lunedì, Luglio 27, 2026
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Armi nucleari: tra corsa al riarmo e nuovo trattato per la messa al bando

 

di Alessandra Garosi

La questione del nucleare iraniano, utilizzata da Israele e dagli Stati Uniti per giustificare l’attacco armato al paese, non sembra aver aperto a livello mondiale una riflessione sull’evoluzione degli armamenti nucleari. L’ultimo rapporto del Nuclear Waepons Ban Monitor, un progetto di ricerca gestito dal Norwegian People’s Aid col contributo di esperti indipendenti e istituzioni esterne, offre dati e analisi affidabili per colmare questa lacuna e alimentare un dibattito informato sulla necessità di mettere al bando le armi nucleari.

 

Una nuova corsa agli armamenti nucleari

Reso pubblico a Ginevra lo scorso 26 marzo, l’ultimo rapporto del Nuclear Weapons Ban Monitor analizza in dettaglio la situazione internazionale relativa alla diffusione di armi nucleari. Sono a oggi 9745 le testate nucleari pronte all’uso in dotazione a nove Stati, USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord: 141 in più rispetto all’anno scorso. Di queste ben 4012 sono installate su sistemi di lancio missilistici intercontinentali o sottomarini e, quindi, possono essere utilizzate in qualsiasi momento.

Hans M. Kristensen, Direttore del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists e uno dei principali estensori del Rapporto, ha dichiarato che  il numero di testate è aumentato costantemente dal 2017 e continuerà molto probabilmente a farlo: molti paesi nel 2025 hanno espanso i propri arsenali, mentre Francia e Stati Uniti hanno già annunciato piani per espandere il proprio arsenale in futuro.

Ricominceranno inoltre, dopo più di 25 anni, i test sulle armi nucleari. Le potenze nucleari, con la sola eccezione della Corea del Nord, hanno svolto i loro ultimi testi negli anni ’90. Il presidente statunitense Donald Trump, in un post di qualche mese fa, ha affermato che “a causa dei programmi di test di altri paesi” ha dato istruzioni al Dipartimento della Guerra – così da lui ribattezzato – di avviare immediatamente nuovi test nucleari.

Il Segretario Generale di Norwegian People’s Aid, Raymond Johansen, afferma che non si possa più parlare di una corsa agli armamenti ma di un’inversione delle limitazioni sui pericoli nucleari conquistate a fatica nel corso degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, sottolineando come questi sviluppi si stiano verificando in un contesto di conflitti armati sempre più diffusi, violenti e duraturi nel tempo, rendendo la minaccia nucleare nel quadro di una possibile escalation sempre più concreta.

 

La breve stagione del disarmo

Al culmine della Guerra fredda, il mondo contava oltre 70.000 testate nucleari, accumulate nel corso di decenni di competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il picco è stato raggiunto nel 1986, con l’URSS e gli USA che detenevano rispettivamente oltre 40.000 e 23.000 testate, sorrette dalla logica della deterrenza nota come “mutua distruzione assicurata” (MAD).

Il disgelo che ha accompagnato la fine della Guerra fredda, ma soprattutto le grandi mobilitazioni popolari che avevano contestato il dispiegamento di nuovi missili in Europa, hanno aperto una stagione di accordi senza precedenti. L’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF) del 1987 ha eliminato un’intera categoria di missili a raggio intermedio dispiegati in Europa, seguito nel 1991 dallo Strategic Arms Reduction Treaty (START I), il primo accordo che imponeva riduzioni effettive (e non semplici limitazioni) degli arsenali strategici delle due superpotenze.

Con il protocollo di Lisbona, gli Stati successori dell’URSS (compresa l’Ucraina) si sono impegnati a trasferire o distruggere tutte le testate strategiche ereditate, raggiungendo la piena conformità al trattato nel 1994. Il processo è proseguito con START II nel 1993 ed è culminato nel New START del 2010, firmato da Barack Obama e dal Presidente della Federazione Russa Dmitrij Medvedev a Praga, poi prorogato nel 2021, che richiedeva notifiche reciproche a ogni spostamento di testate, registrandone oltre 25.000 nei suoi quindici anni di vigenza.

I risultati quantitativi di questa stagione sono stati considerevoli: dalle circa 70.000 testate della Guerra fredda si è scesi a circa 12.300 oggi, di cui poco più di 9.700 in arsenali militari attivi. Tuttavia questa traiettoria discendente si sta esaurendo, sostituita da una tendenza alla crescita degli arsenali, da una retorica nucleare più aggressiva e dall’abbandono di accordi di controllo. Il segnale più concreto di questa inversione di rotta è arrivato il 5 febbraio 2026, quando il New START è scaduto senza che venisse raggiunto alcun accordo sostitutivo: la prima volta dagli anni più difficili della Guerra fredda, in cui le due maggiori potenze nucleari si trovano prive di qualsiasi intesa formale in materia di non proliferazione delle testate “strategiche”.

Sul piano della distribuzione degli arsenali, Russia e Stati Uniti detengono ancora circa il 90% di tutte le armi nucleari mondiali, mentre la Cina è la potenza con l’arsenale in più rapida crescita, con circa 100 nuove testate aggiunte ogni anno dal 2023. Il quadro che emerge è quindi quello di una stagione di disarmo senza precedenti, nata da una finestra politica favorevole che si è progressivamente chiusa: trent’anni di riduzioni graduali rischiano oggi di essere erosi da dinamiche geopolitiche che nessun accordo bilaterale vigente sembra in grado di contenere.

 

L’importanza del nuovo Trattato per la messa al bando delle armi nucleari

A fronte di questi nuovi allarmanti sviluppi, si nota tuttavia un’importante controtendenza da conoscere e promuovere. Continua infatti a crescere il sostegno internazionale al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW): un documento legalmente vincolante, adottato da 122 Stati il 7 luglio 2017, dopo un decennio di azione da parte dell’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN).

Prima di questo Trattato, entrato in vigore il 22 gennaio 2021 per i paesi che lo hanno ratificato, quelle nucleari erano le uniche armi di distruzione di massa prive di un divieto internazionale categorico. Il nuovo accordo ha colmato questa lacuna vietando agli Stati firmatari di sviluppare, testare, produrre, trasferire, possedere, usare o minacciare di usare armi nucleari, ospitarle sul proprio territorio o assistere altri paesi in tali attività. 

Gli Stati che possiedono arsenali nucleari sono tenuti a distruggerli secondo un piano vincolante, mentre chi ospita armi nucleari alleate deve rimuoverle entro una scadenza stabilita. Poiché il Trattato proibisce anche l’assistenza allo sviluppo di armi nucleari, gli Stati aderenti dovrebbero impartire direttive alle istituzioni finanziarie sotto la loro giurisdizione per disinvestire da società produttrici di tali sistemi d’arma in altri paesi. Il Trattato prevede anche l’obbligo di assistere le vittime dei test e degli usi nucleari e di bonificare i territori contaminati. 

Con la ratifica del Kazakistan e del Ghana nel 2025, gli Stati parte hanno superato la soglia della metà dei Paesi riconosciuti a livello internazionale, raggiungendo quota 99 su 197. Johansen ha osservato che il TPNW sta emergendo come strumento globale di primo piano e che il crescente sostegno riflette una consapevolezza sempre più diffusa delle minacce poste dalle armi nucleari alla sicurezza collettiva — parole che, nelle sue stesse, “danno speranza”.

Questo consenso presenta tuttavia una frattura geografica netta. In Africa e nelle Americhe il sostegno è largamente maggioritario, mentre l’Europa fa eccezione: 29 Stati su 33 si oppongono al Trattato, tra cui cinque che non possiedono armi nucleari proprie ma ospitano testate statunitensi. L’Italia è il caso più emblematico: non ha firmato il Trattato ed è il Paese europeo che ospita il maggior numero di ordigni nucleari stranieri, nonostante la pressione della società civile e della campagna “Italia, ripensaci” nata nel 2016 e raccordata a iniziative analoghe in Belgio, Germania e Paesi Bassi.

Johansen sottolinea come il 2026 sarà decisivo: le grandi potenze dovranno scegliere se considerare le armi nucleari una minaccia collettiva o una risorsa per la sicurezza nazionale, con il rischio concreto di perdere il controllo sugli arsenali e le conseguenti catastrofiche ricadute umanitarie. Ci troviamo dunque davanti a un bivio la cui direzione determinerà il futuro dei conflitti globali e la sicurezza internazionale. In questo contesto, i 99 Stati che hanno ratificato il TPNW lanciano un messaggio chiaro: la sicurezza non può essere costruita mediante armi di distruzione di massa.

 

Alessandra Garosi è laureanda in Scienze per la Pace all’Università di Pisa. Attualmente è tirocinante presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e “Scienza&Pace Magazine”.