Carcere e Covid-19: gli effetti di una sindemia globale nel penitenziario italiano

di Valeria Verdolini

 

La salute incarcerata: il diritto alla salute prima del Covid-19

Qual è stato l’impatto del Covid-19 nel sistema penitenziario italiano? E tale impatto che tipo di riflessioni critiche suggerisce, sul presente e sul futuro più prossimo delle prigioni?

Qualsiasi valutazione sull’impatto della pandemia nei penitenziari italiani non può prescindere da una breve panoramica su cosa significa la salute in carcere e quali fattori incidono sulla sua tutela. Il contributo fondamentale sul tema arriva dal volume Il corpo incarcerato, un’indagine del medico francese Daniel Gonin (1991) sul peggioramento delle condizioni psico-fisiche dei detenuti come effetto del processo di “prigionizzazione”. Nel lavoro epidemiologico svolto presso il carcere di Lione, l’autore ha riscontrato come lo spazio penitenziario sia generatore di una serie di disturbi psico-fisici correlati alla staticità, alla cattiva areazione, alla condizione di peggioramento del tono fisico e alla scarsa qualità e tempestività degli interventi diagnostici.

A questi fattori si aggiungono quelli strutturali, individuati da Daniela Ronco (2018). Si tratta, in primis, dell’inadeguatezza e dell’insalubrità degli spazi, a cui si aggiungono gli allarmanti tassi di sovraffollamento del penitenziario a inizio pandemia, con oltre 61.230 detenuti al 29 febbraio 2020 rispetto a una capienza regolamentare di circa 50.000 posti. Si tratta, poi, della scarsa qualità di cibo, della scarsa areazione, dell’insufficiente disponibilità materiale di farmaci e di presidi e della carenza di operatori sanitari.

Questi elementi strutturali sono, inoltre, amplificati dall’estrema fragilità economica, sociale e sanitaria della popolazione detenuta, spesso in assenza di reti familiari, che versa in molti casi in condizioni di povertà assoluta già prima dell’ingresso nel penitenziario. Le condizioni di vulnerabilità estrema limitano, di fatto, le possibilità di presa in carico efficace da parte della struttura penitenziaria, proprio perché il modello rieducativo previsto dalla legge di disciplina dell’ordinamento penitenziario (Legge 26 luglio 1975 n. 354) e le successive riforme (su tutte, Gozzini e Simeone-Saraceni) si fonda sulla rete familiare e sociale del detenuto, in questo caso spesso assente. Il penitenziario, tanto nelle parole degli operatori quanto nei fatti, somiglia sempre più all’espressione dolente usata da Erving Goffman (1969) per descrivere l’ospedale psichiatrico: una “pattumiera senza speranza”.

L’inizio dell’emergenza e l’adozione di misure preventive

Il contenimento della diffusione del contagio negli spazi penitenziari ha rivelato immediatamente una serie di contraddizioni perché i due elementi fondamentali della prevenzione, ossia lo “stare a casa” e il “distanziamento sociale”, non si potevano (e non si possono) materialmente applicare all’interno delle carceri italiane.

Non solo. I precedenti di contagio, come nel caso della cosiddetta “influenza spagnola” nel carcere di San Quentin, hanno rivelato i molteplici fattori di rischio di tale fenomeno, descritti nello studio epidemiologico elaborato da Stanley (1919). In quell’occasione, infatti, la chiusura del penitenziario aveva rallentato di circa un mese la diffusione intramuraria del virus (Ciuffoletti 2020), salvo poi tramutare il carcere in uno dei principali focolai del paese. Sofia Ciuffoletti evidenzia come la scarsa permeabilità delle strutture di reclusione sia un primo fattore di limite del contagio, ma di fatto poi renda molto difficile la gestione soprattutto in spazi contingentati e promiscui. Sebbene il carcere italiano sia significativamente differente dalla celebre State prison californiana, le modalità adottate per rendere il sovraffollamento accettabile a seguito della condanna inflitta all’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Torreggiani (2013) prevedevano alla vigilia del lockdown una mobilità (minima) tra detenuti, e una permeabilità del penitenziario alle visite esterne che rischiava di trasformare rapidamente gli spazi del carcere in spazi di contagio: un processo non troppo differente da quello verificatosi nelle RSA, nei mesi di marzo con la sostanziale differenza che i detenuti sono stati, progressivamente, in un processo -seppur limitato- di presa in carico (attiva) di misure preventive e di adozione di prassi di riduzione del rischio, attivate soprattutto nel mese di aprile.

Lo spazio fisico dell’istituzione totale, proprio per la compresenza di numeri elevati di persone a stretto contatto, in ambienti poco areati e con una forzata prossimità, si è presentato, da subito, come un contenitore inadeguato (per funzione e per organizzazione) per adottare misure di contenimento dell’epidemia. Per questo, gli interventi disposti con il DPCM del 9 marzo 2020 si sono mossi in due direzioni: favorire una riduzione delle presenze e un accesso a misure alternative per un tempo contenuto; ridurre gli ingressi e gli scambi con l’esterno per diminuire i contatti possibili.

Il primo obiettivo è stato perseguito grazie agli interventi previsti dal Decreto-Legge 17 marzo 2020, n. 18 (il cosiddetto decreto “Cura Italia”), che ha previsto le prime misure deflattive: dal 19 marzo al 16 aprile la popolazione detenuta è calata di 4.421 unità, in media 158 persone in meno al giorno, secondo i dati raccolti da Antigone. Questo processo deflattivo è proseguito fino al 16 aprile, quando una serie di interventi critici sulle scarcerazioni (si rimanda, in particolare, tra i vari contributi emersi, all’intervento severo di Nando dalla Chiesa sul Il Fatto quotidiano, alla polemica televisiva del magistrato Di Matteo e agli articoli pubblicati da l’Espresso all’inizio del mese di maggio) che hanno cambiato il clima culturale rispetto alle forme di deflazione (e portato ad un avvicendamento ai vertici del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria): dal 16 aprile al 15 maggio le presenze in carcere sono diminuite in tutto di 2.319 unità, con un calo medio di 77,3 presenti al giorno, meno della metà del periodo precedente. Questo processo a due velocità ha portato tuttavia una riduzione di presenze dalle 61.230 del 29 febbraio 2020, ai 52.679 detenuti dell’8 maggio 2020 (con circa 2.000 presenze in più della capienza regolamentare).

La seconda misura adottata, presente nel DPCM del 9 marzo 2020 e nelle circolari applicative, ha previsto la riduzione dei contatti con l’esterno e la sospensione dei colloqui, senza che venissero disposte, preventivamente, misure sostitutive di comunicazione con l’esterno (adottate poi in seguito con l’uso diffuso di Skype e l’aumento delle telefonate fino a una al giorno per ogni detenuto). Proprio per la loro repentinità, per il diffuso stato di preoccupazione tra la popolazione ristretta e per le fragilità strutturali sopra citate, queste disposizioni hanno portato a una serie diffusa di proteste e rivolte nel penitenziario italiano, che si sono caratterizzate per elementi di discontinuità rispetto ad eventi di simile portata avvenuti in passato. agli eventi passati.

Secondo Margara (2009), infatti, le proteste degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso erano in dialogo con l’esterno e con il clima culturale e di contestazione proprio del 1968 e degli “anni di piombo”, in cui i “disordini” sono stati spesso sincronici rispetto ad “arresti politici”.

Le rivolte penitenziarie della pandemia (ancora oggetto di indagini e già di un’interrogazione parlamentare), ad un primo sguardo, non sembrano rientrare in una agitazione dettata da una presa di coscienza politica delle condizioni del penitenziario, ma più una reazione spontanea alla paura e alla sensazione di impotenza di fronte al contagio, oltre che alla sospensione di qualsiasi contatto con gli affetti e, in generale, con la vita oltre il carcere.

Sebbene le ricostruzioni siano parziali, e solo il tempo e il lavoro delle Procure potranno, forse, acclarare l’accaduto, è difficile accorpare le molte situazioni e agitazioni che hanno animato i penitenziari della penisola: da Modena (che ha registrato il più grande numero di decessi) a Rieti, da San Vittore a Opera, passando per il Pagliarelli di Palermo e il carcere di Foggia, che ha registrato un alto numero di evasioni. Dalle cronache operate dal Garante nazionale, è stato possibile ricostruire che i morti accertati sono stati 13, solo due erano italiani e tre erano in attesa del primo grado di giudizio. Sebbene al momento (le indagini sono ancora in corso) le morti accertate siano state causate da una overdose di metadone o da assunzioni di farmaci, le reazioni alle proteste sono state accese, al punto da essere oggetto di diversi esposti e di un’interpellanza parlamentare del deputato Riccardo Magi.

Dei 61.000 detenuti, circa 6.000 sono stati coinvolti nelle proteste in 49 istituti. Molte sezioni sono andate completamente distrutte (con una riduzione di circa 2.000 posti della capienza) e il relativo trasferimento di ristretti tradotti in altri istituti.

Le Fasi 1 e 2 nel penitenziario

Le proteste, la riduzione delle presenze e i primi contagi e decessi per il virus all’interno del penitenziario hanno portato a una riorganizzazione della vita quotidiana in carcere e all’adozione di misure precauzionali, ancora vigenti per l’ingresso e l’uscita dalle strutture.

In particolare, la regione Lombardia, la più colpita a livello nazionale dal virus, ha adottato sin dal mese di febbraio un paradigma di prevenzione articolato sull’interruzione degli accessi di esterni in carcere. Sono state sospese tutte le attività trattamentali, ossia i percorsi scolastici, il lavoro esterno e in generale, i percorsi dell’area educativa. Sono stati disposti tendoni per effettuare un triage all’ingresso di vari istituti di pena lombardi (anche se non di tutti). È stata avviata un’azione di sensibilizzazione e una produzione interna per la fornitura di dispositivi di protezione individuali (DPI). È stato costituito un “hub sanitario” dedicato alla cura dei pazienti Covid-19 negli spazi del Centro Clinico di San Vittore, esperienza ripetuta anche nel contesto piemontese, grazie anche alla collaborazione del provveditorato con Medici Senza Frontiere, sotto la guida del dirigente sanitario di San Vittore, il dott. Giuliani.

““It was surprising to see how similarly people react in different epidemics and settings. As during Liberia’s Ebola outbreak, also in my home country, the lockdown and fear disoriented people, we encountered similar difficulties in explaining protective measures to staff”, Dr Giuliani said. “And that is a good example of how prevention works in any part of the world. When you follow the recommendations not only at work but everywhere, you will be safe. This is the mantra I preached before and I am preaching still” (Giuliani, 2020).

I medici penitenziari e l’équipe di MSF hanno svolto una formazione agli operatori, agli agenti e ai detenuti per poter migliorare le forme di prevenzione e le norme di igiene e ridurre al minimo i rischi di contagio, rivedendo completamente il sistema di circuitazione nel penitenziario. Rispetto ai numeri, e sebbene manchi una stima reale del contagio (proprio perché ancora in corso), è evidente come il sistema penitenziario sia riuscito a tamponare i rischi di focolai nelle sue strutture, salvo alcuni episodi (Torino e Verona tra gli altri). I decessi hanno investito indistintamente tutte le figure presenti nello spazio detentivo, rivelando così la complessità del fenomeno, e le forme di aderenza e di prossimità nella pratica quotidiana del penitenziario. Rispetto all’esperienza di altri paesi (come le forme di contagio nel penitenziario statunitense) il primo lockdown ha rivelato una risposta soddisfacente in termini oggettivi di contenimento dei focolai.

Tuttavia, stando a quanto denunciato dalla Magistratura di Sorveglianza del Tribunale di Milano, le misure adottate si sono rivelate spesso inadeguate a far fronte alla condizione materiale della popolazione detenuta. Si tratta di persone che hanno vissuto spesso un percorso migratorio complesso e traumatico, e che entrano nelle strutture in quasi totale assenza di risorse materiali sul territorio, prima tra tutte il domicilio, facendo così venir meno la possibilità di attuare qualsiasi misura alternativa a quella intramuraria. Inoltre, l’adeguatezza delle misure sanitarie adottate ha inciso sulla qualità della vita penitenziaria in modo più radicale di quanto abbia fatto sulle vite delle persone in libertà, e con una presenza di misure restrittive che resistono al cambiamento di fase.

Dalla pandemia alla sindemia: i rischi del Covid in carcere

In un articolo del 26 settembre scorso, la celebre rivista di ambito medico The Lancet ha ritrattato le valutazioni preliminari sul Covid-19, riqualificando l’infezione globale del virus non come pandemia, ma come sindemia. Si legge, così, nell’articolo di Richard Horton:

Two categories of disease are interacting within specific populations – infection with severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 (SARS-CoV-2) and an array of non-communicable diseases (NCDs). These conditions are clustering within social groups according to patterns of inequality deeply embedded in our societies. The aggregation of these diseases on a background of social and economic disparity exacerbates the adverse effects of each separate disease. COVID-19 is not a pandemic. It is a syndemic. The syndemic nature of the threat we face means that a more nuanced approach is needed if we are to protect the health of our communities.

L’autore evidenzia il ruolo centrale dei cosiddetti “non-communicable diseases”: sono le condizioni strutturali che creano dei cluster di esposizione legati alla maggior presenza di malattie non trasmissibili in alcuni gruppi sociali, creando una relazione inferenziale tra la diffusione materiale del contagio, l’incidenza, le forme di diseguaglianza e le condizioni materiali ed economiche.

Questa serie di fattori sono, infatti, i segmenti fondamentali per poter immaginare la salute come diritto che si declina come forma integrata e complessa di benessere. Se le riflessioni scientifiche sulla definizione preferibile arrivano a sei mesi dall’inizio della trasmissione globale di Sars-Cov-2, la consapevolezza dei diversi impatti della diffusione del virus sui gruppi sociali in condizioni di vulnerabilità era parte del percepito del gruppo di riferimento (i ristretti) che in parte per la preoccupazione sanitaria, in parte per la riduzione degli incontri in presenza con i propri cari, hanno reagito con una reattività inusitata alle misure, con un’ondata di violente proteste in carcere. La sindemia ha, in effetti, avuto un forte impatto su uno spazio abitato da soggetti vulnerabili, con pochi strumenti di resilienza e poche risorse per poter reagire agli eventi in corso.

Che le condizioni di salute della popolazione ristretta fossero di esposizione ad un maggior rischio, è evidenza scientifica, come riportato in un recente contributo pubblicato da Frontiers in Public Health:

People in prison are more vulnerable to COVID-19 because of their underlying health conditions with disproportionately higher rates of acute and chronic physical and mental illnesses, including cardiovascular diseases, diabetes and chronic respiratory diseases, and frequently facing greater exposure to risks such as smoking, poor hygiene and weaker immune defense to stress.

Risulta interessante come, ancora una volta, gli elementi propri di una gestione emergenziale permangano oltre il tempo dell’emergenza stessa. Nel penitenziario le misure di contenimento, comprensibilmente adottate per far fronte all’emergenza sanitaria, stanno sopravvivendo: la fase due, all’interno delle mura, non sembra davvero essere mai cominciata. Se i processi di adattamento intramurari sono lenti e i cambiamenti non sembrano auspicabili, se non accompagnati da una ragionevole certezza, allo stesso modo il carcere di questi giorni appare ancora in una condizione di sospensione della vita quotidiana e del progetto trattamentale e rieducativo che hanno tardato a riprendere e che ora rischiano di essere rapidamente richiuse, anche a fronte della crescita dei nuovi contagi. All’oggi (30 Ottobre 2020), sono presenti circa 400 persone contagiate (il dato comprende le 150 persone detenute, circa 200 agenti, numeri riportati dal Bollettino del Garante Nazionale, e il focolaio della casa circondariale di Terni).

Questo permanere di una condizione di chiusura, spesso accompagnata da nuove forme di circuitazione attuate per ridurre i contagi, che amplificano gli spazi di fatto di isolamento, sebbene promossa -legittimamente- in nome di una “salute” intesa in senso stretto, potrebbe rendere ancora più fragili i ristretti, già provati da questi mesi.

Il processo di svelamento della quarantena, che, agendo come un portale, riesce ad illuminare il reale (Roy 2020) nel penitenziario rivela quelle relazioni di forza che non possono che indebolire quegli stessi soggetti che teoricamente si vorrebbero tutelare: in questo quadro il diritto alla salute, sebbene ne sia formalmente previsto il pieno godimento anche in caso di privazione della libertà personale, è sostanzialmente e quotidianamente rinegoziato “al ribasso” attraverso pratiche di contenimento e disciplina, primaria forma di prevenzione prevista in questo tempo di transizione.

Valeria Verdolini è ricercatrice in Sociologia generale al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. E-mail: valeria.verdolini@unimib.it

Bibliografia

Ciuffoletti, S. (2020) Uno studio di 100 anni fa può insegnarci a gestire l’epidemia tra i detenuti in “Il Foglio”, pubblicato l’8 Aprile 2020.

Dalla Chiesa, N. (2020) I boss scarcerati e “il giudice di badanza”. Mobilitiamoci dalle nostre case, in “Il fatto quotidiano” del 27/4/2020

Goffman, E. (1969), The insanity of place, in “Psychiatry. Journal for the study of Interpersonal processes”, vol. 32, n. 4, pp. 357-388.

Gonin, D. (1994), Il corpo incarcerato, Edizioni Gruppo Abele, Torino.

Horton, R. (2020), Offline: COVID-19 is not a pandemic, in “The Lancet”, vol. 396, issue 10255, P874, pubblicato il 26 Settembre 2020.

Margara, A. (2009), Sorvegliare e punire: storia di 50 anni di carcere, in “Questione Giustizia”, 5, pp. 89-110.

Redazione online (2020), Di Matteo: «Io chiamato al Dap ma poi Bonafede non mi ha voluto» La replica: «Sono esterrefatto», in “Il Corriere della Sera”, 4 Maggio 2020.

Redazione Online (2020) Focolaio nel carcere di Terni, in “ANSA”, 28 Ottobre 2020.

Ronco, D. (2018), Cura sotto controllo. Il diritto alla salute in carcere, Carocci, Roma.

Roy, A. (2020), The pandemic is a portal, in “Financial Times”, pubblicato il 3 Aprile 2020.

Stanley, L. (1919), Influenza at San Quentin Prison, California, in “Public Health Reports (1896-1970)”, vol. 34, n. 19, pp. 996-1008.

Tavoschi, L.; Monarca, R.; Giuliani, R.; Saponaro, A.; Petrella, S.; Ranieri, R.; Alves da Costa, F.; Ferreira-Borges, C.; Montanari, L., (2020) Prevention and Control of COVID-19 in Italian Prisons: Stringent Measures and Unintended Consequences, in Frontiers in Public Health, 17 Settembre 2020.