Il Covid-19 e la politica alimentare

di Gianluca Brunori e Francesca Galli

 
La crisi del coronavirus è solo il più recente, e il più vasto, degli eventi catastrofici che periodicamente colpiscono le nostre società. A partire dal 2008 abbiamo subito una devastante crisi economica, ma anche terremoti, incendi, alluvioni, nonché guerre e terrorismi. Molti osservatori ci avevano avvertito che il cambiamento climatico, l’instabilità politica globale, cambiamenti tecnologici rapidi e radicali avrebbero intensificato questi eventi. Eppure, non ci pare che siamo stati in grado di discutere seriamente di come la società possa organizzarsi per affrontarli. E soprattutto, siamo ancora molto indietro nel ragionare sulle caratteristiche che dovrebbero avere le situazioni ‘normali’ se dovessimo – come temiamo dovremo – considerare la ‘normalità’ come una condizione temporanea tra due crisi.

Il tema del cibo deve essere centrale nella riflessione sulla nuova normalità. In queste ultime settimane abbiamo visto in diverse parti del mondo, compresi i paesi più ricchi, acquisti dettati da panico, file al supermercato, negozi chiusi, interruzione dei trasporti, chiusura delle frontiere, mancanza di lavoratori per la raccolta o per la trasformazione. Quando il lockdown è cominciato, la produzione e la distribuzione di cibo sono stati qualificati come settori essenziali, alla pari del settore sanitario. Il termine “settore essenziale” fa dedurre che non tutte le attività economiche hanno lo stesso valore sociale, a parità di fatturato. Ritorna qui centrale il pensiero di Amartya Sen1: quali sono gli aspetti che qualificano il benessere? Su quali priorità dovrebbero concentrarsi le politiche pubbliche?2

L’accesso al cibo

La crisi ha messo a rischio le basi della sopravvivenza degli individui più vulnerabili. La mancanza di liquidità porta i più poveri alla fame. Per gli anziani soli, meno mobili, l’approvvigionamento alimentare diventa un calvario quotidiano. Soggetti malnutriti – e nella malnutrizione includiamo anche l’obesità – sono quelli colpiti più duramente. I bambini delle famiglie meno abbienti non possono più godere di un pasto gratuito a scuola. Il cibo, diritto universale, è il primo aspetto su cui si deve far leva per mitigare la sofferenza. Durante la crisi la pressione sulle organizzazioni di volontariato è cresciuta notevolmente, a fronte di un aumento del bisogno in tutta la penisola. Sono emerse le difficoltà nel far fronte a una improvvisa riduzione dei volontari (spesso i più anziani e vulnerabili) e di assorbire e organizzare i tanti nuovi volontari che si sono offerti di aiutare.

Il rapporto con le organizzazioni di volontariato per l’assistenza alimentare è un tema delicato. Da una parte, non si può accettare che in tempi normali le amministrazioni pubbliche si sottraggano al loro dovere di garantire il diritto al cibo. Dall’altra, se i soggetti più vulnerabili – come le persone senza fissa dimora o i migranti senza permesso di soggiorno – sono anche quelli rispetto a cui le amministrazioni pubbliche sono meno preparate a intervenire, in quanto ‘invisibili’, è necessario disporre di strumenti di intervento capillari e flessibili, tanto più nel momento dell’emergenza.

Col ritorno alla ‘normalità’, amministrazioni pubbliche e organizzazioni di volontariato dovranno, ancora di più, assumersi le rispettive responsabilità, lavorando insieme per prevenire e prepararsi alle nuove crisi. Dovranno monitorare in modo capillare le vulnerabilità, dotarsi di strumenti di previsione, formare i volontari, predisporre le infrastrutture e le procedure adeguate, sviluppare strategie per ripristinare condizioni quanto meno decenti di vita.

La disponibilità di cibo

La crisi ha mostrato la vulnerabilità di un sistema economico che annulla il tempo e lo spazio nelle transazioni economiche, ed ha avviato trasformazioni strutturali. Prima ancora del lockdown, quando i governi stavano ancora decidendo che fare, abbiamo assistito all’assalto ai supermercati da parte di masse impaurite che, nella prospettiva di rimanere a casa, accumulavano scorte. Le restrizioni alle esportazioni e le difficoltà nei trasporti hanno ridotto la disponibilità di beni prevalentemente importati. La mancanza di lavoratori stagionali, rimasti bloccati nei paesi di origine, ha reso impossibile la raccolta delle produzioni specializzate, che in molti casi sono state lasciate sul campo. La chiusura delle attività di ristorazione ha fatto mancare uno sbocco importante per tante produzioni: gli allevamenti che fornivano le mense e i ristoranti hanno dovuto buttare via il latte prodotto.

La crisi ha colpito in modo diverso a seconda di come la filiera è strutturata. Le piccole aziende familiari, in alcuni casi, hanno potuto reggere di fronte alla carenza di manodopera esterna, non dipendendo da essa, ma quelle che producono prodotti locali legati alla domanda turistica sono a terra perché non hanno più clienti. I grandi supermercati sono rimasti aperti, con la difficoltà di gestire gli accessi. I piccoli negozi, spesso non in grado di garantire le condizioni di sicurezza necessarie, hanno chiuso. In altri contesti, per ovviare alle lunghe attese davanti ai supermercati, i consumatori si sono rivolti alle piccole botteghe e ai negozi al dettaglio. L’e-commerce e le consegne a domicilio sono esplosi, e spesso non hanno potuto far fronte all’aumento delle richieste. Bar e ristoranti si sono organizzati per consegnare pasti a domicilio. Le reti di filiera corta hanno potuto beneficiare di un aumento senza precedenti della domanda, e in molti casi hanno adottato sistemi informatici di prenotazione.

Le modalità di consumo alimentare

L’impossibilità di mangiare fuori casa – al bar, alla mensa aziendale o scolastica, al ristorante – ha cambiato la struttura dei consumi alimentari, facendo aumentare la domanda di alcuni prodotti e riducendo quella di altri. Improvvisamente costrette a rimanere in casa, le famiglie hanno riscoperto il piacere, ma anche l’onere, della gestione del cibo. Il cibo ha scandito i ritmi domestici del lockdown. Alcuni hanno fatto di necessità virtù, riscoprendo la gastronomia e l’arte della preparazione degli alimenti, altri hanno fatto massiccio ricorso a piatti pronti, a prodotti ultralavorati, al consumo di plastica. È possibile che, in questo frangente, si sia allargato il divario tra coloro che, guardando alle dimensioni dell’ambiente, della qualità, della salute abbiano maturato comportamenti alimentari sostenibili e salutari e quelli che, guardando al costo economico, al risparmio di tempo e alla ricerca di generi di conforto, se ne siano allontanati.

La ‘nuova normalità’

La crisi ha messo in evidenza l’assenza di una politica alimentare unitaria e integrata. Non basta una politica agricola, che guarda soprattutto alla produzione e ai produttori (spesso trascurando le condizioni dei lavoratori). Né basta la regolazione dell’igiene degli alimenti o dell’etichettatura. La politica alimentare deve promuovere la sicurezza alimentare nelle sue molteplici dimensioni: una base produttiva solida e sostenibile con una forte componente regionale; la garanzia del diritto al cibo; la promozione di comportamenti sostenibili e salutari di consumo; il rafforzamento della capacità del sistema di affrontare rapidamente e in modo efficace le situazioni di crisi3. Considerando la molteplicità delle dimensioni legate al cibo, una politica alimentare a diversi livelli – a partire da quello comunale e locale – rappresenta l’anello di congiunzione delle politiche sociali, ambientali, sanitarie e territoriali. Per questo, nella lista delle priorità per la nuova normalità ci dovrà essere anche il cibo.


 
Gianluca Brunori
è Professore Ordinario di Advanced Food Policy presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa.

Francesca Galli è Ricercatore cat. B di Politica Alimentare presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa.

 
Note

1 A. K. Sen (2001), Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano.

2 J. E. Stiglitz, A. K. Sen, J.-P. Fitoussi (2010), La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale, Rizzoli, Milano.

3 F. Galli, P. Prosperi, E. Favilli, S. D’Amico, F. Bartolini, G. Brunori (2020), How can policy processes remove barriers to sustainable food systems in Europe? Contributing to a policy framework for agri-food transitions, in “Food Policy”, 3 marzo 2020.

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