Picnic o contagio? Riflessioni sulla medicalizzazione dello spazio pubblico

di Roberto Gronda e Mauro Capocci

Siamo nel mezzo di un’emergenza sanitaria mondiale. La pandemia di Covid-19 ha rivelato una serie di punti deboli locali e globali nei nostri sistemi di cura e nella nostra capacità di risposta sociale, culturale e politica di fronte a un evento imprevedibile per il “quando”, non per il “se” né per il “quanto”. A guardare ora le cose, e sperando in un’evoluzione positiva, poteva andare molto peggio: la letalità di questo virus è relativamente limitata, e i numeri sono ben lontani dalle grandi pandemie dei libri di storia. Speriamo però che questa pandemia lasci tracce durature, in termini di capacità di prevenire e di reagire a simili eventi nel futuro. E, tuttavia, va sottolineato un aspetto che riteniamo fondamentale: la capacità di prevenzione e reazione non può e non deve ridursi alla sanità e alla medicina. Se nel presente, legittimamente, lo sforzo principale è clinico ed epidemiologico, come possiamo guardare al futuro?

In molti, e meglio di noi, hanno evidenziato il carattere eco-ambientale di questa crisi: una pandemia che nasce perché abbiamo scelto di vivere in un determinato modo, sfruttando le risorse naturali fino allo stremo. Il cambiamento climatico, la deforestazione, la rapida modificazione e scomparsa di habitat preesistenti hanno, di fatto, ridotto gli spazi garantiti a specie che possono essere serbatoi di patogeni che potrebbero, prima o poi, fare il famigerato “salto di specie”. La crisi ecologica in corso può accelerare processi selettivi molto rapidi sui patogeni, rendendo la specie Homo sapiens un ospite darwinianamente molto interessante per i microrganismi e i virus.

Sappiamo che il modo di produrre e vendere la carne degli animali è all’origine di fenomeni epidemici. Dalla distruzione delle foreste tropicali ai wet market, per finire con gli allevamenti intensivi grazie ai quali possiamo soddisfare la nostra voglia di hamburger, è difficile non notare come lo spillover del futuro – che, purtroppo, dobbiamo mettere in conto fin da ora – sarà preparato e favorito dalle nostre abitudini di vita e dalle nostre scelte socio-politico-economiche, che con quelle abitudini sono solidali. È quindi opportuno cominciare a concepire queste pandemie al pari dei disastri provocati dalle decisioni di tombare torrenti o costruire edifici sulle pendici dei vulcani attivi. Rimettere in discussione la nostra idea di sviluppo come crescita continua è, dunque, un imperativo la cui urgenza non è per nulla diminuita dal temporaneo arresto dovuto a Covid-19. Tutto il contrario.

Aspettare il momento in cui la pandemia sarà sotto controllo sanitario per riprendere a fare business as usual è una strategia evidentemente destinata a riproporre il problema “non oggi forse, e neanche domani, ma presto o tardi”. E questo al netto della volontà – espressa a livello di intenzioni, ma da verificare in sede pratica – di potenziare le risorse dei vari sistemi sanitari, che hanno in molti casi mostrato la corda sia nella capacità di fornire adeguate cure a tutti i pazienti sia nelle scelte politiche da attuare.

Proprio in riferimento a questo secondo aspetto, è ancora più necessario fare attenzione a non ragionare esclusivamente in termini medico-sanitari. Abbiamo visto come, in una situazione di emergenza come quella causata dalla pandemia di Covid-19, il decisore politico sia costretto a fare i conti con una molteplicità di fattori e aspetti che non sono semplicemente diversi; possono anche facilmente entrare in aperto contrasto. Nel caso presente, questo ha portato ad adottare provvedimenti senza precedenti di limitazione della libertà personale, giustificati dall’emergenza sanitaria: la fruizione degli spazi pubblici è stata azzerata in nome del rischio di contagio; si prospettano limitazioni alla privacy con le app di tracciamento; si è lasciato ad autorità locali e alle forze dell’ordine decidere cosa fosse lecito e cosa no, cosa fosse “vicino” o “a distanza di sicurezza”.

Uno dei problemi che ora ci troviamo a dover affrontare – dopo aver accettato tale restrizioni personali in nome di una responsabilità evocata ma non precisata – è come tornare indietro. Crediamo sia opportuno, innanzitutto e in via preliminare, sottolineare un punto: la storia della medicina prova al di là di ogni ragionevole dubbio che la medicalizzazione della politica – vale a dire, la traduzione in termini igienico-sanitari di questioni politico-sociali – ha un enorme potere di silenziamento del dissenso. L’epidemia di HIV è probabilmente l’esempio più lampante: l’identificazione della malattia con stili di vita “moralmente riprovevoli” ha permesso di attribuire alla sieropositività e alla malattia vera e propria, ovvero l’AIDS, un marchio di infamia che legittimava l’invito alla repressione e alla castità come unica protezione. Ma nel passato più lontano troviamo numerosi altri esempi in cui igiene e sanità sono stati utilizzati per limitare diritti, spazi e movimenti, in un cortocircuito in tre fasi: si produce o si genera un “nemico”, sia esso esterno o interno; un episodio epidemico coinvolge la sanità pubblica; il “nemico” viene reso un problema sanitario. Gli ebrei, i migranti, i poveri: spesso la politica si è occupata di loro in termini di salute pubblica, e quasi mai questo è servito a garantire maggiori diritti ma piuttosto a disciplinarli.

Ci aspettano mesi in cui probabilmente sarà obbligatorio indossare dispositivi di protezione individuale; in cui i parchi saranno chiusi; in cui i cinema e i ristoranti avranno capienze molto limitate e i bar dovranno servire solo al tavolo; in cui le manifestazioni politiche di strada saranno di fatto vietate perché sanitariamente sconsigliate; in cui la movida serale non sarà più solo un problema di decoro e sicurezza (parole d’ordine degli ultimi due decenni nelle città italiane), ma di epidemiologia; in cui i senzatetto, gli insediamenti informali di migranti e di rom rappresenteranno un problema igienico e sanitario.

Tutto questo non è detto per suggerire, come a volte è stato fatto, che le norme predisposte dalle autorità governative siano, essenzialmente e per loro stessa natura, forme di repressione mascherate da istanze di salute pubblica. La pochissima evidenza empirica a nostra disposizione sembra indicare che solo una qualche forma di limitazione di diritti può consentire di combinare, in un quadro di azione potenzialmente efficace, l’esigenza economica di rimettere in moto le attività produttive con l’esigenza sanitaria di monitorare e, quindi, circoscrivere la diffusione del virus. Piuttosto, il nostro obiettivo è di richiamare esplicitamente e con forza l’attenzione sui costi e sui rischi non solo economici, ma anche politici, civili e sociali, di quelle scelte. Una volta limitati gli spazi in nome di istanze di salute pubblica, è possibile riaprirli? Una volta chiusi i cancelli dei parchi cittadini, quando e chi si ricorderà dove sono le chiavi? Ovviamente, nessun sindaco sarà posto nelle condizioni di riaprire un parco o una piazza se l’alternativa che viene posta è: picnic o contagio.

La medicalizzazione dello spazio pubblico e dei comportamenti individuali è in sé democraticamente rischiosa e, se non è sottoposta a vaglio critico, può facilmente sfociare in un paternalismo che considera i cittadini limitati nelle loro capacità cognitive e decisionali, bisognosi di una guida ferma e indubitabile quale quella di un bravo genitore. Lo ripetiamo: non è questa una deriva a cui quell’approccio condurrà in modo necessario; ma è uno scenario che non possiamo escludere a priori.

E proprio perché non è affatto una conclusione inevitabile, a partire da ora e per il prossimo futuro sarà necessario porre molta attenzione a tali questioni. Sono questioni che coinvolgono tanto i cittadini – in particolare delle fasce meno protette – quanto le istituzioni politiche e i consulenti “tecnici”. Per questa ragione, auspichiamo che la discussione di quei problemi e la conseguente deliberazione su di essi possano a tutti gli effetti costituirsi come un autentico dibattito pubblico, a cui le diverse componenti possano partecipare in modo libero, responsabile e informato.

Questo comporta, innanzitutto, che si smetta di deferire ogni responsabilità – sia essa morale, epistemica, politica o giuridica – agli esperti scientifici. In momenti di profonda incertezza e confusione, chi deve esercitare il potere politico può essere tentato – in buona o mala fede – di schermarsi dietro l’autorità della scienza. A loro volta, gli esperti scientifici devono chiarire – tanto ai propri interlocutori quanto a loro stessi – il loro ruolo nel processo di deliberazione pubblica, insistendo sulla natura fallibile di ogni conoscenza e attività cognitiva, rendendo esplicito ciò che la scienza e la tecnologia possono fare e dire, riconoscendo le difficoltà implicite nell’integrare competenze diverse in un’unica agenda di ricerca. E tutto questo senza avocare a sé dei ruoli politici che non hanno avuto legittimazione democratica.

Infine, i cittadini, a cui spetta il compito principale in questo dibattito pubblico. Abbiamo visto che non è possibile applicare alcuna strategia di contenimento del virus – e tantomeno di riapertura controllata delle attività – senza la partecipazione attiva dei cittadini. Questi devono, pertanto, essere coinvolti in ogni possibile processo decisionale, per ragioni politiche, epistemiche, morali e pragmatiche. Più radicalmente, riteniamo che debbano essere coinvolti nei processi di costruzione della cornice istituzionale entro cui il dibattito pubblico deve essere condotto.

È su questo punto che, a nostro giudizio, si gioca gran parte della partita relativa alla cosiddetta Fase 2 – ed è su questo punto che si richiede il massimo sforzo di riflessione e creatività. Alcuni hanno suggerito di adottare forme di sperimentalismo democratico: cittadini, esperti scientifici e istituzioni politico-amministrative lavorano congiuntamente per individuare delle pratiche di gestione e coordinamento delle diverse sfere del vivere civile, tenendo conto delle specificità del territorio e delle esigenze di quelle specifiche comunità, alla luce delle migliori conoscenze disponibili fornite dagli esperti scientifici. Altre soluzioni possono essere immaginate, per esempio nelle forme di integrazione delle varie esperienze locali.

La cosa importante è riconoscere la radicalità del problema che siamo chiamati ad affrontare. Le soluzioni alla pandemia di Covid-19 non sono già disponibili; vanno costruite faticosamente, trovando un nuovo equilibrio fra istanze che per molto tempo siamo riusciti in qualche modo a far convivere ma che, al momento, ci paiono incompatibili. Questo nuovo equilibrio può essere conseguito soltanto attraverso un processo di indagine pubblica che coinvolga il maggior numero possibile di persone, enti di ricerca, associazioni, sindacati, istituzioni, imprese, e che mobiliti il maggior numero possibile di competenze e conoscenze.

Mauro Capocci insegna storia della scienza e storia della medicina all’Università di Pisa.

Roberto Gronda, ricercatore all’Università di Pisa, lavora nel campo della filosofia della scienza.

3 pensieri riguardo “Picnic o contagio? Riflessioni sulla medicalizzazione dello spazio pubblico

  • 3 Maggio 2020 in 13:17
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    L’articolo è interessante ma sarebbe stato necessario menzionare qualche fonte a supporto delle varie tesi affermate…

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    • 27 Maggio 2020 in 10:54
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      Grazie per l’osservazione. Il taglio più giornalistico che gli autori hanno voluto dare al contributo, ha consigliato loro di ridurre al minimo le fonti. Abbiamo chiesto loro di farci avere, per pubblicarle qui a commento, alcune letture di approfondimento.

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    • 1 Luglio 2020 in 19:32
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      Su epidemie e conseguenze sociali, gli autori rinviano innanzitutto a questi riferimenti: Snowden F. “Epidemics and Society: From the Black Death to the Present” (Yale university Press, 2019); Daniel Kevles, In the Name of Eugenics, 1985; T. Szasz, The Medicalization of Everyday life, Syracuse U.P. 2007; Conrad, P., The Medicalization of Society, Johns Hopkins U.P. 2007; Quammen, D. Spillover. Adelphi, 2013

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