One Health: un approccio chiaro per affrontare nuove crisi

Questo articolo, frutto della collaborazione di vari membri di VSF International, riflette su come la pandemia da Covid-19 dovrebbe aiutarci a ripensare il modo in cui ci relazioniamo non solo con l’ambiente, ma anche con gli animali domestici e la fauna selvatica. La crisi sanitaria attuale – esattamente come quelle precedenti – ha dimostrato infatti come salute umana e salute degli animali siano interdipendenti e strettamente legate al benessere degli ecosistemi in cui vivono. Questa interdipendenza tra salute e benessere di persone e animali è nota come “One Health”, ossia “una sola salute”. In questo concetto può essere individuata la chiave per rispondere efficacemente alla diffusione di gravi malattie infettive tramite zoonosi, attraverso un approccio integrato alla salute, così da aiutarci a resistere alle crisi future.

 

di Margherita Gomarasca, Giorgia Angeloni, Alice Falconcini, Laura Amato 

 

In questo momento, tutto il mondo si trova a fronteggiare le difficoltà legate alla rapida diffusione della sindrome respiratoria acuta grave da coronavirus 2 (SARS-CoV-2), causa della malattia da coronavirus denominata Covid-19 (COrona VIrus Disease 2019). Epidemiologi e virologi sono in prima linea nel cercare di capire dove il virus sia originato, come si sia adattato a un nuovo ospite (l’uomo) e come si trasmetta. Sebbene vi sia ancora incertezza riguardo all’origine esatta del virus, le evidenze scientifiche attualemtne disponibili identificano il serbatoio del virus in una specie di pipistrelli (Rhinolophus affinis horseshoe bats, ovvero pipistrelli ferro di cavallo) e i pangolini (Manis javanica) quali ospiti intermedi che potrebbero aver permesso la trasmissione all’uomo [1], nella regione di Wuhan prima, in Cina, in Europa e nel resto del mondo poi.

La possibilità che i nuovi virus si propaghino dagli animali selvatici o domestici all’uomo è ben nota (ad es. HIV, influenza aviaria ad alta patogenicità, H5N1, influenza suina H1N1, Ebola, MERS-Cov, ecc.), e la prima epidemia della sindrome respiratoria acuta grave (SARS) avvenuta nel 2002 ci ha mostrato l’effetto devastante che i coronavirus possono avere in termini di impatto economico per i Paesi colpiti, tasso di mortalità e possibilità di ri-emergenza [2].

 

Animali, uomo e ambiente: tutto è connesso

Le zoonosi stanno diventando sempre più frequenti anche a causa del maggior contatto tra esseri umani e animali selvatici, spesso conseguenza di attività umane che invadono i nuovi ecosistemi.

La crescente domanda di materie prime e risorse come legno, minerali, combustibili e terreni per la produzione di alimenti per il comparto zootecnico sta portando a un degrado diffuso degli ecosistemi e causando gravi modifiche ecologiche.

I sistemi produttivi intensivi sono spesso presentati come l’unica soluzione in grado di sfamare la crescente popolazione mondiale, ma stanno causando una perdita generale di biodiversità, la contaminazione del suolo e delle acque, e un’alta emissione di gas serra.

Negli allevamenti, la tendenza a concentrare in spazi ristretti un gran numero di animali rappresenta un fattore di rischio e la trasmissione di malattie infettive, soprattutto in quelle aree dove le misure di biosicurezza e i controlli veterinari sono assenti o limitati.

La deforestazione causata da richiesta di legno, estrazione mineraria, costruzione di strade e rapida urbanizzazione determina la distruzione di habitat naturali e spinge la fauna selvatica allo spostamento e al contatto con altre specie animali e con l’uomo, aumentando il rischio di diffusione di agenti patogeni e zoonotici [3].

Tutti questi cambiamenti avvengono a velocità innaturale e contribuiscono ad accorciare le distanze e aumentare il contatto tra le persone, gli animali domestici, la fauna selvatica e i possibili serbatoi di malattie.

 

One Health, la chiave per affrontare complesse crisi sanitarie

La pandemia di Covid-19 sottolinea ancora una volta come la salute umana e la salute degli animali siano interdipendenti e legate alla salute degli ecosistemi in cui esistono. Questa interconnessione tra la salute e il benessere di persone, animali e ambiente è nota come “One Health“, “una sola salute”. Tale concetto è stato sviluppato per rispondere alla diffusione di gravi malattie infettive e zoonosi attraverso un approccio integrato alla salute [4].

Dopo molti fallimenti nell’affrontare adeguatamente complesse crisi sanitarie, è diventato chiaro che la collaborazione tra diversi settori – che coinvolge ricercatori, laboratori, servizi pubblici e società civile – sia fondamentale per affrontare la diffusione delle malattie da tutti i punti di vista possibili e creare una solida base per il loro controllo.

Nonostante gli sforzi per rendere operativo il concetto di One Health, l’intersettorialità tra le diverse comunità scientifiche (umana, veterinaria e ambientale) nei sistemi di sorveglianza e risposta alle malattie spesso non si verifica. Se collaborazioni tra i diversi settori fossero effettivamente messe in atto, saremmo meglio preparati a rispondere rapidamente alle nuove malattie. I veterinari e gli scienziati ambientali, ad esempio, hanno un ruolo centrale nell’identificazione dei serbatoi delle malattie sia negli animali selvatici che in quelli domestici.

Nel Sud del mondo, queste collaborazioni sono fondamentali per ottimizzare le poche risorse disponibili e rafforzare la salute pubblica. Il fatto che in Africa e nel Sud-est asiatico oltre 241 milioni di persone si ammalino e 312.000 muoiano ogni anno per malattie di origine alimentare [5] (molte delle quali direttamente legate al consumo di cibo di origine animale o acqua contaminati) dimostra chiaramente che non esiste salute e sicurezza alimentare senza sicurezza e igiene alimentare. Per risolvere questa semplice equazione, sono necessari sforzi congiunti da parte di diversi settori professionali:medici umani, medici veterinari, microbiologi, esperti di acqua e servizi igienico-sanitari, sociologi, esperti nelle questione di genere, economisti, ecc.

Per limitare la diffusione del Covid-19, è fondamentale capire che ogni contesto locale è unico dal punto di vista socio-culturale ma anche in termini di infrastrutture disponibili o condizioni abitative. Per esempio, milioni di persone al mondo non hanno accesso all’acqua corrente: nel solo continente africano, il 44% della popolazione urbana non via ha accesso [6] e la percentuale aumenta drammaticamente nelle aree rurali. Le persone senza accesso all’acqua corrente faranno fatica a mettere in atto le raccomandazioni igieniche di base – come lavarsi le mani – che vengono continuamente ripetute dalle autorità mediche durante questa crisi. Anche il distanziamento sociale è difficile da realizzare laddove intere comunità vivono in spazi ristretti e basano il proprio sostentamento sull’economia informale.

Soluzioni e messaggi adattati al contesto dovrebbero essere sviluppati al fine di massimizzare la capacità delle popolazioni di metterli in pratica e limitare efficacemente la propagazione del virus. Il ruolo delle ONG, della società civile locale e dei leader delle diverse comunità, che conoscono bene i contesti locali, è quindi fondamentale per sviluppare strategie di prevenzione ad hoc in aree scarsamente servite dai servizi pubblici. Ancora una volta, tutto ciò dovrebbe essere fatto secondo un approccio collaborativo di One Health.

 

Un cambio drotta

Nella situazione attuale, l’approccio One Health rappresenta non solo la risposta a una specifica crisi sanitaria, ma anche un modo per riconsiderare le fondamenta delle nostre società e dei sistemi produttivi. Analizzare come i servizi sanitari umani, veterinari e quelli legati all’ambiente possano lavorare insieme rappresenta una parte importante di ciò che possiamo apprendere dall’attuale emergenza, per costruire la nostra resilienza nel corso di questa pandemia, e per prepararci ad altre minacce, come nuove pandemie e pericoli legati al cambiamento climatico.

La situazione mondiale causata dal Covid-19 è molto più di un’emergenza sanitaria. Si tratta piuttosto di una crisi politica, sociale ed economica che avrà un impatto a lungo termine sul benessere delle persone, sulle loro abitudini e sul ruolo della politica nella gestione delle complesse emergenze globali di produzione, consumo e commercio, e interroghiamoci sul rapporto tra mercati locali e internazionali, e sulla produzione agricola e zootecnica.

Le pratiche di agricoltura sostenibile, come l’agro-ecologia, possono aiutare a ristabilire l’equilibrio degli ecosistemi producendo cibo salutare in modo ecologicamente sostenibile, proteggendo la biodiversità, promuovendo un commercio equo e sostenibile, sostenendo i sistemi alimentari locali e rispettando il benessere degli animali, contribuendo nell’insieme al benessere umano, degli altri esseri viventi e di interi ecosistemi.

Con le misure di confinamento, e di limitazione alle movimentazioni e al trasporto internazionale [7] in atto, i sistemi alimentari locali si stanno dimostrando molto più resilienti dell’agricoltura industriale, la cui complessa filiera è frammentata e dipendente dal commercio internazionale. I sistemi locali, l’agricoltura su piccola scala e le pratiche agro-ecologiche dovrebbero essere fortemente rafforzati in tutto il mondo. A livello globale, i piccoli agricoltori forniscono il 70% del cibo nei mercati, costituendo un pilastro della sicurezza alimentare, preservando le aree naturali e la biodiversità attraverso pratiche agricole e zootecniche sostenibili e integrate nei processi naturali.

Se vogliamo essere meglio preparati ad affrontare le malattie emergenti, dobbiamo adottare un approccio One Health in tutte le sue sfumature: mettendo in pratica concretamente strette collaborazioni interdisciplinari tra le comunità scientifiche della Medicina Umana e Veterinaria e delle Scienze ambientali, rafforzando la Sanità pubblica, ma anche modificando drasticamente il modo con cui le nostre società ed economie si relazionano alla natura, a partire dal sostenere concretamente i sistemi alimentari locali, i piccoli produttori e i metodi di produzione agro-ecologica.

 

Fonte: Veterinari senza frontiere, 6 maggio 2020.

 

Note

[1] Lam TT, Shum MH, Zhu H, et al. Identifying SARS-CoV-2 related coronaviruses in Malayan pangolins. Nature (2020). https://doi.org/10.1038/s41586-020-2169

[2] Cheng VCC, Lau SKP, Wo PCY, Yuen KY. Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus as an Agent of Emerging and Reemerging Infection. Clinical Microbiology Reviews, Oct 2007; 20(4): 660-694. DOI: 10.1128/CMR.00023-07

[3] The Guardian, 18/03/2020. “‘Tip of the iceberg’: is our destruction of nature responsible for Covid-19?”. https://www.theguardian.com/environment/2020/mar/18/tip-of-the-iceberg-is-our-destruction-of-nature-responsible-for-covid-19-aoe

[4] CDC, 25/10/2016. “One Health – History”. https://www.cdc.gov/onehealth/basics/history/index.html

[5] WHO, 03/12/2015. “WHO’s first ever global estimates of foodborne diseases find children under 5 account for almost one thrid of deaths”. https://www.who.int/news-room/detail/03-12-2015-who-s-first-ever-global-estimates-of-foodborne-diseases-find-children-under-5-account-for-almost-one-third-of-deaths

[6] Deutsche Gesellaschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ) GmbH, 2019. “Access to Water and Sanitation in Sub-Saharan Africa”. https://www.oecd.org/water/GIZ_2018_Access_Study_Part%20I_Synthesis_Report.pdf

[7] NuevaTribuna, 30/03/2020. “La fragilidad del sistema alimentario global en tiempos de coronavirus”. https://www.nuevatribuna.es/articulo/sociedad/covid19-coronavirus-pandemia-sistemaalimentario-desabastecimiento-alimentos-cultivos/20200330152535172851.html

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