Covid-19 e la vita delle donne in America Latina: per un approccio differenziale

In America Latina la “questione sociale”, legata alle molteplici diseguaglianze strutturali presenti nella società, è stata acuita dalla pandemia e dal mancato o debole intervento degli Stati. I governi in carica, spesso, non hanno saputo o voluto implementare politiche a favore delle classi sociali più deboli o di gruppi particolarmente vulnerabili, come le donne. Natalia Rueda, docente all’Università Externado in Colombia, ha analizzato sull’European Law & Gender blog la condizione femminile in America Latina al tempo della pandemia. Il Covid-19 ha peggiorato le condizioni di vita e di lavoro per molte donne, costrette contemporaneamente a cercare lavoro dopo averlo perduto, spesso nel settore informale, e a prendersi cura della casa e della famiglia. In questo contesto, pesa l’assenza di figure femminili nella ricerca scientifica: i primi studi sulla pandemia e sui suoi effetti sociali sono molto carenti proprio dal lato della prospettiva di genere. La crisi socio-sanitaria potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per sviluppare un “approccio differenziale”, che tenga conto delle diseguaglianze strutturali delle società latino-americane assumendo il punto di vista delle donne, delle lavoratrici, delle disoccupate, delle mogli e delle madri.

 

di Natalia Rueda

 

Non è un segreto che l’America Latina sia una regione con gravi problemi sociali. Per esempio, vi si riscontrano profonde disuguaglianze, e un’enorme incidenza del narcotraffico, che porta con sé morte, conflitti sociali politici e armati, e sfruttamento delle popolazioni vulnerabili, mentre emergono le debolezze istituzionali degli Stati e dei governi, impotenti di fronte a tutte queste problematiche. Sarebbero necessari fiumi d’inchiostro per riuscire a descrivere e comprendere questa crisi legata a profonde radici storiche [1]. In questo contesto, da un certo tempo la regione ha cominciato a sperimentare una forte pressione migratoria, dove i migranti scelgono “volontariamente” di attraversare le frontiere a piedi nudi, portando con sé poco più dei vestiti che indossano, volendo arrivare fino agli estremi del continente [2]. Si tratta di individui disperati che finiscono in una situazione di violazione sistematica dei diritti umani, oltre ad essere vittime di sfruttamento e tratta di persone, prede di organizzazioni criminali legate all’attività mineraria illegale e alla produzione di droga. Al margine del problema in sé, ormai è scontato che tutte queste problematiche colpiscono in modo più accanito una parte importante della popolazione: le donne, i cui corpi finiscono per diventare territori e trofei di guerra [3].

Tuttavia, quella che prima veniva descritta come una grave problematica che ha esacerbato animi nazionalisti e xenofobi ha raggiunto un ulteriore livello di complessità per conto del covid-19, il quale ha aggravato la situazione in maniera significativa. Infatti, dopo solo alcuni mesi di pandemia, la regione che comprende l’America Latina e i Caraibi ha regredito in maniera considerevole in tema di protezione di genere. Basta dare un’occhiata ad alcuni dati. Per esempio, secondo l’Observatorio COVID-19 en América Latina y el Caribe della Economic Commission for Latin America and the Caribbean (ECLAC) (CEPAL in spagnolo) in tutta la regione solo 15 paesi hanno attivato misure per generare posti di lavoro e ingressi economici, implementando 27 azioni (acciones) in totale. Rispetto alla cosiddetta economía del cuidado, che si riferisce al contributo che rappresenta il lavoro domestico e di cura, soltanto 12 paesi hanno attivato qualche (29) azione. Invece, per quanto riguarda la disposizione di misure come ad esempio benefici economici o sussidi, 16 paesi hanno disposto un totale di 28 azioni. Infine, la CEPAL ha tracciato un totale di cinque azioni in solo quattro paesi degli oltre 50 Stati che compongono la regione (Argentina, Cile, Costa Rica e Paraguay) che sono indirizzate a garantire l’accesso e la partecipazione delle donne agli strumenti contraddistintivi dell’Era digitale e la cui esclusione, in questo contesto di diffuso lavoro da remoto, causa un pregiudizio enorme [4]. Questi dati, oltre a quelli che registrano l’aumento della violenza domestica [5], confermano una evidente e costante indifferenza verso queste tematiche, le quali spesso vengono ancora ridotte ad etichette riduttive, come ad esempio “problemi di donne”.

Infatti, questa crisi ci pone di fronte alla realtà che ha affrontato Martin Niemöller descrivendo la costante indifferenza da parte di tutti di fronte ai continui abusi dei nazisti [6]. Oggi, però, la pandemia ci fa temere il peggio come società e come economie. Si avvicina un crollo economico senza precedenti e un aumento della povertà, che avrà effetti significativamente peggiori sulla vita di moltissime donne, indipendentemente dal loro contesto sociale. Così, la realtà ci colpisce in faccia per dimostrare che il genere va assunto come una questione trasversale e come un elemento rilevante per lo sviluppo e il superamento della crisi dovuta alla pandemia, altrimenti, ci troveremo a ripetere “vennero a prendere me. E non era rimasta più nessuna che potesse dire qualcosa”.

Bisognerebbe, quindi, vagliare alcuni aspetti per definire delle politiche pubbliche che frenino i devastanti effetti nelle economie a partire dalla considerazione di un approccio differenziale che muova dal riconoscimento del maggior peso che le misure restrittive, che hanno di fatto condotto alla riduzione di milioni di posti di lavoro, hanno sulla vita di certi gruppi di popolazione. Gli approcci differenziali che, tra gli altri, si possono predicare di bambini, di anziani, di gruppi indigeni, di persone private della libertà, di persone LGBTIQ+, di persone con handicap, di donne e, infine, di soggetti appartenenti a gruppi storicamente discriminati, costituiscono un ottimo strumento di impostazione delle politiche pubbliche [7].

In particolare, l’approccio differenziale di genere impone la considerazione di questioni come, per esempio, il peggioramento delle condizioni di vita lavorativa e privata che le donne hanno subito a causa del covid-19 e delle misure di restrizione come i lockdown, di cui i governi dell’America Latina hanno abusato senza criterio e fondamento, della crisi economica e dell’aumento del telelavoro. Così, oltre all’incremento della violenza, dal punto di vista economico si avverte che le donne stanno pagando un costo più alto in termini di qualità di vita, con gravi conseguenze a lungo termine anche a livello sociale.

In circostanze normali, una donna deve superare vari ostacoli per partecipare al mondo del lavoro in modo attivo, e comunque senza la garanzia di un’eguaglianza materiale. Per esempio, ormai è dimostrato che i datori di lavoro hanno più remore a vincolare una donna per conto della maternità, presente o futura, reale o eventuale [8]. In più, giustamente per la stessa considerazione, le donne possono operare un processo di autoselezione escludendo opportunità di lavoro promettenti in cerca di flessibilità per potersi dedicare alla cura delle persone da loro dipendenti (figli, anziani, persone con handicap) ricevendo stipendi ridotti oppure essendo costrette a lavorare in uno stato di informalità [9]. Questa situazione spinge molte donne ad autoescludersi dal mondo del lavoro oppure ad optare per due giornate lavorative, una stipendiata (un lavoro regolare) e l’altra no (il lavoro di cura e domestico). In entrambe le ipotesi ci sono alti costi per l’economia: da una parte, per la mancanza di riconoscimento del valore del lavoro domestico e di cura che, se calcolato come una componente dei PIL, potrebbe rappresentare una porzione importante della produzione di ricchezza; dall’altra, perché sotto questa prospettiva il divario di genere risulta più profondo di quanto non sembri ad un primo sguardo, non fosse altro per il fatto che la popolazione costretta alla cura dei familiari e al lavoro domestico è in età produttiva, quindi il tempo che dedica a queste attività non lo può destinare alla produzione di ingressi propri, rimanendo così in posizione di dipendenza economica rispetto ad altri membri della famiglia, il che implica anche una riduzione della propria autonomia.

Soffermandoci sulla prima ipotesi, cioè, quella delle donne attive nel mondo del lavoro e a carico del lavoro domestico, è importante considerare alcuni aspetti derivati dalla situazione di pandemia. In primo luogo, come si è già detto, c’è un rischio altissimo di duplicazione della giornata lavorativa senza che, però, questo si traduca in maggiori ingressi. Tale rischio è tutt’altro che latente poiché gli stereotipi di genere conducono ad una sovraoccupazione del genere femminile nei lavori domestici, per cui, le donne destinano molto più tempo (il doppio e anche il triplo) al lavoro non pagato [10] rispetto a quello destinato da parte degli uomini. Queste sono premesse valide nei casi in cui le donne sono riuscite a conservare i loro posti di lavoro, altrimenti, sebbene non ci sia una doppia giornata di lavoro, sì che c’è un peggioramento delle condizioni di vita. Così, il lavoro domestico e di cura meriterebbe molto più dell’idealizzazione del ruolo di madre e di donna come espressione di un dover essere fondato sulla natura, sulla falsariga della donna come angelo del focolare, fondamentalmente perché una lettura di questo genere annulla l’essere donna come espressione di una complessità che non si riduce alla riproduzione e alla cura dei propri cari.

Tuttavia, c’è anche un altro effetto molto più costoso a lungo termine che gli Stati e gli ordinamenti giuridici dovrebbero considerare: il covid-19 e le misure derivate dalla pandemia stanno riducendo la produttività femminile nell’ambito scientifico e accademico. Le donne stanno facendo molta meno attività di ricerca rispetto ai loro colleghi uomini, pubblicano meno e in questo momento sono sottorappresentate nel mondo scientifico [11] anche se in circostanze normali la disparità già faceva parte delle dinamiche ricorrenti [12]. Sebbene in questa frangia della società ci siano maggiori probabilità di fare una ripartizione del lavoro domestico, anche qui c’è un forte squilibrio riguardo la distribuzione dei tempi di impiego [13]. Questa minore rappresentanza di donne nella ricerca scientifica ha delle implicazioni importanti nello sviluppo delle società, con effetti più evidenti in paesi come quelli latinoamericani.

Partendo dalla costatazione che il contributo delle donne è minore in tutti gli ambiti di ricerca, incluse le indagini epidemiologiche, la mancanza di ricerche condotte da donne comporta risultati non necessariamente affidabili, fondamentalmente perché mancando l’approccio della differenza di genere è possibile che il quadro epidemiologico che emerge dalla analisi sia interpretato in maniera incompleta. A sua volta, questo fa sì che le “soluzioni” alla pandemia riproducano il modello obsoleto, ma ancora in vigore, di contare con misure che sono concepite a misura degli uomini a partire da dati raccolti e costruiti da e per uomini, senza tenere conto della posizione delle donne al riguardo [14]. Questo si traduce in un’invisibilità presente e futura di esse nella scienza e nelle posizioni di leadership, con un costo sociale altissimo, specialmente in paesi dove la ricerca e l’educazione non sono una priorità.

Cosa fare? Sicuramente non c’è una formula magica a mo’ di toccasana, forse un primo passo è riconoscere il valore aggiunto dell’approccio di genere, accettando l’importanza del contributo della differenza come fattore di arricchimento delle soluzioni. Nell’ambito del diritto questo si deve tradurre nell’esigenza per i governi e, in genere, per i funzionari a livello giudiziario e amministrativo, di considerare il maggior peso che potrebbe avere qualsiasi decisione, in modo tale da poter emettere sentenze e politiche pubbliche che non ci allontanino dalla pretesa di uguaglianza con il fallace dilemma: proteggere l’economia o garantire lo Stato di diritto?

 

Fonte: European Law and Gender,13 settembre 2020.

 

Note

[1] Al riguardo, si veda, Annino, A., Silencios y disputas en la historia de Hispanoamérica, Bogotá, Universidad Externado de Colombia, Taurus, 2014.

[2] Cfr. García Zea, D., “Brain drain in Venezuela: the scope of the human capital crisis”, Human Resource Development International, 23:2, 2020, 188-195, DOI: 10.1080/13678868.2019.1708156; Siqueira, J., “Dimensiones regional, local e individual de la migración venezolana: el caso de la frontera con Roraima (Brasil)”, Notas de Población, 110, 2020, 189-212, disponibile su https://repositorio.cepal.org/handle/11362/45807; Aliaga Sáez, F.A. e Flórez de Andrade, A. (a cura di), Dimensiones de la migración en Colombia, Bogotá, Universidad Santo Tomás, 2020.

[3] Per alcune riflessioni al riguardo si veda, tra tanti altri, Andrade Salazar, J.A. et al., “La vulnerabilidad de la mujer en la guerra y su papel en el posconflicto”, Ágora U.S.B.,  17:1, 2017, 290-308; Segato, R.L., “Las nuevas formas de la guerra y el cuerpo de las mujeres”, Sociedade e Estado, 29:2, 2014, pp. 341-371, DOI: 10.1590/S0102-69922014000200003; Wolfensberger Scherz, L., Cuerpo de mujer, campo de batalla, México, Plaza y Valdés, 2002.

[4] Tutti i dati dell’Osservatorio sono disponibili su https://www.cepal.org/es/temas/covid-19

[5] Cfr. Rueda, N., “La otra pandemia: el maltrato intrafamiliar en tiempos de covid-19 en Colombia o de cómo la respuesta autoinmune del derecho no siempre es efectiva”, in VV.AA., Vulnerabilidad, solidaridad y pandemia: algunas reflexiones desde el derecho civil, Universidad Externado de Colombia, Bogotá, 2020, 37-54, disponibile su: http://publicaciones.uexternado.edu.co/media/hipertexto/pdf/Ensayos_revista_Derecho_Privado_V2.pdf

[6] Nonostante la controversia riguardo l’origine e il contenuto delle sue parole, dato che sono state ripetute in diversi discorsi, si fa riferimento ai versi che recitano così: “Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici, io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”. Cfr. https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/article/martin-niemoeller-first-they-came-for-the-socialists

[7] In una prospettiva filosofica, si veda Nussbaum, M.C., Le nuove frontiere della giustizia, Bologna, Il Mulino, 2007. Rispetto dell’approccio differenziale nel diritto, si consenta il rinvio a Rueda, N., La responsabilidad civil en el ejercicio de la parentalidad, Bogotá, Universidad Externado de Colombia, 2020, 437 ss.

[8] Cfr. García De Fanelli, A.M., “Patrones de desigualdad social en la sociedad moderna: una revisión de la literatura sobre discriminación ocupacional y salarial por género”, Desarrollo Económico, 29:114, 1989, 239-264, DOI: 10.2307/3466964.

[9] Queste le conclusioni, per esempio, del rapporto Tiempo de cuidados: las cifras de la desigualdad di UNIFEM per Colombia, pubblicato nel 2020, ma che comprende dati di 2016 e 2017, 25 ss. Disponibile su https://www2.unwomen.org/-/media/field%20office%20colombia/documentos/publicaciones/2020/01/tiempo_de_cuidados.pdf?la=es&vs=5228

[10] Ivi, 18 ss.

[11] Cfr. tra tanti altri, Pinho-Gomes A, Peters S, Thompson K, et al., “Where are the women? Gender inequalities in COVID-19 research authorship”, BMJ Global Health, 5, 2020, DOI: 10.1136/bmjgh-2020-002922; Andersen, J.P., et al., “Meta-Research: COVID-19 medical papers have fewer women first authors than expected”, eLife, 9, 2020, DOI: 10.7554/eLife.58807.

[12] Già riportato, per esempio, nello studio Sugimoto, C.R. et al., “Bibliometrics: Global gender disparities in science”, Nature, 504:7479, 2013, disponibile su: https://www.nature.com/news/bibliometrics-global-gender-disparities-in-science-1.14321; alcuni degli autori hanno scritto un rapporto nel 2020 rispetto la disproporzione nell’impatto del covid nella carriera delle giovani ricercatrici, intitolato The decline of women’s research production during the coronavirus pandemic, disponibile su: https://www.natureindex.com/news-blog/decline-women-scientist-research-publishing-production-coronavirus-pandemic

[13] Cfr. Schiebinger, L.; Henderson, A.D.; Gilmartin, S.K., Dual-Career Academic Couples. What Universities Need to Know, Stanford, Stanford University, 2008; Derrick, G.E.; Jaeger, A.; Chen, P.-Y.; Sugimoto, C.R.; Van Leeuwen, T. e Lariviere, V., “Models of parenting and its effect on academic productivity: Preliminary results from an international survey”, Proceedings of the 17th International Conference on Scientometrics & Infometrics. International Society for Informetrics and Scientometrics, ITA, 2019, 1670-1676, disponibile su https://eprints.lancs.ac.uk/id/eprint/138455/

[14] A questo riguardo è di completa rilevanza Criado-Perez, C., Invisible Women: Exposing Data Bias in a World Designed for Men, New York, Harry N. Abrams Inc., 2019.