martedì, Agosto 11, 2026
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Ripensare il rapporto tra genere e ambiente attraverso l’ecofemminismo

What Is Climate Feminism? - EcoWatch

di Elisa Bontempo

 

Il termine écoféminisme comparve per la prima volta nel 1974, quando la scrittrice e teorica francese Françoise d’Eaubonne pubblicò Le féminisme ou la mort, in un momento in cui il dibattito ambientalista stava attraversando una fase di profonda trasformazione. 

Solo due anni prima il rapporto The Limits to Growth, promosso dal Club di Roma, aveva evidenziato l’insostenibilità di un modello economico fondato sulla crescita illimitata, mentre i movimenti ambientalisti denunciavano con maggiore forza gli effetti dell’inquinamento industriale e del progressivo deterioramento degli ecosistemi. In questo contesto, d’Eaubonne avanzò una proposta destinata a segnare il pensiero ecologista: la crisi ambientale non poteva essere compresa separatamente dalle relazioni di potere che attraversano la società, in particolare da quelle che hanno storicamente subordinato le donne.

Il titolo scelto da d’Eaubonne per il suo saggio rivela fin da subito un’intenzione provocatoria. “Femminismo o morte” non è soltanto uno slogan di sicuro impatto, ma anche un avvertimento: senza un cambiamento radicale nel modo in cui vengono gestite le risorse naturali, il mondo è destinato a un collasso inevitabile.

D’Eaubonne proponeva un cambiamento profondo della società, concepito come una lunga marcia, una lotta globale che implicava una revisione radicale del modo di vivere, dei rapporti economici e sociali, delle priorità personali e politiche. Il suo approccio suggeriva l’adozione di un modello fondato su principi di libertà, autonomia e democrazia, capace di trascendere l’ambito delle tradizionali battaglie femministe per abbracciare il benessere complessivo dell’umanità. In questa prospettiva, l’autrice non vedeva spazio per compromessi: se il cambiamento necessario fosse stato rifiutato o non si fosse realizzato, il destino della specie sarebbe stato segnato da una morte imminente.

A oltre cinquant’anni dalla comparsa del termine, l’ecofemminismo continua a suscitare un crescente interesse nel dibattito accademico e politico. Tuttavia, parlarne al singolare rischia di restituire un’immagine semplificata di un campo di studi articolato. Per questo molte studiose preferiscono oggi utilizzare il termine ecofemminismi, sottolineando la pluralità di approcci che si sono sviluppati nello spazio e nel tempo e che, pur differenziandosi per riferimenti teorici e priorità politiche, condividono un’intuizione fondamentale: le diverse forme di dominio che caratterizzano le società non operano isolatamente, ma si rafforzano reciprocamente.

 

Le oppressioni gemelle

Gli ecofemminismi non si limitano a denunciare il cambiamento climatico o la perdita di biodiversità, ma invitano a interrogarsi sulle condizioni culturali che hanno reso possibile la crisi ecologica. Quando e perché la natura è stata ridotta a una riserva di risorse da sfruttare? Quali idee hanno legittimato un rapporto con l’ambiente fondato sul controllo e l’estrazione anziché sulla reciprocità e sull’interdipendenza? E quale relazione esiste tra questo paradigma violento e le molteplici forme di disuguaglianza che caratterizzano le nostre società?

Qui si colloca una delle idee più note dell’ecofemminismo: quella delle oppressioni gemelle. Con questa espressione si intende il legame strutturale tra la subordinazione delle donne e lo sfruttamento della natura. Le due forme di dominio non vengono considerate semplicemente analoghe, ma profondamente interconnesse, perché nascono dalla stessa logica che attribuisce valore e autorità a ciò che viene associato alla razionalità e alla produttività, relegando invece in una posizione subordinata ciò che è percepito come corporeo, riproduttivo o non umano. In questa prospettiva, la violenza esercitata sull’ambiente e quella esercitata sui corpi femminili non sono fenomeni separati, ma manifestazioni diverse di un unico paradigma maschilista di potere.

Nel corso della modernità, la realtà è stata interpretata attraverso una serie di opposizioni gerarchiche come uomo/donna, cultura/natura, ragione/corpo, umano/non umano, a cui è stato attribuito un diverso valore sociale. Il primo termine di ciascuna coppia è stato associato alla razionalità, all’autonomia e alla capacità di governo; il secondo è stato invece identificato con la dipendenza, la corporeità e la passività. In questa prospettiva, tanto la natura quanto le donne sono state storicamente collocate nello stesso spazio simbolico di ciò che può essere amministrato, disciplinato e sfruttato.

La nozione di oppressioni gemelle aiuta a comprendere con maggiore precisione questo processo. Se le donne sono state a lungo associate alla sfera della riproduzione, della cura e della dipendenza, la natura è stata rappresentata come un insieme di risorse gratuitamente disponibili per l’uso umano. In entrambi i casi, ciò che viene svalutato è la dimensione della relazione: la dipendenza reciproca tra gli esseri viventi, il lavoro di cura invisibile e non retribuito che rende possibile la vita quotidiana e sostiene la società, la vulnerabilità condivisa dei corpi e degli ecosistemi.

L’ecofemminismo mostra così che il dominio non si esercita soltanto attraverso la forza materiale, ma anche attraverso categorie simboliche che definiscono chi conta, chi produce valore e chi può essere sacrificato.

 

Ecodipendenza e interdipendenza

Da questa critica emerge anche una diversa concezione dell’essere umano. Se la modernità ha rappresentato l’individuo come autonomo, razionale e separato dalla natura, gli ecofemminismi propongono una visione fondata sull’ecodipendenza e sull’interdipendenza. 

Con il termine ecodipendenza si indica il fatto che la vita umana non è mai autosufficiente, ma dipende in modo costante e materiale dagli ecosistemi che la rendono possibile: l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il suolo che produce cibo, la biodiversità che sostiene gli equilibri ecologici, i cicli climatici che regolano le condizioni di esistenza. Nessuna società può sottrarsi a questa dipendenza di fondo, perché ogni forma di economia, di produzione e di organizzazione sociale si regge su basi naturali che non sono infinite né interamente controllabili. 

L’interdipendenza, invece, richiama il fatto che nessun essere umano vive davvero da solo: la sopravvivenza quotidiana dipende da reti di relazione, da pratiche di cura, da forme di cooperazione e da un lavoro riproduttivo spesso invisibile e storicamente femminilizzato. Nascere, crescere, nutrirsi, curarsi, invecchiare e abitare un territorio significa sempre essere inseriti in legami che ci precedono e ci sostengono.

Questa prospettiva mette in crisi l’idea del soggetto moderno come individuo pienamente autonomo e autosufficiente, e mostra invece come la vulnerabilità sia il tratto distintivo della condizione umana. Riconoscerla significa costruire una politica della responsabilità condivisa, capace di partire dalla consapevolezza che la libertà umana esiste solo dentro relazioni ecologiche e sociali che la rendono possibile.

Questa prospettiva acquista oggi una particolare rilevanza dal momento in cui la perdita di biodiversità e il superamento dei limiti biofisici del pianeta mostrano come la crisi ambientale e climatica sia inseparabile dalle disuguaglianze economiche, sociali e di genere. Non tutti, infatti, subiscono gli effetti del degrado ambientale nello stesso modo. Le popolazioni più vulnerabili, e tra queste le donne in molti contesti, sono spesso le prime a sperimentare le conseguenze della scarsità di risorse, dell’insicurezza alimentare, degli eventi climatici estremi e degli sfollamenti forzati.

Per queste ragioni, gli ecofemminismi invitano a leggere la crisi ambientale e climatica non soltanto come una questione ecologica, ma anche come una questione di giustizia.

 

Pratiche ecofemministe 

Se la riflessione teorica mostra come ambiente e genere siano intrecciati sul piano strutturale, alcuni casi concreti aiutano a comprendere in che modo questa connessione si sia tradotta in pratiche di resistenza e mobilitazione. In diversi contesti storici e geografici, le donne hanno svolto un ruolo decisivo nella difesa dell’ambiente, non solo come soggetti colpiti in modo particolare dal degrado ecologico, ma anche come protagoniste di forme innovative di azione collettiva.

Un primo esempio fondamentale è quello del movimento Chipko, sviluppatosi negli anni Settanta nelle regioni himalayane dell’India. Le donne dei villaggi si opposero al disboscamento delle foreste abbracciando gli alberi per impedirne l’abbattimento. Questo gesto altamente simbolico, divenuto noto a livello internazionale, non fu soltanto una forma di protesta ambientale, ma anche una rivendicazione del diritto delle comunità locali a difendere le proprie risorse vitali.

Per le donne coinvolte nel movimento, la foresta rappresentava una fonte di acqua, legna, cibo e sostentamento quotidiano e la loro mobilitazione mostrò che la protezione dell’ambiente non è un tema separato dalla sopravvivenza materiale e dalla giustizia sociale. Il Chipko Movement è spesso ricordato come uno dei casi più significativi in cui la difesa dell’ecosistema si è intrecciata con la lotta contro forme di marginalizzazione economica e di esclusione politica.

A questa esperienza si collega, in un contesto diverso, il lavoro di Wangari Maathai e del Green Belt Movement in Kenya. Fondato nel 1977, il movimento ha condotto campagne per la piantumazione di alberi per contrastare la deforestazione, l’erosione del suolo e garantire la disponibilità di legna, la principale fonte di energia per cucinare. Ma il progetto andò ben oltre l’intervento ambientale poiché divenne un mezzo di emancipazione femminile e resistenza politica. Coinvolgendo migliaia di donne nella cura del territorio, il Green Belt Movement mostrò come la protezione dell’ambiente potesse tradursi in un rafforzamento del tessuto sociale e in una maggiore autonomia economica.

Il movimento ha piantato dalla sua nascita oltre 30 milioni di alberi e formato oltre 30.000 donne nella silvicoltura, nell’apicoltura, nella trasformazione alimentare e in altre opzioni di sicurezza del reddito. Wangari Maathai, prima donna africana a ricevere il Premio Nobel per la Pace, ha offerto una delle interpretazioni più concrete e incisive dell’ecofemminismo come pratica trasformativa.

Questi casi dimostrano che l’ecofemminismo non sia soltanto una teoria critica, ma anche una pratica politica capace di generare forme concrete di resistenza e di cura, elaborando nuovi strumenti aprendo spazi di trasformazione. In questo senso, il pensiero ecofemminista non è soltanto un filone del pensiero femminista o dell’ecologia politica ma rappresenta una concreta proposta alternativa al paradigma del dominio e suggerisce un diverso modo di concepire il rapporto tra esseri umani e ambiente: la sostenibilità non può essere separata dalla giustizia sociale, così come la tutela della natura non può prescindere dalla costruzione di relazioni più eque ed inclusive.

 

Elisa Bontempo è laureata in Scienze per la Pace all’Università di Pisa. Attualmente collabora col Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e con “Scienza&Pace Magazine”.