Twitter vs. Donald Trump, President of the U.S.

di Giorgio Ridolfi

 

Per quanta oggettività possano avere simili classifiche, Donald Trump sarà probabilmente ricordato come uno dei peggiori presidenti della storia americana, se non come il peggiore in assoluto, quantomeno da coloro che hanno una determinata idea di cosa significhi democrazia liberale.

È impossibile, in questo senso, richiamarci o essere richiamati a un dovere di equidistanza o di neutralità scientifica. Enough is enough. E neanche è possibile un paragone con Richard Nixon, che se non altro non fu in grado di frenare il procedimento di impeachment messo in moto nei suoi confronti, accettando di dimettersi prima che giungesse a conclusione, laddove l’analogo procedimento nei confronti di Trump è stato nei fatti soffocato in fase di dibattimento da una claque travestita da rappresentanti del popolo americano. D’altre parte, di Nixon sappiamo almeno che, pur continuando (fino a un certo punto) a dichiararsi innocente, dimostrò comunque un certo senso delle istituzioni, rifiutando di ergersi a presidente illegittimamente detronizzato. Chiudiamo gli occhi, e immaginiamo Trump nella stessa situazione…

Di Trump, quello che ricorderemo con maggior fastidio ‒ e speriamo che il momento del ricordo non tardi troppo ad arrivare ‒ è la sua concezione “assolutistica” dei poteri presidenziali, il suo appoggio più o meno esplicito a gruppi che professano ideologie problematiche, quando non aberranti, e la continua delegittimazione morale, personale e politica dei suoi avversari, portata avanti con argomenti ad hominem o propalando vere e proprie fake news. I più sensati tra noi europei dovrebbero poi dolersi dei colpi che il presidente americano sta infliggendo alle storiche relazioni inter-atlantiche, oltre che del suo esplicito desiderio di distruggere l’Unione Europea. E si potrebbe continuare a lungo.

A fronte di ciò, quale migliore notizia di quella, arrivata negli ultimi giorni, che il maggior canale di comunicazione di Trump, il social network Twitter, ha deciso di non escludere alcuni messaggi del presidente dal crivello dei suoi nuovi filtri, che segnalano agli utenti le affermazioni non adeguatamente suffragate da prove, invitandoli a un supplemento di indagine? È vero, Trump non l’ha presa benissimo, e ha minacciato Twitter di metterla in grave difficoltà con un suo ordine esecutivo; ma noi possiamo essere felici che qualcosa finalmente si muova e che dalla nostra parte si sia posto un nuovo alleato, facendo risuonare nell’etere il suo ben più potente enough is enough. O no?

Beh no, in primo luogo perché l’ipocrisia dei giganti digitali ci appare qualcosa di sempre meno facilmente digeribile. Twitter ‒ è bene ricordarlo ‒ è un sito che, nella sua ormai lunga storia, ha vissuto fortune piuttosto alterne, ma che, in uno dei suoi momenti di crisi, ha avuto la ventura di incontrare un vero e proprio uomo della Provvidenza, che ha saputo interpretarne il più profondo significato: Donald Trump, appunto. Twitter deve, infatti, a Trump una grande fetta della sua rinnovata popolarità, oltre che una sostanziale parte delle sue interazioni, e quindi dei suoi introiti, visto che almeno un quarto dei suoi utilizzatori totali è (anche) un follower del presidente statunitense. Ciò nonostante, simile a quello che investiva i trinariciuti di Giovannino Guareschi, si è improvvisamente levato dalle parti di Twitter il grido di “contrordine compagni!”, non possiamo più tollerare che Trump faccia sulle nostre pagine il bello e il cattivo tempo. Certo, ci se ne può rallegrare, ma francamente non si può neanche fare a meno di pensare che Twitter, se reputava necessario il suo atto di resistenza, poteva pensarci molto prima. Chissà se in America esiste il proverbio sulla porta della stalla e i buoi già scappati…

Ma qui, comunque, sta forse il versante più interessante della questione. Quella di Twitter sembra, infatti, essere una prima risposta a un problema giuridico (ma anche deontologico) ormai annoso: chi è responsabile dei contenuti pubblicati sulle piattaforme online, i loro proprietari o i singoli utenti? In altri termini, è immaginabile per i social network una figura simile a quella che, per la stampa tradizionale, è il direttore responsabile?

Il padre-padrone di Facebook, Mark Zuckerberg, che è si autoconvinto di essere un benefattore dell’umanità e, tempo fa, anche una nuova risorsa per la politica mondiale, ha sempre rifiutato quest’ultima visione, ritenendo il suo prodotto principale una semplice scatola vuota, che ognuno riempie come vuole. Secondo la sua visione, sembra di capire, accusare i social network di mancata vigilanza sarebbe un po’ come incolpare i fratelli Lumière per un video pedopornografico o i fratelli Wright per la strage di Ustica. Dietro a ciò c’è ovviamente quella lungimirante dottrina, da cui nei fatti sembra essere stata sedotta gran parte del genere umano digitalizzato, dell’assoluta e intangibile libertà di internet; dottrina che, anche quando non arriva a esprimere un cyberottimismo quasi parossistico à la Casaleggio, qualifica comunque la Rete come un’entità virtuosamente anarchica, che solo gli occhiuti cerberi di governi sedicenti democratici potrebbero avere interesse a vincolare. Internet, insomma, come lo specchio più fedele della società e della modernità, senza però quei fastidiosi orpelli giuridici con cui ci si ostina a rendere così noiosi tutti gli aspetti della realtà reale.

A questo punto, però, arrivano i gestori di Twitter che, volendo forse convincere l’umanità di essere i veri filantropi dalla Silicon Valley, dicono di avere in tasca la soluzione. Non è possibile, essi sembrano affermare, giudicare ex ante tutti i possibili effetti delle interazioni che avvengono sui social network, né è possibile chiamare i gestori di questi ultimi a risponderne ex post, giacché ciò significherebbe esporli a cause miliardarie e condannare i loro siti alla chiusura. È possibile, tuttavia, che i social network, e i siti simili, si impegnino a creare un sistema di controllo per allertare gli utenti sulla problematicità di ciò che leggono. Come dire: noi non solo vi abbiamo avvertito, ma abbiamo anche fatto un investimento cospicuo affinché poteste essere informati; ora però sta a voi, e non potete certo pretendere di incolparci se qualcosa va storto. Ci starebbe bene, in conclusione, anche un “uno vale uno” e un suadente e assolutorio richiamo all’uomo faber fortunae suae digitalis. D’altra parte, la cura della reputation è il primo comandamento di ogni impresa del terzo millennio, e Twitter certo non si risparmia.

Qualcuno, in realtà, potrebbe anche chiedersi come e, soprattutto, da chi vengano “settati” i nuovi filtri della verità, e cioè riproporre in qualche modo la solita questione di chi ne custodisce i custodi. Ogni appassionato di calcio viene posto ogni settimana di fronte a una questione simile rispetto alla volatilità delle decisioni della VAR, sebbene in essa l’elemento umano (troppo umano) appaia con maggiore evidenza (non che gli algoritmi ci facciano dormire sonni più tranquilli, anzi!). In secondo luogo, anche persone preoccupate (come chi scrive) dall’invadenza delle fake news, potrebbero essere sensatamente in dubbio riguardo all’opportunità di interventi così duri in una materia così connessa al principio della sovranità popolare come quella della propaganda elettorale, a maggior ragione quando essi incontrano gli atti, per quanto esecrabili, di un presidente democraticamente eletto, che si svolgono tra l’altro in regime di evidente par condicio. Infine, sia consentito aggiungere, gli illuministi di Twitter sembrano non essersi accorti che siamo probabilmente di fronte allo scoppio di una nuova guerra fredda, in cui la controparte di Trump rappresenta un problema persino più grande dello stesso presidente americano, e rispetto alla quale anche la neutralità algoritmica integra nei fatti una presa di posizione. La guerra fredda, come il presidente Mao diceva della rivoluzione, non è un pranzo di gala, e forse alcuni cuochi, per lodare meglio le qualità organolettiche e nutritive dei loro hamburger, potrebbero essere costretti a sostenere che i ravioli al vapore di alcuni colleghi sono insipidi e cancerogeni.

Va comunque segnalato che Trump, che sulla materia ha poteri limitati e malgrè lui deve ancora fare i conti con quella gran seccatura del Primo Emendamento (ma anche Twitter, forse, dovrebbe porsi il problema), sembra volere realizzare la sua vendetta proprio riconoscendo con un ordine esecutivo la responsabilità dei gestori dei siti internet per ciò che si dice nelle loro “piazze digitali”. Una soluzione forse di maggiore buonsenso, al di là delle sua censurabilissime motivazioni politiche, ma che, come si diceva, può prendere in considerazione solo le situazioni più gravi, a meno di non volere (come in effetti si vuole) strangolare tout court il dibattito digitale.

E qui tuttavia, parafrasando una famosa vignetta di Altan, ci vengono in mente opinioni che non condividiamo; o meglio, ci vengono in mente domande (radicali) di cui in qualche modo temiamo la risposta. Considerato che non è possibile ritenere adeguati né i rifiuti di Zuckerberg, né i “progressi” di Twitter, né la vendetta di Trump, non sarà forse che non esiste una soluzione corretta alla questione sollevata? Dobbiamo, dunque, lasciare tutto com’è ora? Oppure dobbiamo riconoscere che, alla luce delle caratteristiche assunte dall’attuale dibattito digitale, e di come promette di evolvere, non sarebbe poi un così grande male se effettivamente si potesse riuscire a “strangolarlo”? E non sarà forse, più in generale ‒ la cosa è sotto gli occhi di tutti, solo a saperla guardare ‒, che non riusciamo a trovare una soluzione proprio perché l’attuale progresso tecnologico, in molti suoi aspetti, non è in alcun modo conciliabile con la nostra idea novecentesca di democrazia? Ma poi, esiste un concetto di democrazia del terzo millennio, adatto all’era di internet, in cui possiamo riconoscerci almeno quanto in quello del secolo precedente (con tutti i suoi difetti)?

Isolata, infine, si staglia l’ultima, tremenda domanda: e se stavolta, nonostante tutto, Donald Trump non avesse tutti i torti?

 

Giorgio Ridolfi è Ricercatore a tempo determinato in Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

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