La spesa militare mondiale cresce ancora: l’ultimo rapporto del SIPRI
di Andrea Vento
Il piano di riarmo da 800 miliardi complessivi per gli stati dell’Unione Europea è stato ribattezzato “Prontezza 2030”, dopo che l’iniziale denominazione “ReArm Europe” aveva suscitato la freddezza dell’opinione pubblica e di alcuni governi. Tale piano è stato proposto dalla Commissione e sostenuto dal Parlamento Europeo il 12 marzo scorso tramite una Risoluzione non vincolante passata con 419 voti favorevoli, 204 contrari e 46 astenuti.
Gli 800 miliardi sono così suddivisi: 150 miliardi di prestiti sostenuti direttamente dall’Unione Europea e 650 miliardi che gli Stati membri possono spendere a debito fino a un massimo annuo dell’1,5% del PIL, scorporando tali spese dal Patto di Stabilità.
Si tratta di un progetto di riarmo in mano ai singoli Stati, privo di una strategia comune, che è stato ben accolto in ambito NATO, anche alla luce della volontà di disimpegno nei confronti della sicurezza europea espressa dall’amministrazione Trump.
Come testimonia la dichiarazione dell’ex vice Segretario generale della NATO, Jamie Shea: “Il Libro bianco [sul futuro della difesa europea, ndr] segna un punto di svolta nel pensiero strategico europeo, riconoscendo finalmente che la difesa non è un optional, ma una necessità esistenziale”.
Molto è stato affermato e scritto in questi giorni sulla tematica del riarmo e delle spese militari da politici, commentatori e analisti, talvolta evidenziando limiti e criticità del piano proposto dalla Commissione. Nel tentativo di fornire un primo contributo alla definizione di un quadro realistico dell’attuale scenario, è opportuno analizzare gli ultimi dati forniti dal Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) relativi al 2023 – in attesa del rapporto sul 2024 che sarà pubblicato a fine aprile prossimo.
L’aumento delle spese militari mondiali complessive e la dinamica macroregionale
Sotto l’impulso della guerre in Ucraina e in Medio Oriente e l’aumento delle tensioni geopolitiche, soprattutto in Asia-Pacifico, l’incremento percentuale della spesa militare mondiale nel 2023 si attesta al 6,8%, quasi raddoppiando rispetto al +3,9% dell’anno precedente. Si è quindi giunti, dopo il nono anno di crescita consecutiva, al record di 2.443 miliardi di dollari, con un incremento in valore assoluto di 203 miliardi. In sostanza le spese militari mondiali, dopo la fine della Guerra fredda, dal minimo registrato a metà anni ‘90, nel 2023 sono praticamente raddoppiate (Grafico 1).

Grafico 1: spese militari mondiali e per macroregioni geografiche 1988-2023. Fonte Sipri aprile ’24.
Inoltre, per la prima volta dal 2009, a testimonianza dell’aumento di tensioni e conflitti su scala globale, si registra un simultaneo aumento delle spese militari in tutte le cinque macroregioni geografiche classificate dal SIPRI, in ordine decrescente di incremento: Africa +22%, Europa +16%, Medio Oriente +9%, Asia e Oceania +4,4 e Americhe +2,2% (Tabella 1).
Tabella 1: Spesa militare mondiale espressa in miliardi di $ e ripartizione per macroregioni terrestri e subregioni con variazioni annue 2022-23 e decennali 2014-23. Fonte: Sipri 2024.
Le Americhe
Procedendo all’analisi delle macroregioni in base ai valori assoluti di spesa, rileviamo che le Americhe passano da 961 miliardi di dollari nel 2022 a 1.009 miliardi nel 2023 (+2,2%), rappresentando il 41% della spesa globale. L’incremento è determinato quasi interamente dalla parte Settentrionale che, con 943 miliardi, accentra la spesa del continente e registra un aumento del 2,4%, determinato dalla politica di riarmo degli Stati Uniti a sostegno dell’Ucraina e, dopo il 7 ottobre 2023, di Israele. Di contro, il Centro e il Sud America registrano una lieve flessione, con riduzioni rispettivamente dello 0,4% e dello 0,3%.
Anche nel 2023, gli Stati Uniti si confermano il principale paese al mondo per spesa militare, con 916 miliardi di dollari, pari al 37% del totale mondiale, registrando un incremento annuo del 3,4% e un incremento del 9,9% rispetto a dieci anni fa (Tabella 2). Di fatto, Washington trascina al rialzo sia la propria subregione – il Nord America – sia l’intero continente americano, visto che ne rappresenta rispettivamente circa il 95% e il 90% delle spese totali. L’aumento in valore assoluto è di 48 miliardi di dollari, mentre si osserva un lieve rallentamento della crescita su base decennale, con la spesa militare in rapporto al PIL che passa dal 3,7% nel 2014 al 3,4% nel 2023.
Gli Stati Uniti continuano a mantenere un apparato militare imponente composto, tra l’altro, da sei flotte navali che coprono l’intera superficie marina terrestre, da circa 850 basi militari distribuite sui cinque continenti e un possente arsenale nucleare composto da 5.000 testate (carta 1).

Carta 1: Lo schieramento militare statunitense nel 2019 e le 6 aree con i rispettivi comandi centrali. Fonte: Limes.
Nel 2023 la spesa militare del Messico ha raggiunto gli 11,8 miliardi di dollari, a testimonianza di una politica di potenziamento delle forze armate orientata a obiettivi di medio-lungo termine: infatti, sebbene si registri una flessione dell’1,5% su base annua, l’incremento complessivo dal 2014 al 2023 è stato notevole, pari al 55%.
Questo aumento tendenziale della spesa militare è riconducibile principalmente alla fondazione della Guardia Nacional nel 2019 da parte dell’ex Presidente Lopez Obrador, con la principale funzione di contrastare la criminalità organizzata legata al narcotraffico.
Nel suo processo di strutturazione, la nuova forza militarizzata con funzione di polizia federale, assorbendo una quota sempre maggiore della spesa militare nazionale — che è passata dallo 0,7% nel suo anno di creazione all’11% nel 2023 — ha inevitabilmente contribuito ad aumentare l’entità complessiva della spesa militare del Messico nel medio periodo.
L’America Centrale, nel 2023, anche per la sue scarse dimensioni, continua a risultare la subregione con minor spesa a livello mondiale con soli 14,7 miliardi di dollari, pari ad appena lo 0,6% del totale mondiale. Si evidenzia, peraltro, una marcata tendenza espansiva di medio-lungo periodo dei fondi destinati al settore militare, con un aumento significativo del 54% fra il 2014 e il 2023.
In America Meridionale si registra una riduzione tendenziale della spesa militare del 7,2% fra il 2014 e il 2023 e dello 0,3% su base annua, con un totale di 50,7 miliardi di euro. Il Brasile risulta, in questo contesto, il paese con la spesa militare più alta, pari a 22,9 milioni di dollari (1,1% del PIL), registrando un incremento annuo del 3,1%.
Appurato il ruolo nettamente dominante di Brasilia – pari al 45% della spesa totale della subregione – questo aumento lascia intendere una prevalente diminuzione della spesa degli altri Stati, frutto della sostanziale assenza di significativi conflitti interstatali degli ultimi anni.
In Sud America le forze armate vengono, invece, più spesso impiegate in azioni repressive interne a danno dei vari movimenti che sorgono ciclicamente a seguito di tensioni politiche e sociali, elementi strutturali delle sperequate società latinoamericane.
Asia e Oceania
Seguono a distanza l’Asia e l’Oceania che, nel 2023, registrano il 34° anno consecutivo di crescita, con un incremento di 20 miliardi di dollari (+4,4%), portando la spesa complessiva a 595 miliardi, pari al 24% del totale mondiale.
Anche in questo caso la spesa militare è sostenuta perlopiù dalla regione economicamente e militarmente più importante, l’Asia Orientale, che con 411 miliardi guida al riarmo l’intera regione. In quest’area, da alcuni anni, le tensioni geopolitiche si vanno intensificando, soprattutto nei due mari cinesi, con al centro la questione di Taiwan e le dispute territoriali su vari arcipelaghi contesi da numerosi stati rivieraschi, dal Giappone fino al Vietnam (Carta 2).
Carta 2. Dispute territoriali nel Sud-Est asiatico. Fonte: UNCLOS
L’Estremo Oriente si va sempre più configurando come uno dei principali epicentri di tensioni internazionali in quanto, oltre ad essere attraversato dalla profonda faglia che separa gli Stati Uniti dalla Repubblica Popolare Cinese, vi si concentrano un soggetto nucleare come la Corea del Nord e tre fra i primi undici paesi per spesa militare nel 2023: la Cina – anch’essa potenza nucleare – al secondo posto con 296 miliardi di dollari, il Giappone al decimo con 50,2 miliardi, seguito da vicino dalla Corea del Sud con 47,9 miliardi (Tabella 2).

Tabella 2: i primi 15 stati per spese militari nel 2023. Fonte Sipri 2024.
Si tratta di uno scacchiere interessato da tensioni geopolitiche crescenti, lungo la suddetta faglia: tali tensioni sono determinate principalmente dallo scontro fra le aspirazioni cinesi all’estensione del controllo sui due mari prospicienti le sue coste – il mar Cinese Orientale e quello Meridionale – e la politica statunitense di contenimento di Pechino, il cosiddetto Pivot to Asia, varata dal Presidente Obama nel 2011 e proseguita dai suoi successori, soprattutto da Joe Biden (Carta 3).
Carta 3: Aree di tensione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese nel Mar Cinese Meridionale
La frattura geopolitica lungo le coste cinesi si è recentemente accentuata a seguito di alcuni episodi particolarmente significativi. In primo luogo, a causa della visita a Taiwan della Speaker della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, nell’agosto 2022. In secondo lugo, la riattivazione del Dialogo quadrilaterale di sicurezza tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti (QUAD) e la stipula del Patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti (AUKUS), hanno ulteriormente contribuito a inasprire la situazione.
Il QUAD, creato nel 2007 con l’obiettivo di promuovere un “Arco asiatico della democrazia”, è rimasto inizialmente poco operativo a causa di divergenze interne. Nel 2017, dopo un incontro a Manila tra i membri fondatori, il Dialogo quadrilaterale è stato rilanciato con un focus sulla cooperazione militare anticinese. Sotto la prima amministrazione Trump, il QUAD ha intensificato le sue attività, in particolare le esercitazioni militari congiunte, inasprendo il confronto globale tra Stati Uniti e Cina. Il nuovo corso dell’alleanza si ispira alla strategia dell’“Indo-Pacifico libero e aperto” di Hillary Clinton e mira a contenere l’influenza cinese, rispondendo alle “Vie della seta”.
L’AUKUS, invece, lanciato da Washington sotto la presidenza Biden il 15 settembre 2021, ha caratteristiche imperialistiche più marcate, dal momento che raccoglie tre dei Five eyes anglofoni: Australia, unico presente geograficamente nella macroregione, Regno Unito e Stati Uniti. Il programma dell’Aukus è incentrato sull’ammodernamento della flotta australiana di sottomarini con mezzi strategici a propulsione nucleare e rientra nel quadro di rafforzamento delle alleanze in funzione anticinese, per il mantenimento dell’ordine internazionale a guida statunitense.
La Cina, in forza del disegno strategico di riequilibrare il suo status militare a quello di superpotenza economica, sta implementando una politica di riarmo ormai di lungo periodo: e infatti è giunta al 29° anno di incremento consecutivo, che l’ha portata nel 2023 a 296 miliardi di dollari, con un aumento considerevole del 6% annuo e del 60% su base decennale, consolidandosi al secondo posto della graduatoria mondiale. In questo quadro, tuttavia, Pechino mantiene una quota del PIL dedicata alle spese militari ancora bassa, pari al 1,7%, meno della metà di quella statunitense (3,7%).
Il secondo paese dell’Asia e Oceania per spesa militare e quarto a livello mondiale si conferma l’India, con 83,6 miliardi di dollari, frutto di un incremento annuo del 4,2% e del 44% su base decennale. Delhi, fedele alla tradizionale politica del “non allineamento”, persegue una propria strategia di potenza che, da un lato, la vede come fondatrice e pilastro dei BRICS, impegnata in una ridefinizione multipolare degli equilibri internazionali; dall’altro, con l’adesione al QUAD, contribuisce al rafforzamento della strategia di contenimento degli Stati Uniti, che circondano letteralmente la Repubblica Popolare Cinese dal Giappone fino all’Oceano Indiano (Carta 3).
Anche il Giappone, nonostante la Costituzione pacifista impostagli al termine della Seconda Guerra Mondiale dagli Stati Uniti, sta implementando una politica di riarmo sotto l’egida di Washington, con un incremento annuo record nel 2023 di 11%, il più elevato dal 1972, e uno decennale del 31%, portando le spese militari a 50,2 miliardi di dollari.
In recente espansione è anche la spesa di Taiwan, che registra, infatti, un aumento annuo dell’11%, portandosi a 16,6 miliardi di dollari nel 2023.

Carta 3: Mar Cinese Orientale e Meridionale, con le due cinture insulari fortificate statunitensi in funzione anti-cinese. Fonte: InsideOver
La regione Asia-Oceania include, infine, la Corea del Sud e l’Australia. Nel 2023 la Corea del Sud ha registrato un aumento contenuto della spesa militare del 1,1%, portandosi a 47,9 miliardi di dollari, scivolando dal 9° all’11° posto nella graduatoria globale. Nello stesso anno l’Australia ha ridotto dell’1,5% la propria spesa militare, scendendo a 32,5 miliardi, senza che il piano di riarmo pluriennale focalizzato sui sommergibili nucleari statunitensi abbia avuto un impatto significativo. Tuttavia, entrambi i paesi mostrano, su base decennale, una chiara tendenza al riarmo, con aumenti rispettivi del 34% e del 35%, superiori alla media globale del 27%.
La Corea del Sud e, soprattutto, il Giappone rappresentano degli alleati strategici per gli Stati Uniti nello scacchiere Asia-Pacifico, sia per la posizione geostrategica in prossimità del territorio cinese, sia per la presenza di numerose basi (circa 28.500) e di circa 52.000 unità delle forze armate (Carta 3). Questi due paesi rappresentano i pilastri settentrionali della “prima catena di isole”, la linea fortificata statunitense che si estende vicino al territorio cinese, costellata di basi militari. Questa catena si proietta fino al Mar Cinese Meridionale, passando per la strategica base di Okinawa e sfiorando a est l’isola di Taiwan, che costituisce il fulcro delle tensioni regionali.
Un altro stato rilevante dal punto di vista geostrategico per gli Stati Uniti sono le Filippine che, dopo la politica di equidistanza sino-statunitense durante la presidenza Duterte (2016-2022), hanno riaffermato il loro legame con Washington con il ritorno al potere della famiglia Marcos. Nel maggio 2023, infatti, è stato sottoscritto un nuovo accordo bilaterale per la difesa, che ha ampliato le opzioni di intervento a favore delle forze armate di Manila, rinnovando le condizioni del Trattato di Mutua Difesa del 1951.
Questo passo segna una svolta nella strategia statunitense nel Mar Cinese Meridionale, passando dal “non coinvolgimento” a un interventismo più marcato. A supporto di tale strategia, gli Stati Uniti hanno ottenuto l’accesso a quattro nuove basi militari, portando a nove il numero complessivo di strutture dove le forze armate statunitensi potranno stazionare sul suolo filippino.
Andrea Vento è docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa. Nel 2013 – assieme ad alcuni colleghi – ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati) ed è membro del comitato di redazione del quotidiano online Pisorno.it, in qualità di responsabile della pagina internazionale.