Una riflessione su pandemia, diritti e società

di Francisco Javier Ansuátegui Roig

 

La pandemia provocata dal Covid-19 comparirà nei libri di storia e tra qualche secolo costituirà un esempio di riferimento per i momenti di crisi nella storia dell’umanità. Si tratta di una situazione dalla quale deriveranno conseguenze che influiranno in maniera diretta e radicale su elementi fondamentali del nostro stile di vita, provocando profonde trasformazioni. Il processo che stiamo vivendo in questi mesi segnerà un prima e un dopo nell’organizzazione della società, negli stili di vita e nell’identificazione delle preferenze individuali. Per quanto in questo momento non disponiamo di una prospettiva sufficientemente distaccata per poter esprimere un giudizio, tutto pare andare in questa direzione. La tragedia consistente nell’aver dovuto vivere un momento storico di questo tipo porta con sé inevitabilmente il contraltare della possibilità di riflettere sui comportamenti individuali e sociali e sulle proposte più adeguate all’organizzazione del futuro. Abbiamo, cioè, la possibilità di fare un esercizio di introspezione che ci aiuti ad analizzare criticamente il passato e il presente, identificando deficit e aspetti critici della nostra vita personale e dell’organizzazione sociale a cui in maniera diretta o indiretta tutti contribuiamo.

Il modo di vivere delle nostre società si caratterizza per la presenza di un sistema di diritti. È il godimento dei diritti, la fiducia nel funzionamento di un sistema di garanzie, ciò che in ultima istanza genera sicurezza. Sicurezza nel presente e anche in relazione al futuro. In questo momento storico ci siamo resi conto di qualcosa di cui non siamo sempre coscienti: ci ricordiamo della sicurezza solo quando la perdiamo. L’insicurezza di queste settimane e mesi si è sentita in particolar modo per alcuni motivi. In primo luogo, a causa della rapidità della diffusione della pandemia. In pochi giorni, il nostro mondo, lo schema di vita che utilizzavamo come riferimento, è parso crollare. In secondo luogo, e come conseguenza della radicalità della situazione e delle misure adottate in un primo momento, ci siamo presto resi conto del fatto che la situazione traumatica non era assolutamente puntuale ma, al contrario, presentava effetti che sarebbero durati nel tempo. Tuttavia, forse l’insicurezza e la situazione di fragilità sono state percepite in maniera più evidente a partire dal momento in cui, a differenza di quanto accaduto in altre crisi sanitarie non così lontane nel tempo, i diritti e le libertà che consideriamo beni essenziali e il cui esercizio caratterizza le nostre vite sono stati direttamente colpiti.

Effettivamente, in questo periodo, abbiamo vissuto la sensazione di insicurezza in maniera differente. In un primo momento, a causa della rapida e radicale trasformazione della situazione sanitaria tra febbraio e marzo, la sensazione è stata quella del crollo di un intero modello sociale. In quei giorni abbiamo potuto constatare che, in realtà, esso era più fragile di quanto non pensassimo. Vale la pena riflettere sulla capacità distruttiva di un minuscolo e impercettibile virus in un momento in cui l’essere umano ha dimostrato una grande capacità di sviluppo tecnologico e scientifico. Nel discorso pubblico alle volte si è fatto ricorso alla metafora bellica della “guerra contro il virus”. Al di là della capacità emotiva del riferimento e della sua efficacia nel riunire sforzi e volontà, ciò che è certo è che le conseguenze in termini di perdita di vite umane e devastazione sociale ed economica non saranno inferiori rispetto alla maggior parte di quelle che conseguirono ai conflitti mondiali dell’ultimo secolo. Tutto ciò ci invita a non dimenticare che la vulnerabilità è qualcosa di inerente all’essere umano e a considerare con un certo scetticismo alcune promesse, come quella del post-umanesimo, che ci parlano di un essere umano quasi invincibile.

Anche la fragilità e la vulnerabilità possono essere predicate del modello sociale, politico ed economico. Infatti, forse prima della pandemia si poteva pensare che le società democratiche occidentali fossero la quintessenza della stabilità in comparazione alla situazione di altre parti del pianeta. Ma è stato dimostrato che la vulnerabilità è qualcosa che riguarda tutti.

Trascorso qualche mese e superato lo shock iniziale, quantomeno dal punto di vista intellettuale, oggi, in un momento in cui pare che la situazione sanitaria sia in ripresa, la vulnerabilità e la fragilità acquistano con tutta probabilità un altro significato: si tratta di qualcosa che ha a che fare con il futuro.

Pare che il futuro, perlomeno il futuro immediato, non sarà facile. E la difficoltà si spiega, in ultima istanza, in termini di diritti. Quelli in arrivo, infatti, non paiono essere tempi facili per i diritti. A partire dall’interconnessione delle varie dimensioni sociali, siamo coscienti del fatto che le condizioni economiche influiranno – in realtà non hanno mai smesso di farlo – in maniera ancora più diretta sullo sviluppo del modello sociale e del sistema dei diritti. Qui nuovamente ci troviamo di fronte – già adesso – ad uno scenario in cui i diritti che corrono il rischio di uscire perdenti sono, come sempre, i diritti sociali. Questa crisi, infatti, ci sta dimostrando ancora una volta qualcosa che dovremmo aver appreso già nel 2008: da una parte, che le crisi economiche si manifestano, prima o poi, come crisi dei diritti; dall’altra, che in queste circostanze non tutti i diritti soffrono allo stesso modo. Per quanto in questa occasione lo sviluppo delle telecomunicazioni abbia permesso di mantenere certe costanti vitali, sia a livello individuale (relazioni familiari, di amicizia) sia sociale (funzionamento di istituzioni, telelavoro), è pur vero che, anche adesso, il mantenimento di certi minimi compatibili con le esigenze della dignità richiederà una dose di impegno e sforzo politico e sociale piuttosto importante. E qui, per quanto sia difficile, l’ottimismo della volontà ci obbliga a continuare a pensare che molte delle soluzioni e politiche di ricostruzione debbano venire dall’Europa. A meno di non rinunciare in maniera (forse) definitiva al progetto europeo in termini di comunità.

Tra le molte possibilità di riflessione che ci offre questo momento storico, vale la pena sottolineare due questioni. Da una parte, quella che ha a che fare con il carattere limitato dei diritti. Ciò è stato messo in evidenza durante la pandemia, per quanto si trattasse di un assunto già generalmente accettato dal punto di vista teorico. Abbiamo assistito a limitazioni la cui massima espressione probabilmente sono state quelle relative alla libertà di circolazione, giustificate dalla collisione puntuale con altre libertà o beni giuridici, come la salute pubblica. La sfida, estremamente difficile, per coloro che hanno avuto la responsabilità di decidere tali limitazioni è determinata dall’esigenza di proporzionalità e dall’adeguamento alle circostanze specifiche del caso concreto. Tutto ciò in uno scenario caratterizzato dalla variabilità delle condizioni. E in un contesto sociale e politico in cui le misure eccezionali devono essere esattamente tali: eccezionali. È importante ricordare che in democrazia le situazioni di eccezionalità o emergenza non esimono dal dovere di giustificazione in relazione ai limiti dei diritti. La vocazione dello Stato di diritto dev’essere anche quella di regolare l’eccezionalità. Ciò pare un buon antidoto di fronte alle tentazioni antidemocratiche che possono affiorare in circostanze come quelle attuali. Il caso di Viktor Orbán in Ungheria è un buon esempio in tal senso. Ad ogni modo, ciò che ci dimostra la situazione presente è che, probabilmente, la gestione degli scenari eccezionali nelle società democratiche è molto più complessa che in altri modelli di società, per almeno due motivi: da una parte, l’esistenza di un sistema di limiti a cui il potere politico deve essere sottoposto e, dall’altra, l’esistenza di una cittadinanza critica che sottopone costantemente a scrutinio l’azione dei poteri dello Stato.

Peraltro, la riflessione riguarda anche il carattere globale della situazione. Da molto tempo a questa parte viviamo in un’epoca, quella della globalizzazione, che ha potenziato le relazioni umane a più livelli (individuale, politico, economico…) in una misura e con un’intensità prima sconosciute nella storia dell’umanità. La globalizzazione ha fatto saltare le barriere spaziali e temporali che hanno condizionato le relazioni intersoggettive nel corso della storia. Questa assenza di limiti ha generato un’eccessiva sensazione di fiducia e potenza come conseguenza dell’assottigliamento dei confini fisici e, di conseguenza, dell’avvicinamento di ciò che prima veniva considerato lontano. Pertanto, l’espansione del virus è conseguenza – per dirlo in maniera grafica – del fatto che “la Cina non è più così lontana”. La globalizzazione implica anche la globalizzazione del pericolo, del rischio. Si tratta forse di un elemento da tenere in considerazione in una futura riflessione sull’idea di comunità e sulla necessità che i pericoli globali siano affrontati con risposte globali. E tutto ciò nonostante spopoli lo scetticismo in un momento in cui i comportamenti dei politici nazionali rendono spesso difficile immaginare risposte locali.

Durante queste settimane, politici e scienziati hanno ripetuto che questa situazione passerà e che ne usciremo. Certamente hanno ragione. La storia ci dimostra che l’umanità è stata capace di superare catastrofi quantitativamente più importanti di questa, soprattutto in contesti caratterizzati da un minor progresso scientifico e tecnologico e, pertanto, con minor capacità di risposta. Il pericolo che ci perseguiterà una volta superata questa situazione sarà quello dell’oblio, del pensare che tutto ciò sia stato un incubo puntuale dopo il quale ci risveglieremo e torneremo ad agire come se non fosse successo nulla. Se ciò accadrà avremo dimostrato, insieme alla nostra incapacità di onorare coloro che ci hanno lasciati e coloro che hanno lavorato per proteggerci, la nostra difficoltà di adottare una reazione morale e politica adeguata che ci permetta di affrontare il futuro nella maniera più degna possibile.

 

Traduzione di Alessandro Di Rosa

 

Francisco Javier Ansuátegui Roig è professore di filosofia del diritto e membro dell’Istituto per i Diritti Umani “Bartolomé de las Casas” presso l’Università “Carlos III” di Madrid.

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