Vivere sotto embargo: Cuba tra resistenza e solidarietà internazionale

di Federico Oliveri
La minaccia di un blocco totale del petrolio
Lo scorso 29 gennaio il Presidente Donald Trump ha firmato un Ordine esecutivo che dichiara un’emergenza nazionale rispetto a Cuba, definendo le politiche del governo locale una “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti. Le motivazioni che accompagnano il provvedimento appaiono prive di fondamento, attingendo a un repertorio consolidato di pretesti per l’uso internazionale della forza. Da una parte si accusano le autorità di Cuba di fornire supporto “a numerosi paesi ostili, gruppi terroristici transnazionali e avversi agli Stati Uniti, tra cui il governo della Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese, il governo dell’Iran, Hamas e Hezbollah”. Dall’altra, si afferma che le pratiche del governo cubano sono “in contrasto con i valori morali e politici delle società democratiche e libere, e in conflitto con la politica estera degli Stati Uniti volta a […] promuovere la democrazia, la libertà di espressione e di stampa, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo”.
L’Ordine esecutivo conferiva al Presidente la possibilità di imporre dazi sulle merci prodotte in paesi che fornissero, direttamente o indirettamente, petrolio a Cuba: una minaccia che avrebbe esposto l’isola a una crisi energetica senza precedenti, dalle gravi conseguenze umanitarie. Il 20 febbraio, però, Trump ha dovuto revocare tale possibilità per effetto della decisione con cui la Corte Suprema ha contestato la base giuridica dei dazi imposti, negli ultimi mesi, a vari paesi del mondo. La revoca di questa minaccia riduce il rischio per i paesi e le aziende che intendono vendere petrolio a Cuba. Nel contesto di una preesistente crisi del carburante e di frequenti blackout, però, il presente e il futuro dell’isola appaiono sempre molto incerti.
L’Ordine esecutivo del 29 gennaio ha costituito l’ultima e più grave manifestazione del “blocco economico” che gli Stati Uniti portano avanti contro Cuba dagli anni ‘60, con l’obiettivo di destabilizzare il governo nato dalla Rivoluzione. La decisione di Trump ha seguito di quasi un mese il rapimento del Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e della moglie Cilia Flores, da parte delle forze armate statunitensi, cui è seguita l’interruzione delle forniture di petrolio a Cuba attraverso il canale venezuelano storicamente cruciale per l’isola.
In risposta all’annunciato blocco totale del petrolio, varie manifestazioni hanno avuto luogo a L’Avana e in altre città, mostrando la volontà del paese di resistere allo “strangolamento energetico” (come lo stesso Trump lo ha definito), denunciato come una violazione del diritto internazionale. Il presidente Miguel Díaz‑Canel, che ha preso parte a una delle principali manifestazioni, ha definito la decisione statunitense “una politica criminale che mira a piegarci per fame”, rinnovando l’appello all’unità interna e rivendicando che “la resa non è un’opzione” per il popolo cubano. Le manifestazioni hanno cercato di trasformare lo shock del blocco petrolifero in un momento di coesione, riaffermando l’idea che la sopravvivenza del paese dipende dalla compattezza del popolo e dall’appoggio al governo.
Le cause della crisi energetica e la risposta del paese
Le minacce degli Stati Uniti colpiscono Cuba durante la crisi energetica più grave della sua storia. Nonostante l’isola disponga di importanti risorse naturali, oggi si trova a dipendere per almeno due terzi del proprio fabbisogno dalle importazioni estere.
Cuba possiede riserve per circa 124 milioni di barili: un volume che potrebbe coprire il consumo interno per tre anni, agli attuali livelli di consumo. Il potenziale sommerso è ancora più vasto, ma il governo non è intenzionato a sfruttare questi giacimenti, sia per carenza di tecnologie e capitali, sia per considerazioni di natura ambientale e climatica. Da qui la scelta di limitarsi all’estrazione terrestre, da cui si ricava un greggio pesante difficile da raffinare, destinato quasi esclusivamente alle centrali termoelettriche.
Per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e aumentare la resilienza del sistema elettrico, negli ultimi anni Cuba ha intrapreso con decisione la via della transizione energetica, puntando sulle energie rinnovabili. Gli impegni climatici assunti a livello delle Nazioni Unite prevedono un target di rinnovabili al 26% del mix energetico entro il 2035. A questo scopo il governo ha varato un pacchetto di incentivi fiscali e doganali per mobilitare investimenti diffusi, inclusi quelli di persone fisiche, cooperative e piccole imprese. Chi investe in impianti da fonti rinnovabili potrà ottenere un’esenzione dall’imposta sul reddito o sugli utili fino a otto anni, oltre all’esonero dei dazi per l’importazione di pannelli fotovoltaici, micro‑eolico, biodigestori e altre attrezzature. Sarà inoltre abilitato a immettere in rete dell’energia in surplus, per favorire la generazione distribuita e le comunità energetiche.
Queste leve hanno iniziato a tradursi in risultati. Tra il 2023 e la fine del 2025 sono pervenute 168 richieste di licenza energetica (95 dal settore non statale e 73 da quello statale) e, alla data dell’ultimo aggiornamento, 56 progetti risultano già installati e operativi con certificazioni di rendimento e benefici fiscali concessi. Più di 100 ulteriori iniziative sono in corso di valutazione.
La transizione cubana si appoggia anche a collaborazioni internazionali, in particolare con la Cina. Accordi e forniture stanno sostenendo la costruzione di nuovi parchi eolici e fotovoltaici (tra cui quello a Las Tunas, destinato a diventare il più grande dell’isola) e l’arrivo di dotazioni che aggiungeranno almeno 120 MW fotovoltaici alla rete insieme a 10.500 batterie per lo stoccaggio. Il governo ha inoltre promosso migliaia di sistemi solari domestici per le famiglie, in un’ottica di resilienza di base.
Ma la transizione è ancora lunga. E l’interruzione delle vendite di petrolio dal Venezuela, unita alla riduzione delle scorte che alimentano le centrali elettriche del paese, sta portando a blackout programmati più lunghi del solito e all’impossibilità di garantire regolarità ai servizi essenziali, a partire dai trasporti, dalle scuole e dal sistema sanitario. La mancanza di elettricità colpisce le utenze private ma anche le strutture turistiche, minacciando una delle principali entrate del paese, e impatta negativamente la distribuzione alimentare e l’accesso all’acqua potabile, visto che gran parte dei sistemi di pompaggio richiede energia.
Il governo, per gestire l’offerta scarsissima di carburante, ha introdotto la piattaforma digitale “Ticket” per la benzina – con limiti per singolo rifornimento e tempi d’attesa che possono arrivare a intere settimane. Le compagnie aeree straniere hanno ridotto o sospeso le rotte per l’impossibilità di rifornire i velivoli negli aeroporti locali, causando un’ulteriore contrazione nei rapporti con l’estero e nell’afflusso di valuta, proprio nel momento in cui l’economia cubana ne avrebbe maggiore necessità.
Un bloqueo lungo sessant’anni che viola il diritto internazionale
Gli sforzi di Cuba per uscire dalla crisi energetica e garantire migliori standard di vita alla propria popolazione si scontrano con l’esistenza di un blocco (bloqueo) di natura commerciale ed economica, che gli Stati Uniti hanno imposto all’isola fin dagli anni ’60, nel quadro della Guerra Fredda.
Il bloqueo non si limita a vietare il commercio diretto tra Stati Uniti e Cuba, ma costruisce un sistema di restrizioni che colpisce qualunque attore economico pubblico o privato che abbia legami finanziari, logistici o societari con gli Stati Uniti. In base alla normativa statunitense, infatti, nessuna impresa nazionale può commerciare con aziende cubane, e nessuna nave che abbia attraccato in un porto cubano può entrare in un porto degli Stati Uniti nei 180 giorni successivi: un meccanismo che scoraggia la quasi totalità delle compagnie di navigazione internazionali dal trasportare merci verso l’isola.
Con il cosiddetto Torricelli Act del 1992 e soprattutto con l’Helms‑Burton Act del 1996, l’embargo ha assunto un carattere extraterritoriale: non solo le aziende statunitensi, ma anche le loro filiali estere non possono commerciare con Cuba, e l’insieme di sanzioni e controlli può colpire operatori di paesi terzi quando utilizzano componenti, tecnologie o servizi finanziari soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti. L’Helms‑Burton Act consente ai cittadini statunitensi di intentare cause presso un tribunale federale contro chiunque abbia avuto relazioni con proprietà confiscate dal governo cubano a partire dal 1° gennaio 1959, ossia dal successo della Rivoluzione. Riattivato da Trump nel 2019 dopo varie sospensioni, questo dispositivo ha aperto la strada a varie cause, tra cui quella con cui la Exxon Mobile chiede al governo cubano un risarcimento di 1 miliardo di dollari per beni sequestrati nel 1960. Al momento della confisca, i beni appartenenti ad aziende sussidiarie della Standard Oil valevano 70 milioni di dollari.
Le varie forme di blocco hanno effetti profondi sulla capacità dell’isola di far fronte ai bisogni della propria popolazione. Molte banche internazionali rifiutano di elaborare transazioni dirette o indirette con Cuba per paura di essere escluse dal sistema finanziario statunitense, mentre compagnie navali, aeree e assicurative revocano servizi fondamentali verso l’isola per evitare di perdere l’accesso al mercato USA.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha denunciato più volte l’illegalità di questo sistema come “una violazione grave e prolungata del diritto allo sviluppo”, affermando che le sanzioni extraterritoriali sono incompatibili con la Carta delle Nazioni Unite e criticando, in particolare, l’Helms‑Burton Act come un’ingerenza illegittima nella libertà di commercio e di navigazione degli Stati membri.
Le ripetute richieste dell’Assemblea Generale di mettere fine al blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba non sono mai state raccolte dagli Stati Uniti: nel 2024 i voti favorevoli sono stati 187 su 193 con soli due contrari (Stati Uniti e Israele), mentre nel 2025, pur registrandosi un numero maggiore di astenuti e contrari per ragioni geopolitiche contingenti, la risoluzione è passata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.
La società civile globale sfida il blocco su Cuba
A contrastare le nuove minacce e il decennale blocco contro Cuba non sono soltanto i paesi legati all’isola da una storica vicinanza, come il Messico, o i membri del raggruppamento BRICS+ di cui Cuba fa parte dal 2025. Accanto a questi attori istituzionali, un ruolo sempre più rilevante è svolto dalle molteplici forme di solidarietà internazionale che si stanno attivando dal basso, attraverso reti di associazioni, movimenti e iniziative popolari.
Il 14 febbraio scorso l’organizzazione italiana Agenzia di Interscambio Culturale ed Economico con Cuba (AICEC), che dal 2015 promuove forme di commercio equo e solidale con il paese, ha lanciato la campagna internazionale Let Cuba Breathe: una serie di brevi video concepiti per mostrare all’opinione pubblica mondiale l’impatto quotidiano dell’assedio economico su famiglie, medici, studenti e lavoratori cubani. Un’iniziativa semplice ma incisiva, che ha ottenuto ampia circolazione prima che YouTube (parte dell’universo Google) ne chiudesse il canale ufficiale, costringendo gli organizzatori a spostare i contenuti su piattaforme alternative come Vimeo: un esempio della battaglia informativa sul destino dell’isola.
Parallelamente, si è sviluppata una mobilitazione internazionale che vede gruppi di attivisti, sindacalisti, movimenti studenteschi e organizzazioni sociali di diversi paesi, soprattutto latinoamericani, rispondere alla crisi con campagne coordinate, raccolte di beni essenziali e iniziative pubbliche. Tra queste iniziative spicca Nuestra América Convoy to Cuba, promossa dall’Internazionale progressista e sostenuta da una coalizione transnazionale di movimenti e figure pubbliche, come l’attivista climatica Greta Thunberg: l’obiettivo del convoglio, che riprende lo spirito della Freedom e della Global Sumud Flottilla per Gaza, è quello di rompere pacificamente il blocco che stringe Cuba portando cibo, medicinali e altri beni di prima necessità.
Il convoglio, annunciato come un’operazione via mare, terra e aria, dovrebbe raggiungere L’Avana intorno al 21 marzo prossimo. L’azione vuole denunciare apertamente la natura di punizione collettiva del blocco e si propone di costruire nuove rotte di cooperazione popolare attraverso i Caraibi. I promotori e le promotrici ribadiscono che la solidarietà internazionale è l’unica forza in grado di contrastare misure unilaterali che soffocano intenzionalmente e illegalmente la popolazione civile per indurre a un cambio di regime.
In questa rete ampia e diversificata confluiscono iniziative locali e internazionali, comitati di quartiere e movimenti transnazionali, organizzazioni umanitarie e semplici cittadini e cittadine: una mappa di solidarietà plurale che, pur priva dei mezzi delle grandi potenze, mostra una capacità sorprendente di muoversi, organizzarsi, raccogliere fondi, attivare contatti logistici e, soprattutto, tenere viva una mobilitazione attorno a Cuba in un momento in cui la pressione economica, energetica e diplomatica mira esplicitamente al suo collasso.
Come nel caso delle iniziative contro il genocidio di Gaza e per la liberazione della Palestina, la solidarietà dal basso non è solo un complemento delle discussioni istituzionali, ma un fenomeno autonomo che ribalta la logica dell’isolamento e degli equilibri di potere: la società civile globale interviene lì dove i governi esitano o sono complici di gravi violazioni del diritto internazionale, stabilendo un principio di corresponsabilità umana che, anche quando non ottiene risultati immediati, denuncia l’ingiustizia e invita alla mobilitazione.
Federico Oliveri è Ricercatore a tempo determinato di Filosofia del diritto all’Università di Camerino, dove insegna Informatica giuridica, e Senior fellow del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa. Email: federico.oliveri@unicam.it.


