sabato, Maggio 25, 2024
Conflitti

Taiwan al centro della nuova guerra fredda tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti

di Benjamin Gelormini e Federico Oliveri

 

Il Summit for Democracy e la “questione di Taiwan”

Il 9 e il 10 dicembre 2021 si è tenuto, in modalità virtuale, il primo incontro del Summit for Democracy promosso dall’amministrazione statunitense. Joe Biden aveva già annunciato nel corso della campagna elettorale l’idea di “un’alleanza globale per la democrazia”, facendone un tema-chiave della propria politica estera, attraverso cui restaurare la leadership mondiale degli Stati Uniti offuscata dalla presidenza Trump. Il vertice era nato con l’obiettivo di “definire un’agenda globale per il rinnovamento democratico” e di “affrontare le più grandi minacce vissute dalle attuali democrazie attraverso un’azione collettiva”. I lavori si sono concentrati soprattutto su tre questioni-chiave: il contrasto dei “regimi autoritari”, soprattutto sul piano della libertà e della sicurezza della rete, la lotta alla corruzione e la promozione dei diritti umani su scala nazionale e internazionale.

Fin dall’annuncio del Summit, tuttavia, la lista degli Stati e dei governi invitati ha creato forti tensioni diplomatiche, contribuendo ad alimentare un clima da “guerra fredda” tra gli Stati Uniti e alleati da una parte, Repubblica Popolare Cinese dall’altra. Tra i 110 invitati, infatti, non solo era escluso il governo di Pechino, ma figurava Taiwan: un’evidente sfida nei confronti della Repubblica Popolare che, fin dalla nascita il 1° ottobre 1949, ha considerato l’isola e gli annessi arcipelaghi di Penghu, Kinmen e Matsu, come territori sotto la propria sovranità in nome del “principio di una sola Cina”.

Secondo tale principio sia Taiwan che la Cina continentale sono parte di un’unica Cina. Più specificamente, in base al cosiddetto “Consenso del 1992”, Pechino e Taipei convergono sul fatto che esista un solo stato sovrano cinese, che comprende sia la Cina continentale che Taiwan, ma non sono d’accordo su quale dei due governi sia quello legittimo, rivendicando ciascuno per sé questo ruolo. Non è stata solo la Repubblica Popolare, dunque, a portare avanti negli anni questa politica: l’ex presidente di Taiwan Ma Ying-jeou, ancora nel 2008, riaffermava le pretese del suo governo anche sulla Cina continentale.

Nel frattempo si è consolidata sull’isola una linea alternativa, di “taiwanizzazione”: enfatizzando anche le differenze etniche, linguistiche e culturali con la Cina continentale, si sostiene l’esistenza di una “nazione taiwanese” allo scopo di ottenerne il riconoscimento internazionale come stato indipendente e sovrano. Dal 2016 l’esecutivo è guidato dalla presidente Tsai Ing-wen, leader del Partito progressista democratico, che ha sempre rifiutato il “principio di una sola Cina” puntando piuttosto sull’indipendenza: anche sulla base di questa posizione, è stata rieletta con un’ampia maggioranza nel gennaio 2020.

Riconosciuta solo da altri 14 stati, tra cui il Vaticano, Taiwan non è riconosciuta né dalla Repubblica Popolare Cinese, né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, compresi gli Stati Uniti. Tale situazione si è consolidata a partire dal 1971, quando l’Assemblea delle Nazioni Unite ha preso la decisione di attribuire alla Repubblica Popolare Cinese il seggio della Cina nel massimo organismo internazionale, togliendolo a Taiwan, ufficialmente chiamata “Repubblica di Cina”. La Risoluzione n. 2758/1971, fin qui mai messa in discussione, così recita:

“L’Assemblea Generale, […] considerando che il restauro dei diritti legittimi della Repubblica popolare cinese è indispensabile per la salvaguardia della Carta delle Nazioni Unite, […] riconoscendo che i rappresentanti del governo della Repubblica popolare cinese sono gli unici rappresentanti legittimi della Cina alle Nazioni Unite, […] decide il recupero della Repubblica popolare cinese in tutti i suoi diritti e il riconoscimento dei rappresentanti del suo governo come gli unici legittimi rappresentanti della Cina alle Nazioni Unite, nonché l’espulsione immediata dei rappresentanti del quartier generale di Chiang Kai-shek, che hanno illegalmente occupato le Nazioni Unite e tutte le organizzazioni collegate” (corsivi miei).

Pur non essendo riconosciuto a livello internazionale, il governo di Taipei intrattiene con molti Stati del mondo rapporti di collaborazione e commercio, solitamente attraverso un Ufficio di rappresentanza facente funzioni di ambasciata. In questo contesto, ogni evento, istituzione o accordo di livello internazionale a cui Taiwan partecipa, chiede di partecipare o viene invitata costituisce una sfida alla politica di un’unica Cina, portata avanti ormai soltanto da Pechino.

La stampa internazionale ha registrato puntualmente le tensioni diplomatiche seguite all’invito di Taiwan al Summit for Democracy. Da una parte, il ministero degli esteri taiwanese ha affermato che si tratta del “riconoscimento degli sforzi di Taiwan per promuovere i valori della democrazia e dei diritti umani nel corso degli anni”. Il portavoce del ministero degli esteri cinese, dall’altra parte, ha dichiarato la netta contrarietà della Cina Popolare a questo invito: “Le azioni statunitensi servono solo per dimostrare che la democrazia è una copertura per far avanzare i suoi obiettivi geopolitici, per dividere il mondo e servire i propri interessi”. Lo stesso portavoce ha confermato che “Pechino si oppone a qualsiasi interazione ufficiale tra gli Stati Uniti e la regione cinese di Taiwan” e, ribadendo il “principio di una sola Cina”, ha ribadito che “Taiwan non ha altro status nel diritto internazionale se non quello di essere parte integrante della Cina”.

Da parte sua, il presidente Joe Biden ha recentemente ribadito che gli Stati Uniti non intendono mettere in discussione la loro adesione alla “one China policy”, che comporta il riconoscimento diplomatico di Pechino e non di Taipei. Il presidente statunitense ha però ribadito la sua contrarietà a ogni azione unilaterale da parte della Repubblica Popolare per cambiare lo status quo, accusando Pechino di minacciare Taiwan e minare così la pace dell’area. Il presidente Xi Jinping ha replicato a distanza al suo omologo, individuando nell’indipendentismo di Taiwan e nell’ingerenza degli Stati Uniti le cause della destabilizzazione dell’area: “La Cina dovrà prendere misure decise se le forze separatiste supereranno la linea rossa. E chi gioca col fuoco inevitabilmente finisce per bruciarsi”, ha dichiarato. Aggiungendo che la riunificazione di tutta la Cina resta uno dei punti principali dell’agenda politica del paese: “L’indipendenza di Taiwan va contro la storia e porterà in un vicolo cieco: la riunificazione dovrà realizzarsi in base al principio di ‘un paese, due sistemi’”.

In questo quadro già teso si è inserito l’annuncio che gli Stati Uniti (seguiti dall’Australia, dal Regno Unito e dal Canada, ma non dalla Francia) boicotteranno diplomaticamente le Olimpiadi invernali di Pechino, con l’obiettivo di denunciare le violazioni dei diritti umani in Cina. Prevedibili le critiche del governo cinese, che ha annunciato “ferme contromisure” contro una decisione che “viola gravemente il principio di neutralità politica sancito dalla Carta Olimpica”. Su Global Times, espressione dell’ala nazionalista del Partito comunista cinese, il boicottaggio è stato messo apertamente in relazione al Summit for Democracy, come ulteriore strumento di pressione con cui gli Stati Uniti provano a recuperare terreno sul piano internazionale, autoproclamandosi arbitri della natura democratica o autoritaria dei governi nel mondo.

 

Tensioni militari e uso pubblico della storia

Le recenti polemiche sulla presenza di Taiwan al Summit for Democracy vengono dopo mesi di forti tensioni, anche militari, con la Cina Popolare.

Già lo scorso 26 marzo venti jet cinesi erano penetrati nella Zona di identificazione della difesa aerea (ADIZ) di Taiwan: la più massiccia “incursione” mai registrata fino a quel punto dai radar dell’isola. Qualche giorno prima, il 22 marzo, Taipei aveva perso due piloti in una collisione di due dei propri caccia F-5, impegnati in una missione di contrasto anti-cinese: dopo l’incidente, tutti i 308 apparecchi di quel tipo sono stati tenuti a terra per precauzione, in quanto ormai logorati e obsoleti. Secondo le autorità di Taipei, nel 2020 le “incursioni” cinesi si erano già moltiplicate, costringendo i jet taiwanesi ad alzarsi in volo all’inseguimento per 3.000 volte, accelerando il loro logoramento.

Più recentemente, tra il 1. e il 4 ottobre, almeno 150 jet militari cinesi hanno attraversato la zona di difesa di Taiwan, in coincidenza – hanno fatto notare a Taipei – con le celebrazioni per la fondazione della Repubblica Popolare. Il Consiglio taiwanese per gli affari continentali ha accusato Pechino di “danneggiare gravemente lo status quo di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan” e, per bocca del suo portavoce, ha chiesto alle autorità cinesi di “interrompere immediatamente le sue azioni provocatorie non pacifiche e irresponsabili”.

In occasione dei festeggiamenti del 10 ottobre, per i 110 anni dalla rivoluzione che pose fine all’Impero e portò nel 1912 alla nascita della Cina repubblicana, il presidente Xi Jinping ha affermato che può e deve essere realizzata una “riunificazione pacifica” tra le due sponde cinesi: “i secessionisti sono una seria minaccia per questa missione e coloro che tradiscono il paese dovranno affrontare il giudizio della storia”. Durante le celebrazioni il presidente cinese ha ricordato la figura di Sun Yat-sen, figura-chiave della Rivoluzione del 1911 e capo del primo governo provvisorio della nuova Repubblica Cinese, ma soprattutto padre fondatore del Kuomintang, il Partito nazionalista cinese, e promotore negli anni ‘20 dell’alleanza col Partito comunista cinese per unificare il paese e liberarlo dai giapponesi.

Evidente lo scopo di questo richiamo storico, seguito da un attacco a Chiang Kai-shek, successore di Sun alla guida del Kuomintang, accusato di aver “tradito la rivoluzione”. Durante la cosiddetta “Spedizione del Nord” per riunificare la Cina contro i signori della guerra, Chiang Kai-shek ha eliminato la componente comunista dall’esercito ed ha costretto il partito alla clandestinità, aprendo una guerra civile che si sarebbe conclusa solo nel 1949-50, con la sua sconfitta e la fuga a Taiwan. Sull’isola i nazionalisti hanno dato vita, col sostegno statunitense, a un governo provvisorio all’origine della “questione di Taiwan”. Con un abile uso politico della storia, il presidente Xi ha rivendicato la continuità tra il proprio operato e lo spirito della rivoluzione del 1911, che “dovrebbe spingere entrambi i lati dello stretto di Taiwan […] a riunirsi in un unico stato cinese”.

 

Taiwan nello scontro per l’egemonia in Asia e nel Pacifico

Periodicamente, nel corso dei decenni, le tensioni tra le due sponde dello Stretto di Taiwan si sono riaccese. Ma come spiegare la recente escalation del conflitto? Cosa rende oggi “la questione di Taiwan” uno dei fattori più critici nel mantenimento della sicurezza e della pace internazionali?

Tra le tante risposte possibili, conviene partire dalla prima e più evidente: tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese soffiano ormai venti di guerra fredda, la cui prima posta in gioco è l’egemonia economico-politica e strategico-militare in Asia e nell’Oceano Pacifico. Alcuni importanti eventi dei mesi appena trascorsi possono dare l’idea dei fronti di scontro aperti tra le due superpotenze globali.

Un primo evento da tenere in considerazione è il ritorno dei Talebani a Kabul e il disordinato ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan, simbolo del fallimento della politica statunitense di esportazione della democrazia con le armi. Tra fortissime difficoltà interne e internazionali, il nuovo governo di Kabul sembra aver trovato nella Repubblica Popolare Cinese un interlocutore non ostile, anzi: un interlocutore interessato a investire nella ricostruzione del paese, a condizione che i Talebani prevengano la diffusione di cellule fondamentaliste in Cina, all’interno della comunità musulmana degli Uiguri, già oggetto di un violento processo di assimilazione da parte del governo centrale. A maggio scorso, per altro, la diplomazia cinese aveva confermato l’esistenza di colloqui tra Pechino, Kabul e Islamabad per estendere all’Afghanistan il ‘corridoio economico’ tra Cina e Pakistan: una delle tante partite economiche (e geopolitiche) aperte in quell’area dell’Asia, per la cui egemonia la Cina compete con l’India. L’Afghanistan, dunque, sembra concretizzare una dinamica assai preoccupante per Washington, in cui al ritiro statunitense e occidentale corrisponde l’avanzata cinese.

Un secondo terreno di scontro egemonico tra Cina popolare e Stati Uniti è costituito dagli accordi di libero scambio nell’area del sud-est asiatico e del Pacifico. Nella generale distrazione dei media italiani, la stampa estera ha riferito a settembre 2020 dell’intesa, raggiunta da quindici paesi dopo circa otto anni di negoziati, per la creazione di una grande area di libero scambio in Asia e Oceania. L’accordo, promosso proprio dalla Cina e sottoscritto nel corso di una lunga cerimonia online, ha preso il nome di Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e segna l’avvio di un processo di integrazione economica che investe una delle aree più popolose e con i più alti tassi di crescita al mondo. I 15 paesi della RCEP – Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, più i dieci paesi membri dell’Asean – rappresentano da soli circa un terzo del PIL mondiale.

La RCEP ha tra gli obiettivi principali quello di ridurre i dazi sul 90% delle merci dei paesi membri nei prossimi 20 anni: già nel breve periodo la riduzione dovrebbe riguardare il 65% dei prodotti attualmente in circolazione. Inoltre, la partnership incoraggerà gli approvvigionamenti regionali: le componenti provenienti da qualsiasi paese parte dell’accordo, infatti, verrebbero trattate allo stesso modo dal punto di vista dei dazi. Le aziende operanti nell’area di libero scambio saranno così incentivate a cercare fornitori all’interno della nuova macro-regione commerciale piuttosto che all’esterno: un aspetto rilevante soprattutto per la Cina popolare che, in questo modo, potrà ridurre ulteriormente la propria dipendenza dagli Stati Uniti.

Da questi e altri punti di vista, la RCEP si propone come alternativa alla Trans-Pacific Partnership (TPP), l’ambizioso partenariato economico e commerciale fra vari paesi del Pacifico, avanzato dall’amministrazione Obama anche in funzione di contenimento della Cina (che ne era, infatti, esclusa). L’accordo non era stato ratificato dal Congresso già sotto Barack Obama, anche per le forti perplessità dell’ala sinistra del Partito Democratico che, con le parole di Bernie Sanders, riteneva che la TPP avrebbe “devastato le famiglie lavoratrici e arricchito solo le grandi aziende”. Il progetto originario di accordo era stato archiviato dopo la decisione dell’amministrazione Trump di ritirare la firma degli Stati Uniti: una decisione apparsa ad alcuni scarsamente coerente con gli interessi statunitensi, ma sicuramente in linea con l’allergia dell’ex presidente per le intese multilaterali. La TPP è stata sostituita, nel 2018, dall’attuale Progressive agreement for trans-pacific partnership (CPTPP) guidata dalla Nuova Zelanda, col forte sostegno del Giappone e dell’Australia. L’obiettivo geopolitico di fondo è rimasto, per molti aspetti, quello precedente: impedire alla Cina Popolare di stabilire da sola gli standard commerciali nel Pacifico.

La partita economica è notevole: i paesi firmatari della CPTPP detengono il 13,4% del PIL mondiale e potrebbero “scrivere le regole per il commercio mondiale del ventunesimo secolo”. Lo scorso 16 settembre il governo di Pechino ha avanzato formale domanda di ammissione, ma per accedere all’accordo di libero scambio è necessaria l’approvazione all’unanimità da parte degli undici paesi che già ne fanno parte. Questi comprendono anche Giappone, Vietnam, Messico e Canada, su cui gli Stati Uniti possono far valere dall’esterno la propria influenza, spingendo per un rifiuto della domanda. Ma il 22 settembre anche Taiwan ha fatto formale richiesta di partecipare alla CPTPP: il suo scopo non è solo rafforzare i rapporti economici con l’estero, a favore delle proprie imprese, ma costringere i membri del partenariato a riconoscere di fatto l’indipendenza dell’isola e, soprattutto, a operare una scelta politica tra “le due Cine”.

La decisione della Cina Popolare di aderire formalmente alla CPTPP, di certo preparata da tempo, è suonata ai commentatori più attenti come una risposta alla triplice alleanza militare resa pubblica appena qualche giorno prima da Australia, Regno Unito e Stati Uniti (AUKUS), definita dal portavoce del ministero degli Esteri cinese “estremamente irresponsabile”.

L’accordo militare prevede la fornitura statunitense all’Australia di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare. Contestualmente, il governo di Canberra ha rescisso il suo travagliato accordo da 90 miliardi di dollari con un gruppo navale francese per l’acquisto di 12 sottomarini a propulsione convenzionale, sprecando oltre 2,4 miliardi di dollari in risarcimenti. Anche se i sottomarini a propulsione nucleare potrebbero non arrivare fino al 2040, e il Primo ministro australiano ha assicurato che il governo “non sta cercando di acquisire armi nucleari o una capacità nucleare civile”, la nuova alleanza è stata immediatamente letta in funzione anti-cinese. L’editoriale apparso su Global Times, a breve distanza dall’annuncio di AUKUS, esprime tutto il criticismo del governo cinese:

“Sebbene Washington affermi che i sottomarini a propulsione nucleare australiani non porteranno armi nucleari, tali limitazioni non sono credibili. Fin dall’inizio, i sottomarini a propulsione nucleare sono progettati per essere strumenti strategici di attacco. Se gli Stati Uniti e il Regno Unito aiuteranno l’Australia ad acquisire sottomarini nucleari, ciò legalizzerà di fatto l’acquisizione di analoghi sottomarini da parte di tutti i paesi. Ciò significa anche la legalizzazione dell’esportazione internazionale della tecnologia collegata. Mentre Washington fomenta una grande competizione di potere, più regioni saranno coinvolte in crescenti tensioni. Possedere sottomarini a propulsione nucleare diventerà una tentazione universale. Il mondo deve prepararsi per l’arrivo di una febbre da sottomarini nucleari”.

Non va dimenticato, infine, che Taiwan ha una grossa importanza economica sia per la Cina che per gli Stati Uniti. Insieme alla Corea del Sud, è uno dei centri mondiali dell’industria dei microchip, fondamentali per un’ampia gamma di produzioni industriali, dall’elettronica alle automobili. La taiwanese TSMC è una delle aziende più importanti del settore, capace di produrre microchip avanzati e dalle dimensioni ridottissime: è, dunque, indispensabile per sostenere le ambizioni tecnologiche sia degli Stati Uniti (che ha stretto proprio il 7 dicembre un accordo con Taiwan) che della Cina (relativamente indietro sui semiconduttori e dipendente per questo dalle forniture straniere).

 

Lo spettro della guerra si aggira su Taiwan?

Già lo scorso maggio, in un articolo intitolato “Il posto più pericoloso al mondo“, The Economist aveva individuato in Taiwan la miccia di un possibile terzo conflitto mondiale: quanto è realistica una simile prospettiva?

Dopo le ultime incursioni cinesi nello spazio di sicurezza aereo di Taiwan, il Ministro della Difesa taiwanese ha affermato che “entro il 2025 la Cina ridurrà ai minimi i costi militari di un’invasione; già adesso ne ha la capacità tecnica, ma difficilmente inizierà una guerra, dovendo prendere in considerazione molte altre cose”. Tra queste “altre cose” gioca un ruolo rilevante l’appoggio che gli Stati Uniti potrebbero dare a Taiwan, nel caso in cui Pechino scegliesse l’opzione militare per raggiungere la riunificazione auspicata da Xi Jinping entro il 2048, centenario della nascita della Repubblica Popolare.

In una video-intervista rilasciata alla CNN lo scorso 28 ottobre, la presidente taiwanese ha confermato la recente esclusiva del Wall Street Journal sullo stazionamento nell’isola, da più di un anno, di un piccolo contingente di truppe statunitensi con funzioni di addestramento. La presidente ha anche affermato di “aver fede” nell’intervento di Washington a difesa di Taiwan in caso di attacco cinese.

Questo appello non esce fuori dal nulla. I rapporti militari tra Taiwan e gli Stati Uniti si sono recentemente intensificati e hanno assunto rilievo pubblico: ad agosto scorso è stata diffusa su canali ufficiali la foto di un gruppo di aviatori taiwanesi e di consiglieri dell’avionica statunitense in posa di fronte a una batteria missilistica Patriot a Taiwan. Nello stesso mese, si è svolta la prima visita in assoluto delle truppe taiwanesi all’ambasciata de facto degli Stati Uniti a Taipei, durante la quale Washington aveva già apertamente discusso l’ipotesi di uno stazionamento di proprie truppe. Come è stato notato, però, proprio lo schieramento di truppe straniere a Taiwan potrebbe giustificare l’inizio di un’operazione militare cinese.

Sul tema dell’appoggio militare difensivo dalla parte di Taiwan, Joe Biden non riesce a uscire dall’ambiguità. Se, da una parte, il presidente ha più volte ribadito la linea politica seguita dagli Stati Uniti dagli anni ‘70 in poi, di riconoscimento e rapporti diplomatici formali solo con Pechino, dall’altra parte ha rilasciato dichiarazioni di segno opposto, affermando che “gli Stati Uniti hanno preso un sacro impegno per quel che riguarda la difesa degli alleati della Nato in Canada e in Europa; e vale lo stesso per il Giappone, per la Corea del Sud e per Taiwan”.

A governare i rapporti tra Taiwan e gli Stati Uniti è ancora il Taiwan Relations Act, emanato il 10 aprile 1979 sotto la Presidenza di Jimmy Carter, dopo che il presidente Richard Nixon nel 1972 aveva stretto rapporti diretti con la Cina Popolare in funzione anti-sovietica. In base a questa norma, per riferirsi al paese non viene più utilizzata nei documenti ufficiali la dicitura “Repubblica di Cina”, ma “autorità governativa di Taiwan”, a segnalare il mancato riconoscimento dello status di paese sovrano. Dal punto di vista militare, non è previsto un intervento armato diretto ma l’invio di supporto tecnologico e logistico nel caso in cui “il futuro di Taiwan venisse determinato con mezzi diversi da quelli pacifici, come boicottaggi e embarghi, o quando una minaccia alla pace e alla sicurezza dell’area del Pacifico occidentale, diventerà una grave preoccupazione per gli Stati Uniti”.

Restando all’interno di questa cornice giuridica, Washington preferisce che Taiwan sia in grado di difendersi da sola, sostenendola nella messa a punto di una “strategia del porcospino”. Il paese deve, cioè, dotarsi di sistemi sofisticati di difesa tali da rendere il costo di un attacco nemico talmente alto da risultare impraticabile. Lo scorso mese di marzo, ad esempio, è stato firmato un memorandum di intesa con gli Stati Uniti per istituire un gruppo di lavoro che rafforzi la guardia costiera taiwanese. L’amministrazione Biden, lo scorso agosto, ha approvato un pacchetto di vendita di armi da 750 milioni di dollari a Taiwan, visto come continuazione di un più solido impegno per la difesa dell’isola deciso dall’amministrazione Trump, che ha autorizzato in quattro anni oltre 7 miliardi di dollari di vendite militari. La stessa notizia, ricordata sopra, della presenza di truppe di addestramento statunitensi sull’isola va nella direzione di rendere Taiwan autonoma dal punto di vista militare.

Nell’ottica dell’autodifesa, il governo taiwanese in carica ha compiuto negli ultimi anni grossi sforzi per sviluppare e modernizzare le strutture militari del paese. Nel budget per l’anno 2022, varato lo scorso settembre, si prevede di investire oltre 17 milioni di dollari per rafforzare i propri assetti aerei e navali: è in programma il potenziamento del porto sull’isola di Wuqiu, uno degli avamposti di Taipei a poche centinaia di chilometri dalla Cina continentale, l’acquisto di 4 aerei MQ-9B SeaGuardian armati con siluri e missili antinave e di 12 elicotteri antisom MH-60R, l’ammodernamento degli attuali aerei F-16, delle fregate classe Kang Ding e del sistema missilistico di difesa aerea. Proseguono, inoltre, i programmi relativi a nuovi sottomarini indigeni e corvette d’attacco, e gli studi per nuove navi da difesa aerea, anfibie e di scorta.

Ma la partita si gioca anche, se non soprattutto, sul piano politico-diplomatico: Taiwan cerca di accreditarsi a livello globale come l’avamposto di un regime liberal-democratico modello. In un articolo a sua firma, pubblicato su Foreign Affairs lo scorso 10 ottobre, la presidente taiwanese ha affermato con forza che l’autonomia e la democrazia del paese verranno difese fino all’ultimo: “se Taiwan dovesse cadere, le conseguenze per la pace regionale e per il sistema di alleanze democratiche potrebbero essere catastrofiche. Significherebbe che, nel contesto dei valori moderni del mondo, l’autoritarismo ha il sopravvento sulla democrazia”. “La democrazia – ha concluso la presidente – non è negoziabile”. Anche in questo caso l’uso politico del passato risulta evidente: “la storia di Taiwan è una storia di resilienza, di un paese che sostiene valori democratici e progressisti, mentre affronta una sfida costante per la sua esistenza. Il nostro successo è la testimonianza di ciò che un determinato sostenitore della democrazia, caratterizzato da buon governo e trasparenza, può ottenere”.

 

Benjamin Gelormini è laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa ed è volontario del Servizio Civile Universale presso il Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace”.

Federico Oliveri è assegnista di ricerca in Filosofia del Diritto all’Università di Camerino e ricercatore aggregato al Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa.