Tra teoria e prassi del diritto: le Cliniche legali

Intervista ad Alessandra Sciurba a cura di Chiara Magneschi 

 

Quello delle cliniche legali è stato definito come un “movimento globale”, tanto vasta è la loro diffusione. Eppure, soprattutto in Italia, non pare scontata la conoscenza del ruolo e delle potenzialità che esse hanno nel tessuto sociale, quali alleate della formazione universitaria di giuristi e giuriste che, una volta terminato il corso di laurea, passeranno dallo studio teorico del diritto alla sua applicazione. Tale passaggio è in molti casi poco consapevole: ci si trova ad esercitare la professione di giurista senza una vera motivazione e significazione, scarsamente edotti su come essa si traduca in “azione” e di come possa sostenere chi è impossibilitato a difendersi con i propri mezzi. In altri casi, invece, la messa in pratica del diritto si rivela traumatica, per la netta cesura tra le “promesse” delle norme astratte e il loro utilizzo concreto, declinato secondo modalità che spesso arrivano a distorcerne le premesse valoriali originarie. In entrambi i casi, dalla lettura dei manuali giuridici si arriva a utilizzare lo strumento-diritto senza disporre delle istruzioni, “senza aver mai veduto un caso vivo del diritto”, come direbbe Francesco Carnelutti. In questo orizzonte, l’esperienza pratica delle cliniche legali è un mezzo efficacissimo di superamento dei predetti limiti. Infatti, essa è in grado sia di riempire di senso la traduzione della teoria nella prassi, permettendo di riconoscere una vocazione etica al diritto e rendendo meno disincantato l’approccio con le fonti ma al contempo più energica l’attività di tutela dei diritti – specie di quelli delle minoranze e dei soggetti vulnerabili – da parte dei futuri giuristi. Questa breve intervista trae spunto da una lezione sul tema delle cliniche legali tenuta da Alessandra Sciurba nell’ambito del Corso di “Teoria e prassi dei diritti umani” istituito presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e di cui è titolare il professor Thomas Casadei, ed è motivata dal forte auspicio che le università che ancora non hanno accolto tali “laboratori” possano farlo.

 

Chiara Magneschi: Alessandra, sei una delle colonne portanti di una delle Cliniche Legali più attive in Italia, ovvero la Clinica Legale per i Diritti Umani dell’Università di Palermo (Cledu). In particolare, la “tua” clinica è strenuamente operativa in materia di migrazioni e diritto di asilo. Come potremmo definire le cliniche legali? 

Alessandra Sciurba: Sono degli spazi in cui il diritto viene conosciuto e praticato da studenti e studentesse attraverso un insegnamento non frontale né nozionistico; una sorta di  laboratori di pratica professionale fondati sull’esperienza. Le cliniche legali nascono all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti, e non è un caso: si diffondono nei Paesi di Common Law (Regno Unito, Australia, Canada, India) per prossimità ad una certa concezione del diritto. Tra le correnti giusfilosofiche, i fondamenti teorici dell’approccio clinico-legale sono comunemente rinvenuti nel realismo giuridico e in parte nei cosiddetti critical legal studies. Nelle parole di Jerome Frank (esponente del realismo giuridico americano), il “metodo clinico” – così chiamato per analogia con le cliniche mediche, in cui agli studenti era consentito assistere alle operazioni chirurgiche – presuppone il contatto diretto con le persone, se si prescinde dal quale “l’insegnamento è senza sangue, uno scheletro senza vita e le norme e i principi giuridici sono pallidi, devitalizzati”. Alla base del metodo clinico è una concezione del diritto complessa e interdisciplinare, che risponde alle esigenze della realtà e incide direttamente su di essa. 

In Italia le cliniche legali si sviluppano solo negli anni ’90 del secolo scorso. Prima di questo momento, si sono registrati tentativi, tutti falliti, di esportare tale modello in Asia, Africa, America Latina, da parte di grandi Fondazioni straniere. Il fallimento di questi “esperimenti” è riconducibile al fatto che si è tentato di imporle dall’alto, con un approccio, per così dire, “post-coloniale”, mentre l’esperienza insegna che le cliniche hanno successo quando nascono dal basso, dalle istanze e dai bisogni del territorio.

Non si tratta certo di un fenomeno “piano”. La definizione stessa di “clinica” legale è stata accettata con qualche difficoltà da alcune realtà che hanno legittimamente sottolineato i rischi della pretesa universalizzante di quel discorso “medico” che Michel Foucault ha definito proprio come “clinico”, criticandone la tendenza a costruire “regimi di verità” rispetto a cosa sia da considerare normale o “anormale”, patologico o sano, regolare o deviante. Per come si è sviluppato storicamente e per le sue declinazioni, specialmente in Italia, l’approccio clinico-legale ha però dimostrato pienamente l’attitudine a dare vita invece a interventi sistemici volti proprio a utilizzare il diritto per proteggere le persone dai poteri che spesso ne violano i diritti. 

Rispetto agli elementi sulla base dei quali definire una critica legale, ne vengono usualmente citati due. Il primo riguarda il metodo di insegnamento/apprendimento del diritto, improntato al cosiddetto “learning by doing“, per utilizzare un’espressione ormai un po’ abusata; il secondo riguarda invece l’obiettivo di promozione della giustizia sociale. Il metodo dell’imparare facendo, attraverso il confronto con casi reali rispetto ai quali intervenire in concreto, preparando studentesse e studenti alla realtà delle professioni legali già dal percorso di studi, è pacificamente considerato consustanziale ad un approccio clinico legale. La finalità di promozione della giustizia sociale, invece, pur essendo spesso data anch’essa per scontata, è criterio più controverso, poiché poggia su elementi del tutto valoriali. Nella definizione di clinica legale proposta dalla Rete Europea delle Cliniche Legali, ad esempio, si parla precisamente del ruolo sociale delle cliniche nel favorire la giustizia sociale e del “ruolo del professionista socialmente orientato nella promozione dello stato di diritto”. Le cliniche sono solitamente considerate (e lo sono, il più delle volte) uno strumento di accesso alla giustizia per persone marginalizzate che altrimenti farebbero fatica a esercitare i propri diritti, e persino a conoscerli (più di un terzo delle cliniche legali italiane assiste persone migranti, minoranze, richiedenti asilo). 

 

CM: Alla luce di questa definizione moralmente connotata, come definire allora quelle cliniche legali (seppure una netta minoranza) che si occupano di diritto bancario e hanno come “clienti” le banche?

AS: Questa è una domanda che resta aperta, ed esiste certamente il rischio di “normalizzare” un metodo clinico-legale concepito, e in effetti concepibile, come mera tecnica. Sta di fatto, comunque, che la maggior parte delle cliniche legali hanno assunto in maniera esplicita l’obiettivo della giustizia sociale. In Italia, la quasi totalità di esse adotta una concezione specifica di cosa significhi diventare oggi un giurista, riassumibile in quell’impegno, non solo giuridico, che, per usare le parole di Gustavo Zagrebelsky riferite ai valori sanciti dalla Costituzione italiana, può consentire  alla lex di trasformarsi in ius, forza culturale, vivente nella società. Questa è, appunto, la scommessa che la stragrande maggioranza delle cliniche legali italiane ha fatto.  

 

CM: Esistono vari modelli di cliniche legali?

AS: Ci sono tanti tipi di cliniche legali. Quelle in house live-client, che aprono le porte dell’Università a persone che hanno bisogno di supporto legale: lo studente e la studentessa, sotto la supervisione del tutor e all’interno della struttura universitaria, svolgono le attività di primo colloquio con le persone che chiedono assistenza , e poi elaborano e forniscono la consulenza giuridica, previa ricerca sul caso e, quando serve, arrivano alla redazione di atti. Da esse si distinguono le cliniche che lavorano su simulazioni a partire da casi concreti, veri o fittizi. Ci sono poi quelle che si basano sull’externship, ovvero sull’offrire agli studenti tirocini all’esterno dell’Università, presso enti, associazioni, studi legali, tribunali, con la supervisione di tutor interni.

Un’altra distinzione corrente è quella tra individual legal clinic, volta a favorire l’accesso alla giustizia dei singoli individui, e community legal clinic, che si occupa delle necessità di una comunità locale, ad esempio in materia di tutela ambientale.

Quest’ultima attività, in particolare, si interseca spesso con quella di street law, finalizzata a favorire la conoscenza, per determinate fasce della popolazione, dei “propri diritti”. Come Cledu abbiamo, ad esempio, agli albori dell’implementazione del cosiddetto “approccio hotspot”, elaborato dei flyers per le persone che sbarcavano a Lampedusa in cui spiegavamo, al di là delle leggi vigenti, che cosa succedeva “davvero” dentro l’hotspot. In quel periodo, infatti, dopo la frettolosa compilazione di un “foglio notizie” che di fatto escludeva le persone dall’accesso alla richiesta di asilo, venivano consegnati in massa dei provvedimenti di respingimento differito, con l’ordine di lasciare l’Italia entro una settimana dall’aeroporto di Roma Fiumicino. Centinaia di persone venivano quindi trasferite dagli hotspot per essere abbandonate in stazione o in strada, senza risorse, a volte senza nemmeno le scarpe, con questi fogli in mano. Nel flyer si spiegava anche quali strumenti poter azionare per tutelarsi rispetto a tali illegittime prassi. In sede giudiziale, nel frattempo, la Cledu, insieme ad altre associazioni di giuristi, riusciva a raccogliere molte procure per attivare una serie di ricorsi che hanno infine contribuito alla sospensione (o almeno al ridimensionamento) di queste procedure del tutto illegali. 

Importante è pure l’attività di ricerca, monitoraggio e studio delle leggi, volta anche a promuovere proposte di leggi migliorative di quelle già promulgate. Inoltre, le cliniche possono svolgere azioni di primo livello, offrendo un sostegno legale diretto alle persone, o di secondo livello, consistente nella consulenza ai rappresentanti delle persone che hanno bisogno di assistenza legale, come le associazioni, le stesse istituzioni, i responsabili dei centri di accoglienza. Molte cliniche legali svolgono tutte queste attività contemporaneamente. 

In generale, in Italia, affrontano temi di cogente attualità e svolgono un ruolo di tutela delle persone “rese vulnerabili” dalle politiche contemporanee e da leggi e prassi che producono discriminazione. 

 

CM: Quali sono le modalità di intervento delle cliniche legali italiane? 

AS: Mentre negli Stati Uniti, il cui ordinamento non prevede l’istituto del gratuito patrocinio, le cliniche legali intervengono soprattutto in fase giudiziale, in Italia il 60% della loro attività è di natura stragiudiziale. Questo non dipende solo dal fatto che la fase giudiziale può essere coperta dal gratuito patrocinio e quindi, almeno formalmente, l’accesso alla giustizia è in questo senso garantito ad ogni persona. L’impegno in sede stragiudiziale è dovuto soprattutto alla consapevolezza che le prassi amministrative sono quelle in cui spesso si nascondono le forme di ingiustizia più subdole e difficili da rilevare. Per fare solo un esempio, molte questure si ostinano a richiedere un passaporto o altri documenti aggiuntivi per il rilascio di permessi di soggiorno per cui tali documenti non sarebbero assolutamente previsti, con la conseguenza che molte persone che avrebbero pieno diritto ad accedere a uno status regolare si trovano abbandonate in una situazione di limbo. La clinica legale di Palermo ha elaborato alcuni ricorsi contro simili prassi, anche in casi in cui i soggetti richiedenti il permesso erano minori, giunti sul territorio italiano senza genitori e privi di passaporto. Ricorsi molto spesso vinti, anche se non hanno purtroppo mai costituito un “precedente” poiché non hanno portato a un mutamento strutturale del comportamento delle questure, nonostante quest’ultimo sia contrario al dettato legislativo e alle circolari ministeriali sul punto. 

La metà delle cliniche legali in Italia svolge anche attività di street law. Tutte hanno portato le Università di riferimento ad aprirsi al mondo esterno, avviando collaborazioni con soggetti terzi, soprattutto con realtà associative del territorio. Il Dipartimento di Giurisprudenza di Palermo, ad esempio, è diventato davvero parte attiva del quartiere in cui è ubicato, quello dell’Albergheria, dove ha sede il famoso mercato di Ballarò, mentre spesso le università corrono il rischio di essere percepite come cattedrali nel deserto. Tra i vari contributi dati alla comunità in cui è sito, il nostro Dipartimento ha partecipato al processo di conversione del mercato “abusivo” dell’usato sito nel quartiere in un mercato regolamentato. 

 

CM: Si può parlare di una vera e propria “educazione clinico-legale”?

AS: Certamente. Le attività che abbiamo sinteticamente descritto, mentre attribuiscono a studenti e studentesse le capacità e le competenze proprie di un giurista di professione (come una sorta di pratica legale anticipata) contribuiscono però anche a sviluppare una mentalità critica, capace di leggere la realtà (e la sua intersezione con il diritto) sulla base di una conoscenza non filtrata delle varie situazioni. Ne scaturisce, quasi inevitabilmente, una consapevolezza del proprio ruolo di giuristi che possono fare la differenza negli equilibri della società e nel perseguimento di una giustizia sociale, appunto. E i risultati di questo insegnamento sono misurati anche in relazione all’impatto sul sistema etico degli studenti e delle studentesse. Nel caso della Cledu, abbiamo constatato come coinvolgere studenti e studentesse abbia trasformato giovani ragazzi e ragazze in giuristi che hanno una idea molto precisa di tutti i limiti del diritto ma anche delle sue straordinarie potenzialità.

La Cledu, come altre cliniche, è molto attiva nel supportare le persone nelle richieste di asilo: pensate a cosa può voler dire assistere al racconto dei traumi, delle violenze, delle persecuzioni,  e aiutare chi le ha subite a mettere ordine in questo dolore, per riuscire, come richiesto dalle procedure, a raccontare la propria storia davanti ad estranei, i membri delle Commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato, che la giudicano secondo il criterio della credibility, della credibilità e della congruenza delle informazioni riportate da chi chiede protezione. 

Il lavoro per consentire l’accesso alla giustizia può davvero cambiare la vita delle persone. Vedere le studentesse e gli studenti prendere contatto con le storie dei richiedenti asilo e, in caso di diniego alla loro richiesta, scrivere ricorsi eccellenti, perché mossi da una fortissima esigenza di tutela dei diritti e da un sentimento di reale empatia, restituisce un senso profondo del lavoro delle Cliniche.

Da questo punto di vista, la riflessione teorica sul ruolo del diritto ha certamente favorito il fiorire di approcci come quello in oggetto, e non è un caso se spesso le cliniche legali sono portate avanti da filosofi del diritto, coloro che si occupano precisamente di indagare il ruolo del diritto, interrogandosi su limiti e potenzialità di esso, e cercando di rilanciare, il più delle volte, la sua dimensione sociale.

 

Alessandra Sciurba è ricercatrice di Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, dove è membro della Clinica legale per i diritti umani (Cledu) che opera come sportello di consulenza legale e orientamento sul territorio rivolto a migranti, richiedenti asilo, rifugiati. E-mail: alessandra.sciurba@unipa.it

 

Chiara Magneschi è avvocato e docente a contratto in Teorie giuridiche e politiche e diritti umani presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa. E-mail: chiaramagneschi@gmail.com

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