della storia giuridica della Cisgiordania e quello, più ampio, del ruolo che la registrazione della terra ha avuto nella formazione e nel consolidamento dello Stato di Israele. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, fino ad allora sotto amministrazione giordana. La maggioranza della comunità internazionale considera il territorio “occupato” ai sensi del diritto internazionale umanitario.

Il regime fondiario locale è frutto di una stratificazione normativa: diritto ottomano (in particolare il Codice fondiario del 1858), normativa del Mandato britannico (1920-1948), legislazione giordana (1948-1967) e, dopo il 1967, ordini militari israeliani. Questa complessità ha prodotto un sistema con registri incompleti e molte terre mai formalmente accatastate. Dopo il 1967, Israele ha sospeso gran parte delle procedure sistematiche di registrazione, lasciando ampie aree in uno stato di incertezza giuridica.

Con gli Accordi di Oslo (1993-1995), la Cisgiordania è stata suddivisa in tre aree: A, B e C. L’Area C — circa il 60% del territorio — è rimasta sotto pieno controllo israeliano. È qui che si concentra la nuova iniziativa: chi rivendica un fondo deve dimostrare documentalmente la proprietà; in assenza di prove ritenute sufficienti, il terreno può essere classificato come “terra dello Stato”. 

La centralità della registrazione fondiaria nella storia israeliana precede il 1967. Durante il Mandato britannico e già nel tardo periodo ottomano, l’acquisizione e la registrazione formale della terra furono strumenti chiave del movimento sionista. Organizzazioni come il Jewish National Fund (Keren Kayemeth LeIsrael), fondato nel 1901, acquistarono terreni e ne curarono la registrazione legale per garantire un controllo stabile e riconosciuto giuridicamente.

Dopo la proclamazione dello Stato nel 1948, la gestione della terra divenne uno dei pilastri della costruzione statale. Attraverso la Absentees’ Property Law, Israele trasferì allo Stato e ad enti pubblici vaste proprietà appartenenti ai palestinesi che avevano lasciato il territorio durante la guerra del 1948. Nel 1960 fu istituita la Israel Land Administration (oggi Israel Land Authority), incaricata di amministrare le terre statali, che oggi costituiscono la grande maggioranza del suolo israeliano. La registrazione e la classificazione delle terre — come “terra dello Stato”, “terra demaniale”, “proprietà privata” — hanno quindi svolto un ruolo cruciale nella definizione dei rapporti tra Stato, collettività e territorio. In questo senso, la dimensione tecnica del catasto è sempre stata intrecciata con la dimensione politica della sovranità e della pianificazione territoriale. 

La Quarta Convenzione di Ginevra disciplina la protezione dei civili nei territori occupati e limita la possibilità della potenza occupante di appropriarsi di proprietà privata o modificare in modo permanente lo status del territorio. Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito in un parere consultivo che la presenza israeliana nei Territori Palestinesi Occupati solleva gravi questioni di compatibilità con il diritto internazionale. Una registrazione sistematica che conduca alla classificazione di vaste aree come “terre dello Stato” eccede le prerogative di un’amministrazione temporanea.

 

Approfondimenti

Benvenisti, E. (2012). The international law of occupation (2nd ed.). Oxford University Press.

Forman, G., & Kedar, A. (2004). From Arab land to “Israel lands”: The legal dispossession of the Palestinians displaced by Israel in the wake of 1948. Environment and Planning D: Society and Space, 22(6), 809–830.

Kretzmer, D. (2002). The occupation of justice: The Supreme Court of Israel and the occupied territories. Israel Law Review, 34(2), 1–45.

Shehadeh, R. (1982). The law of the land: Settlements and land issues under Israeli military occupation. Institute for Palestine Studies.