Dal conflitto armato agli accordi di pace in Colombia: intervista a Graziano Palamara
La Colombia ha vissuto una delle guerre interne più lunghe e complesse dell’America Latina, in cui gli interessi dello Stato, delle guerriglie e dei gruppi paramilitari si sono intrecciati per decenni, radicandosi in disuguaglianze storiche, controllo del territorio e economie illegali. Questo percorso ha trasformato la violenza in un tratto strutturale della società, con la popolazione civile come principale vittima. Oggi, a quasi un decennio dagli Accordi di Pace del 2016, riflettere su questa storia è cruciale per comprendere le ragioni della fragilità della pace, le resistenze alla sua attuazione e le sfide ancora aperte: dalla reintegrazione degli ex combattenti alla protezione dei leader sociali. Solo affrontando le radici profonde della violenza – politiche, economiche e sociali – la Colombia potrà costruire una pace duratura e inclusiva. Ne abbiamo discusso a lungo con Graziano Palamara, docente di Storia delle Relazioni Internazionali e Storia dell’America Latina presso l’Università degli Studi di Salerno.
Quali sono le radici storiche del conflitto armato in Colombia e in che modo si sono intrecciati gli interessi di governo, guerriglie e gruppi paramilitari nel corso dei decenni?
Le origini del conflitto armato in Colombia affondano le radici nelle profonde tensioni tra il partito liberale e quello conservatore nel XIX secolo, periodo in cui la violenza politica si consolidò come strumento legittimo di competizione per il potere e di costruzione dello Stato. Queste dispute, mai risolte definitivamente, riemersero ciclicamente e sfociarono in maniera drammatica a metà del Novecento durante l’epoca della storia colombiana nota come La Violencia, trascinando il paese in un baratro di polarizzazione e ricorso sistematico alla forza.
Se proviamo a guardare alle cause del conflitto, è chiaro che non c’è un solo fattore in grado di spiegare tutto. Questioni sociali, economiche e politiche si intrecciano perché disuguaglianze rurali, esclusione politica e lotta per il controllo del territorio e delle risorse si sono sempre sovrapposte, generando tensioni profonde e alimentando la violenza per decenni. Tutti questi aspetti, peraltro, sono da sempre anche al centro di un acceso dibattito tra storici, analisti e chiunque abbia cercato di interpretare le origini e la durata del conflitto.
Proprio per provare a fare chiarezza e offrire una visione complessiva di queste dinamiche, nel 2015 è stato pubblicato il Rapporto finale della Commissione storica sul conflitto e le sue vittime (Informe de la Comisión Histórica del Conflicto y sus Víctimas), redatto da una commissione ufficiale voluta dallo Stato colombiano. Il documento ha provato a offrire una sintesi interpretativa delle cause storiche del conflitto, basata sull’analisi dei fattori strutturali, politici e sociali che hanno permesso alla violenza di radicarsi così a lungo.
L’Informe, per esempio, sottolinea che il 1958 rappresenta un punto di svolta nella storia politica della Colombia e del conflitto. In quell’anno, infatti, fu istituito il Frente Nacional, un accordo tra liberali e conservatori che prevedeva l’alternanza al potere e la ripartizione paritaria delle cariche statali fino al 1974, con l’obiettivo di contenere la violenza da entrambe le parti. Ma, pur stabilizzando temporaneamente i rapporti tra i due partiti, il Frente Nacional consolidò un sistema politico fortemente esclusivo, incapace di integrare nuovi attori e di affrontare le profonde disuguaglianze sociali e la storica questione agraria. La concentrazione della terra, la povertà rurale e l’assenza dello Stato in vaste regioni generarono anzi le condizioni favorevoli alla nascita delle guerriglie, inizialmente concepite come risposta armata all’esclusione politica e sociale, con un forte legame con le comunità contadine.
Col passare del tempo, tuttavia, il conflitto si è trasformato e degenerato. Lo Stato privilegiò una risposta militarizzata, spesso tollerando o persino favorendo l’azione di attori irregolari per garantire il controllo territoriale. In questo contesto emersero i gruppi paramilitari, sostenuti da settori delle élite economiche, politiche e militari come strumenti di contro-insurrezione, responsabili di violenze sistematiche contro la popolazione civile, frequentemente con la complicità dello Stato. Parallelamente, anche le guerriglie si distaccarono progressivamente dai loro obiettivi originari, finanziandosi attraverso economie illegali quali narcotraffico, sequestri ed estorsioni.
In breve: le radici del conflitto armato colombiano hanno generato un intreccio complesso di interessi politici, economici e militari, che hanno reso la violenza un tratto distintivo della vita pubblica del paese e trasformato i civili nelle principali vittime della violenza stessa.
Come si è sviluppato nel tempo il fenomeno paramilitare? E quali effetti ha avuto sulla popolazione civile, in termini di violenza, sfollamenti e controllo territoriale?
Come anticipato sopra, il fenomeno paramilitare in Colombia si è sviluppato principalmente come strategia contro-insurrezionale, promossa da settori dello Stato, delle forze militari e delle élite economiche, con l’obiettivo di fronteggiare le guerriglie e proteggere interessi politici ed economici in specifiche regioni.
I gruppi paramilitari – come indica un’ampia letteratura accademica che ha collocato lo studio del paramilitarismo all’interno della più generale ricerca sul conflitto armato colombiano – devono essere considerati quindi attori centrali della violenza politica e risultano strettamente intrecciati con le dinamiche tra Stato, guerriglie, società civile e strutture socio‑economiche. Gli stessi studi sottolineano, in effetti, come i paramilitari hanno consolidato il loro potere attraverso forme di violenza organizzata, espropriazione di terre e controllo di economie illegali come il narcotraffico, integrandosi in un sistema complesso in cui convergono interessi politici ed economici.
Tutto ciò ha fatto sì che gli effetti sulla popolazione civile siano stati – e purtroppo continuino a essere – profondi e molteplici. In primo luogo, si è verificata una violenza sistematica, fatta di omicidi mirati, massacri, sparizioni forzate e minacce costanti, generando un clima di terrore che ha colpito leader sociali e intere comunità rurali. La violenza, oltre a finalità militari, ha avuto (ed ha) anche una funzione sociale, quale quella di controllare la popolazione e consolidare il dominio sul territorio.
In secondo luogo, la violenza dei gruppi paramilitari ha provocato spostamenti forzati di massa. Intere famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, permettendo ai paramilitari di esercitare un vero e proprio dominio territoriale specialmente nei departamentos settentrionali e nord‑occidentali del paese, che sono e restano ancora oggi strategiche soprattutto per le rotte del narcotraffico. Al contempo, i gruppi paramilitari hanno instaurato forme di controllo territoriale e sociale parallele a quelle dello Stato, imponendo regole locali, punendo l’opposizione e monopolizzando le attività economiche illegali.
Tutto questo ha indebolito la presenza statale e creato un sistema di autorità alternativo che ha condizionato la vita quotidiana della popolazione, nonché limitato gravemente la partecipazione politica e sociale.
Va però ricordato che negli anni 2003‑2006, sotto il governo di Álvaro Uribe, fu avviato un programma formale di smobilitazione dei gruppi paramilitari, in particolare delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Sebbene queste iniziative abbiano ridotto la visibilità dei gruppi organizzati e rappresentato un passo verso la riconciliazione, buona parte della letteratura evidenzia che molti ex paramilitari hanno poi mantenuto legami con attività illegali o si sono riorganizzati in gruppi emergenti, tra cui soprattutto le cosiddette Bandas Criminales Emergentes (BACRIM), ovvero gruppi che operano con modalità e finalità prevalentemente legate al narcotraffico e ad altre attività illecite.
Per questo motivo, diversi osservatori e organizzazioni della società civile parlano oggi di neoparamilitarismo, intendendo con ciò la persistenza di strutture armate e logistiche di violenza territoriale, che riproducono dinamiche ereditate dal paramilitarismo tradizionale e continuano a minacciare la sicurezza in molte aree del paese.
Quali fattori economici, come il narcotraffico, l’estrazione mineraria e le disuguaglianze agrarie, hanno alimentato maggiormente il conflitto? E che ruolo hanno svolto gli attori internazionali?
Il conflitto armato in Colombia è stato profondamente influenzato da fattori economici che, per decenni, hanno alimentato la violenza e ne hanno plasmato le dinamiche. Tra questi, il narcotraffico occupa sicuramente un ruolo centrale. La Colombia resta il principale produttore mondiale di cocaina: la produzione e il commercio di droga generano enormi risorse che permettono a guerriglieri e paramilitari di finanziare operazioni, acquistare armi e consolidare reti di corruzione. Questa economia illecita, penetrando anche nei canali legali, indebolisce il controllo statale e incentiva la violenza nelle regioni strategiche, dove il denaro accumulato con la droga diventa strumento di potere territoriale.
Anche lo sfruttamento minerario ha avuto un impatto rilevante, soprattutto negli ultimi decenni, con la trasformazione dell’economia colombiana in un modello estrattivista. Zone ricche di oro, carbone, coltan e altri minerali sono ormai diventate oggetto di contesa tra attori illegali, provocando spostamenti forzati e gravi conseguenze per le comunità locali, oltre che per l’ambiente.
Un altro fattore di conflitto ha a che fare certamente con le disuguaglianze agrarie. La concentrazione della terra nelle mani di pochi proprietari e le difficili condizioni dei contadini, marginalizzati e privi di accesso a risorse adeguate, hanno generato tensioni sociali persistenti, alimentando negli anni forti cicli di violenza.
Anche gli attori internazionali hanno giocato un ruolo importante, sebbene, a dire il vero, non sempre privo di ambiguità. Si pensi, ad esempio, agli Stati Uniti, che sin dagli anni Settanta del Novecento hanno mostrato un interesse costante nel contrastare il narcotraffico in Colombia. Inizialmente, questo impegno si è manifestato attraverso cooperazione tecnica, programmi antidroga e assistenza alle forze di sicurezza, con l’obiettivo di fermare la produzione e il commercio di droga che interessavano sia la Colombia sia i mercati internazionali.
Questo sforzo si è sistematizzato e rafforzato a partire dal 2000 con il Plan Colombia, un programma integrale di assistenza militare, economica e sociale, progettato per supportare i governi di Bogotà nella lotta contro i gruppi armati illegali e il narcotraffico, promuovendo al contempo iniziative di sviluppo alternativo e rafforzamento istituzionale. Tuttavia, questo intervento ha avuto un carattere ambivalente, perché se da un lato ha contribuito a ridurre alcune attività legate al narcotraffico, dall’altro ha però incrementato la militarizzazione dei territori rurali, aggravando in alcuni casi le violazioni dei diritti umani e gli spostamenti forzati.
La comunità internazionale – in particolare l’Unione Europea – ha promosso invece programmi di sviluppo rurale, riparazione delle vittime e rafforzamento istituzionale, sostenendo processi di dialogo e costruzione della pace.
Anche la Chiesa Cattolica ha svolto un importante ruolo di mediazione, come dimostrato soprattutto dallo storico viaggio apostolico di Papa Francesco del settembre 2017, volto a sostenere la riconciliazione nazionale e incoraggiare il perdono come strumento di pace.
E infine non si può dimenticare il ruolo delle ONG internazionali, tra cui organizzazioni di cooperazione come il Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP), che da anni operano sul terreno con programmi di sostegno ai civili, monitoraggio dei diritti umani, sostenibilità e sviluppo alternativo, contribuendo alla costruzione della pace attraverso il coinvolgimento attivo della popolazione.
Come si è arrivati agli accordi di pace? Che cosa prevedono? Quali sono stati i principali strumenti di giustizia riparativa introdotti negli accordi di pace, e quali sfide emergono nel bilanciare verità, giustizia e reintegrazione degli ex combattenti?
Il processo che ha portato nel 2016 alla firma degli Accordi di pace tra lo Stato colombiano e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo (FARC–EP) può essere interpretato come un primo approdo nel lungo percorso di superamento del conflitto armato.
Non va dimenticato che, nel corso dei decenni, in Colombia si sono susseguiti numerosi tentativi negoziali tra i governi e le diverse guerriglie, quasi sempre compromessi dalla mancanza di fiducia reciproca tra le parti, dall’assenza di meccanismi credibili di monitoraggio del cessate il fuoco o dall’incapacità di affrontare in modo strutturale le stesse cause del conflitto. Il processo che meglio ha sintetizzato tutti questi limiti è stato quello dei negoziati fallimentari del Caguán, svoltisi tra il 1999 e il 2002 durante il governo di Andrés Pastrana. Proprio queste esperienze, tuttavia, hanno contribuito a maturare una maggiore consapevolezza circa le condizioni necessarie per un processo di pace più solido: la definizione di regole chiare, l’istituzione di strumenti di verifica efficaci e un’attenzione costante alla costruzione della fiducia tra le parti.
Quando nel 2012 il governo di Juan Manuel Santos ha avviato un nuovo ciclo di negoziati, l’obiettivo non era la mera cessazione delle ostilità, ma la creazione delle condizioni per una pace sostenibile e duratura, intervenendo sulle radici strutturali del conflitto. I colloqui, condotti a L’Avana sotto la mediazione di attori internazionali e con la partecipazione attiva della società civile, sono stati concepiti per l’appunto come un processo integrato, in cui il dialogo politico, le misure di sicurezza e le riforme strutturali dovevano articolarsi congiuntamente. Questa impostazione ha trovato una chiara espressione nel principio negoziale del nada está acordado hasta que todo esté acordado (ossia: nulla è deciso finché non sarà deciso tutto), adottato dalle parti come guida dell’intero processo.
L’accordo finale, firmato nel novembre 2016, si è strutturato su sei ambiti specifici: lo sviluppo rurale integrale, la partecipazione politica, la gestione del problema delle droghe illecite, il cessate il fuoco e la fine definitiva delle ostilità, la tutela dei diritti delle vittime e i meccanismi di implementazione e verifica.
Sulla riforma rurale integrale, in particolare, si decise di non limitarsi solo alla redistribuzione della terra, ma di prevedere un insieme coordinato di interventi volti a ridurre le disuguaglianze territoriali, garantire l’accesso alla proprietà fondiaria e promuovere uno sviluppo agricolo sostenibile. Allo stesso tempo, la partecipazione politica degli ex combattenti venne concepita con lo scopo di offrire loro spazi legittimi all’interno della vita democratica – consentendo alle FARC di trasformarsi in partito politico, oggi Comunes – mentre le misure relative al problema delle droghe sarebbero state affidate a programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite e strategie di sviluppo alternativo.
Quanto agli strumenti di giustizia riparativa, gli Accordi previdero come nucleo centrale l’istituzione di un sistema integrato di giustizia transizionale, concepito per garantire verità, giustizia e la non ripetizione delle violenze. Gli strumenti principali di questo sistema vennero individuati nella cosiddetta Jurisdicción Especicial para la Paz (JEP), incaricata di indagare e giudicare i crimini più gravi del conflitto attraverso sanzioni alternative fondate sulla collaborazione e sul riconoscimento delle responsabilità; nella Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad, deputata alla ricostruzione degli eventi del conflitto e alla valorizzazione della voce delle vittime; e nella Unidad de Búsqueda de Personas per la ricerca delle persone scomparse, dedicata a rintracciare i desaparecidos e a fornire risposte ai familiari.
Proprio l’implementazione di tali strumenti, però, ha messo in luce le sfide più complesse. Il bilanciamento tra responsabilità e reintegrazione, per esempio, è risultato fin da subito particolarmente delicato, perché le sanzioni alternative devono garantire un adeguato livello di risposta giuridica senza compromettere l’inserimento degli ex combattenti nella società. Al tempo stesso, molte vittime hanno percepito tali pene come insufficienti rispetto alla gravità dei crimini subiti.
La reintegrazione sociale ha richiesto, inoltre, opportunità economiche e condizioni di sicurezza, ma la persistenza di gruppi armati illegali e l’instabilità di numerose aree rurali ne hanno ostacolato la piena realizzazione. Inoltre, la protezione dei leader sociali e dei difensori dei diritti umani è apparsa – e tutt’oggi rimane – una sfida centrale, evidenziando come la costruzione della pace non possa essere intesa come un evento conclusivo, bensì come un processo continuativo di consolidamento istituzionale, partecipazione civica e sicurezza territoriale.
In che misura gli accordi di pace hanno modificato il panorama politico e sociale colombiano, e quali sono le resistenze più forti alla loro piena implementazione?
È innegabile che gli accordi del 2016 abbiano aperto prospettive di ricostruzione del paese come mai prima, generando un’ampia e diffusa aspettativa di cambiamento nel panorama politico e sociale del paese. In particolare, vi era la speranza – ben riassunta dalla categoria di “post-conflitto”, coniata da numerosi studiosi e analisti per descrivere la nuova fase – che la firma degli accordi favorisse il pieno reinserimento dei guerriglieri, una reale riforma agraria e una ristrutturazione dello scenario politico in senso più inclusivo e partecipativo.
Molte di queste aspettative, tuttavia, sono state ridimensionate già dal referendum dell’ottobre 2016, voluto dal governo di Juan Manuel Santos come strumento di legittimazione popolare del processo di pace. Con grande sorpresa, soprattutto da parte della comunità internazionale, il “No” ha prevalso di strettissima misura. E sebbene gli accordi sono stati comunque firmati dopo una rapida revisione che, almeno formalmente, cercava di tener conto dell’esito delle urne, il risultato referendario ha dato la misura delle forti resistenze politiche e sociali che il processo avrebbe incontrato.
L’esito del voto ha riflettuto in particolare la capacità dell’uribismo – corrente politica di destra, facente capo all’ex presidente Álvaro Uribe, storicamente legata alla linea della “mano dura” e al rifiuto di qualsiasi negoziazione con la guerriglia – di far leva sui timori legati all’impunità, alla sicurezza e alla partecipazione politica degli ex combattenti. Attraverso la polarizzazione del dibattito pubblico, l’uribismo è riuscito a imporre la narrativa secondo cui la pace avrebbe significato impunità per i responsabili di crimini atroci, contribuendo così a indebolire la legittimità dell’accordo presso una parte significativa dell’opinione pubblica.
Queste resistenze si sono tradotte più tardi in scelte politiche concrete sotto il governo di Iván Duque, eletto nel 2018 come candidato uribista con il sostegno delle forze conservatrici. La sua amministrazione ha rallentato e svuotato l’attuazione di molti impegni previsti, producendo risultati disomogenei e insufficienti nello sviluppo rurale, nella protezione degli ex combattenti e nella riparazione delle vittime. L’incapacità dello Stato di occupare stabilmente i territori abbandonati dalle FARC, inoltre, ha lasciato ampi vuoti di potere, rapidamente colmati da gruppi armati, bande criminali e nuovi attori illegali.
In questo contesto, alcuni settori dissidenti delle FARC hanno denunciato il mancato rispetto degli accordi da parte dello Stato, riprendendo le armi per dare vita alla cosiddetta Seconda Marquetalia. In quegli anni, la Colombia ha continuato ad avvitarsi in una spirale di violenza: dal 2016 oltre 1.200 ex combattenti e leader sociali sono stati assassinati, mentre l’assenza istituzionale in vaste aree rurali ha favorito il controllo da parte di attori criminali, con il protrarsi di sfollamenti, minacce e violazioni sistematiche dei diritti umani.
In questo scenario di frustrazione, ritardi istituzionali e incompiutezza, l’elezione di Gustavo Petro nel 2022 è stata letta come uno degli effetti politici e sociali generati dagli Accordi di Pace. Primo presidente dichiaratamente di sinistra ed ex guerrigliero dell’M-19 – un movimento di guerriglia urbana che aveva deposto le armi all’inizio degli anni Novanta – Petro ha intercettato effettivamente il malcontento di ampi settori della società colombiana, stanchi della polarizzazione e della mancata attuazione delle promesse di pace.
Quali novità ha introdotto il governo di Gustavo Petro nella gestione del processo di pace e nella politica verso i gruppi armati, e quali prospettive si aprono per una pace duratura?
Gustavo Petro ha presentato il suo governo come quello del “cambiamento”. Il suo arrivo al potere ha segnato una svolta storica, alimentando la speranza che il processo di pace, pur rallentato e frammentato, potesse essere rilanciato e concretizzato. Tuttavia, anche queste aspettative si sono scontrate rapidamente con i limiti strutturali dello Stato, con una pluralità di resistenze interne e con la persistenza della violenza nei territori, rivelandosi, almeno fino a oggi, solo parzialmente realizzate.
Petro intendeva dimostrare che la via negoziale potesse produrre risultati tangibili e che il successo dell’accordo avrebbe rafforzato la fiducia dell’opinione pubblica nelle soluzioni politiche al conflitto, creando un modello estendibile anche ad altri attori armati presenti nel paese. Da questa premessa è nato il progetto della cosiddetta Paz Total, che può essere considerato la principale novità introdotta dal governo Petro nella gestione del conflitto armato.
A differenza degli approcci precedenti, la Paz Total ha puntato a coinvolgere simultaneamente tutti i gruppi armati attivi in Colombia: dalle dissidenze delle FARC, all’Ejército de Liberación Nacional (ELN), storica guerriglia ancora operativa, fino ai principali gruppi criminali legati al narcotraffico, come il potentissimo Clan del Golfo. La logica di questo progetto si è fondata su una strategia integrata, che ha combinato strumenti di natura diversa: cessate il fuoco territoriali, canali di dialogo politico, programmi di reintegrazione e meccanismi pensati per incentivare la smobilitazione e la collaborazione con lo Stato.
Fin dall’inizio, tuttavia, questa strategia ha suscitato forti tensioni e perplessità. Anche all’interno delle istituzioni e tra coloro che avevano sostenuto e negoziato l’accordo con le FARC – quindi non ostili in principio alla via negoziale – si è fatta strada l’idea che l’apertura simultanea di troppi tavoli con attori profondamente diversi tra loro finisse per frammentare il processo, disperdendo risorse, energie e capacità di controllo.
In parte questo rischio si è effettivamente concretizzato e gli oppositori di Petro non hanno avuto particolare difficoltà a sostenere che la Paz Total non ha prodotto una reale de-escalation della violenza. Al contrario, in diversi casi alcuni gruppi criminali hanno sfruttato i negoziati per guadagnare tempo, consolidare il proprio controllo territoriale o rafforzare la loro posizione negoziale, senza mostrare un impegno credibile verso l’abbandono delle armi.
Sul piano dei risultati concreti, il bilancio del governo Petro nella gestione del processo di pace resta dunque limitato. I negoziati con l’ELN sono stati più volte sospesi a causa di attacchi e violenze, in particolare contro le forze di sicurezza, evidenziando la difficoltà di ottenere una volontà effettiva di smobilitazione. È vero che sono stati raggiunti alcuni accordi locali e parziali, come quelli con i Comuneros del Sur, un piccolo gruppo armato nato da una scissione dell’ELN, e con alcune dissidenze delle FARC, cui si aggiungono dialoghi con il Clan del Golfo. Tuttavia, nessuno di questi percorsi ha prodotto una soluzione strutturale, limitandosi perlopiù a intese circoscritte.
È vero semmai che sotto il governo Petro si è registrata una certa ripresa nell’implementazione dell’Accordo di pace del 2016, anche se pure in questo caso il bilancio resta ambivalente. Secondo le stime più accreditate, a distanza di nove anni ormai dalla firma, solo un terzo delle misure previste può dirsi pienamente attuato, mentre una quota significativa resta in fase iniziale o non è stata avviata. In particolare, i capitoli più avanzati riguardano il reinserimento degli ex guerriglieri, mentre restano fortemente in ritardo quelli relativi alla riforma rurale integrale, alla sicurezza nelle aree periferiche e alla protezione dei leader sociali. In questo senso, nonostante alcuni progressi, il divario tra obiettivi dichiarati e risultati concreti rimane ampio.
Non va dimenticato, ad ogni modo, come le difficoltà incontrate dal governo Petro siano state aggravate da un contesto esterno sempre meno favorevole. Solo nell’ultimo anno, ad esempio, la riduzione del sostegno internazionale – in particolare il progressivo smantellamento dei programmi dell’United States Agency for International Development (USAID), l’agenzia governativa degli Stati Uniti incaricata di fornire assistenza economica, sociale e di sviluppo ai paesi partner – ha indebolito uno dei pilastri fondamentali della strategia di pace. Questo ridimensionamento è stato ulteriormente accentuato dal deterioramento dei rapporti tra Petro e l’amministrazione statunitense dopo il ritorno di Donald Trump alla Presidenza, rendendo più difficile garantire risorse, continuità e credibilità ai progetti di sostegno al cosiddetto post-conflitto.
In sostanza, con le elezioni presidenziali del 2026 ormai alle porte, le politiche per la pace immaginate da Petro all’inizio del mandato attraversano oggi una fase di difficoltà. I risultati parziali e il peggioramento della situazione della sicurezza fanno sì che ordine pubblico e criminalità tornino al centro del dibattito politico, in linea con una tendenza più ampia in America Latina, dove recenti campagne elettorali – come quella cilena appena conclusa – hanno visto questi temi dominare l’agenda.
Le prospettive per una pace duratura restano quindi incerte e, purtroppo per la Colombia, l’esperienza del governo Petro mostra quanto sia difficile trasformare un progetto ambizioso e inclusivo in risultati concreti e stabili.
Intervista a cura di Lucia Gatto, volontaria del Servizio Civile Universale presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, chiusa in redazione il 22 dicembre 2025.


