venerdì, Gennaio 16, 2026
ConflittiCultura

Frankenstein a Baghdad: il trauma collettivo della violenza

di Sonia Paone

Frankenstein a Baghdad di Ahmed Saadawi, pubblicato nel 2013 e disponibile in italiano dal 2015 per le edizioni E/O, si configura come una significativa riscrittura del mito letterario elaborato da Mary Shelley nel 1818. L’autore realizza un trasferimento spazio-temporale della vicenda che non costituisce un semplice aggiornamento narrativo, bensì un dispositivo critico per interrogare le forme della violenza nel contesto iracheno post-2003.

Se nel romanzo ottocentesco il terrore nasce dall’ambizione di un individuo che, superando i limiti dell’etica scientifica, dà vita a un essere che non è in grado di riconoscere come proprio, l’opera di Saadawi colloca la genesi del mostro al centro di una metropoli devastata dalla guerra e dalla frammentazione sociale.

Baghdad non rappresenta un mero scenario, ma un laboratorio politico in cui il mito shelleyano viene sottoposto a un processo di dislocazione e riattualizzazione. La figura di Hadi al-Attag, apparentemente modellata in antitesi a quella di Victor Frankenstein, permette di comprendere la portata di questa operazione. Hadi non persegue alcun desiderio prometeico di manipolare la vita, né incarna la hybris dello scienziato moderno. Il suo gesto – ricomporre i frammenti dei corpi dilaniati dagli attentati – si configura piuttosto come un tentativo di restituire dignità ai morti: un atto minimo di resistenza etica in un contesto dominato dalla disgregazione.

Tuttavia, come nel modello originario, anche qui la creazione sfugge presto al controllo del suo autore: il corpo assemblato viene animato dallo spirito di un uomo ucciso, e la creatura che ne deriva – lungi dall’essere un soggetto alla ricerca di riconoscimento – si muove secondo una logica di vendetta. La sua corporeità composita lo rende un archivio materiale del trauma collettivo, un dispositivo narrativo che accumula nella carne le tracce della violenza urbana.

Il confronto tra le due creature permette di mettere in luce come Saadawi rielabori criticamente l’archetipo di Shelley. Nel romanzo ottocentesco la tragedia è inscritta nella relazione duale creatore–creatura, una relazione fallimentare fondata sulla negazione dell’alterità. In Frankenstein a Baghdad tale dinamica viene radicalmente ripensata: il problema della responsabilità non è più riconducibile a un singolo individuo, ma a una società intera incapace di distinguere tra vittime e carnefici, tra giustizia e ritorsione.

La creatura diventa così la manifestazione tangibile di una colpa distribuita, un prodotto della crisi politica e morale che caratterizza l’Iraq del periodo post-invasione. La sua instabilità fisiologica – il continuo bisogno di sostituire parti del corpo per evitare la decomposizione – si offre come metafora della persistenza del conflitto, che si rigenera autonomamente e indefinitamente.

L’ambientazione contribuisce in modo determinante alla costruzione del significato. A differenza di Shelley, che collocava la vicenda in spazi naturali sublimi funzionali alla rappresentazione dell’alienazione e dell’angoscia romantica, Saadawi sceglie la città come spazio strategico. La Baghdad del romanzo, attraversata da check-point, esplosioni e presenze eterogenee – burocrati, militari, medium, giornalisti – costituisce un ambiente in cui razionalità amministrativa e logiche magico-religiose coesistono senza gerarchia.

La dimensione soprannaturale non si presenta qui come deviazione dal reale, ma come prosecuzione coerente di un orizzonte quotidiano già segnato dall’assurdità della violenza. La città diviene così un organismo policentrico, capace di assorbire e rielaborare i traumi dei suoi abitanti; e la creatura, composta di resti umani raccolti nelle sue strade, può essere letta come un avatar di questa urbanità ferita.

La struttura narrativa di Frankenstein a Baghdad rispecchia tale complessità. Al racconto incorniciato e relativamente ordinato del romanzo di Shelley, Saadawi contrappone una narrazione corale, articolata attraverso testimonianze divergenti, documenti, voci istituzionali e popolari. Tale pluralità non solo rende impossibile una ricostruzione lineare degli eventi, ma suggerisce che, in un contesto segnato da conflitti molteplici, la verità stessa sia sempre parziale, contestata e instabile. La frammentazione diventa così una scelta estetica che riflette la condizione socio-politica rappresentata.

Il merito principale del romanzo di Saadawi risiede nella sua capacità di utilizzare un archetipo letterario europeo per produrre una riflessione sul presente iracheno, mostrando come la figura del mostro possa ancora fungere da strumento critico. Se Frankenstein ammoniva sui rischi di una scienza priva di etica, Frankenstein a Baghdad mette in evidenza i pericoli di una società in cui la violenza si materializza, si automatizza e si riproduce al di là dei singoli agenti umani. La domanda che ne scaturisce non riguarda più l’origine del mostro, bensì la configurazione di un contesto storico e politico che ne rende inevitabile la comparsa.

In conclusione, Saadawi non solo rilegge il mito di Shelley, ma lo trasforma in una meditazione sulla memoria collettiva, sulla gestione del trauma e sull’impossibilità, in determinate condizioni, di distinguere tra giustizia e vendetta. La sua creatura, continuamente ricostruita, diventa emblema di una guerra che non smette di produrre resti – materiali e morali – e che impone alla narrativa contemporanea di confrontarsi con forme nuove di mostruosità, inscrivendo il reale nel cuore stesso del fantastico.

 

Sonia Paone è Professoressa Associata in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro del CISP e Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze per la Pace: Cooperazione Internazionale e Trasformazione dei Conflitti.