La sfera pubblica, al di là dell’oblio delle aporie

di Christian Bermes

 

Ci siamo abituati al fatto che la politica necessiti della sfera pubblica. Eppure, questa non è un’ovvietà. Non tutti gli ordini politici fanno affidamento su di essa. Anche l’Europa odierna ce ne offre alcuni esempi: la sfera pubblica è un progetto tanto ambizioso quanto precario, un progetto che è soggetto a cambiamenti e che richiede una continua comprensione di sé. L’ultima edizione del giornale “Die politische Meinung” (L’opinione politica) “Pubblico – muoversi nello spazio comune” dà il proprio contributo a questo proposito, affrontando problemi centrali e attuali, relativi alla partecipazione e alla rappresentazione, sulla base di esempi concreti, e in confronto diretto con alcune proposte teoretiche della filosofia, della sociologia e delle scienze politiche. 

La sfera pubblica non si lascia ridurre alla partecipazione e alla rappresentazione. Uno sguardo ai problemi attuali, relativi alla consapevolezza sociale, mostra che, anche il tenere in gioco i confini imprecisi della conoscenza è opera di una sfera pubblica riuscita. Essa non è solo un mezzo per organizzare la partecipazione; è anche un mezzo per far sì che l’insicurezza diventi visibile e, quindi, anche un mezzo per affrontarla. 

Un ordinamento moderno, liberale e democratico, non può rinunciare alla sfera pubblica, se non vuole perdere il proprio nome e la propria consapevolezza. In essa possono, certo, farsi sentire critica e protesta, ma anche – e ciò non andrebbe dimenticato – consenso e sostegno. Le idee politiche si lasciano testare e rivedere attraverso la partecipazione del pubblico. E la partecipazione riesce solo dove la rappresentazione non è messa in discussione. Entrambe sono dipendenti l’una dall’altra e vengono bilanciate nella sfera pubblica. È questo cha caratterizza il lavoro politico quotidiano di ogni singolo parlamentare e lo pone di fronte a sfide sempre nuove. 

È fuor di dubbio che il lavoro parlamentare non è stato semplificato dalla molteplicità di canali, reti e piattaforme digitali. Le sfide della comunicazione mostrano, però, una cosa, in modo sempre più chiaro: che anche se la comunicazione sociale è in continua crescita, la sfera pubblica non può rinunciare al formato del dialogo. La comunicazione può riuscire o fallire, ma i dialoghi aprono spazi e possiedono il potenziale di riconciliare. La comunicazione può essere delegata, un dialogo deve essere condotto.

La sfera pubblica è anche un affare in cui, sotto precise condizioni mediatiche, non solo si lotta – senza dubbio anche in modo forte e stridulo – per ottenere attenzione, cioè viene istituita la sfera pubblica. Proprio qui risiede una responsabilità particolare per coloro che sono impegnati in questo affare. Anche se nella situazione attuale di comunicazione digitale sembra che chiunque come ‘giornalista’ può muoversi a titolo personale, si pone poi sempre il problema delle condizioni di successo della sfera pubblica. Si deve, infatti, tener conto di una differenza: la sfera pubblica non si costituisce attraverso la determinazione dell’interesse del singolo, ma nella discussione su ciò che è di interesse per tutti. Il confine tra ciò che, nella sfera pubblica, è efficace e ciò che è rilevante può anche essere sottile, ma rimane una differenza fondamentale. 

Con la sfera pubblica si fa riferimento anche al coltivare la ragione, ciò che, tradizionalmente, ma ancora in modo esatto, può essere chiamato formazione. Proprio la formazione viene messa al centro dell’attenzione quando la sfera pubblica, che si basa sulla maturità, viene compresa come progetto di educazione (chiaramente sempre ‘per gli altri’). Tuttavia, la valuta che paga nella sfera pubblica è proprio la formazione, e non le misure punitive. La cancel culture non è sicuramente un progetto di una ragione coltivata e di una costituzione liberaldemocratica. La formazione non può nemmeno essere ridotta a competenze. Le competenze sono capacità di affrontare ciò che è noto. La formazione, invece, necessita di chi è consapevole del fatto che la sfera pubblica è qualcosa di più dello schermo in cui ci si rispecchia. 

La sfera pubblica ha bisogno di tempo e necessita di spazi. Se spariscono questi spazi, in cui la sfera pubblica si dà in modo semplice e non deve essere sempre di nuovo cercata o ‘creata’, l’operato nella sfera pubblica si trasforma in lavoro ‘alla’ sfera pubblica. I costi per la sfera pubblica possono essere mantenuti bassi, a patto che lo spazio pubblico non perda il suo carattere di palcoscenico, e a patto che questo palcoscenico sia concepito in modo tale da ospitare diversi ruoli. E così come ogni palcoscenico si caratterizza per il fatto che, per mostrare qualcosa, deve temporaneamente nascondere qualcos’altro, così anche l’ideale di una completa trasparenza risulta essere poco adatto per comprendere la sfera pubblica. Un ordinamento liberaldemocratico resiste a molto, anche alle ombre che esso stesso proietta.  

Senz’altro, la relazione tra ‘opinione pubblica’ e sfera pubblica è ancora un interrogativo aperto. Negli ultimi decenni, la demoscopia ha potuto mostrare, senza ombra di dubbio, che l’opinione pubblica è utile alla politica. L’uso della demoscopia appartiene ormai all’arte politica. Ma è altrettanto utile alla sfera pubblica? La sfera pubblica, in senso classico, è molto più interessata al confronto su quali problemi possono essere veramente di interesse, piuttosto che alle risposte della demoscopia. 

Sicuramente si può affermare che, allo stato attuale, la sfera pubblica è caratterizzata da un oblio delle aporie. E ciò non è cosa da poco. Infatti, le aporie, il riconoscimento dei confini del conoscibile e del fattibile, appartengono alla costituzione della sfera pubblica. Le aporie saranno anche scomode, ma proprio in ciò risiede il loro potenziale politico. Una sfera pubblica riuscita è un mezzo di aporie per un ordinamento liberaldemocratico in un duplice senso: da un lato, vengono relativizzate le pretese esclusive politiche e sociali e, dall’altro, le pretese di conoscenza dogmatiche vengono confrontate con il loro contrario, il non sapere. Le aporie sono il riconoscimento che ogni incremento di sapere amplia anche il non sapere. E ciò diviene pubblico nella sfera pubblica.  

L’oblio delle aporie si mostra ogni volta che, invece della sfera pubblica, si cerca l’ultima parola. Quando, dall’oggi al domani, gli scienziati diventano esperti, non solo la competenza scientifica diventa oggetto di discordia, ma si modificano anche le regole della sfera pubblica in senso classico. La sfera pubblica non si presenta, infatti, come un incontro di wrestling tra i più forti, ma si mostra in un colloquio, in un dibattito, in uno scambio tra interlocutori – e ciò a condizione che in un ordinamento liberaldemocratico non regni una sola verità, ma il gioco venga tenuto aperto per una pluralità di opinioni, anche quelle scomode. La sfera pubblica è possibile quando le aporie vengono ammesse. Il suo successo si misurerà sulla capacità di rapportarsi alle aporie. 

Talvolta, per gli attori politici le aporie sembrano un insulto. Esse disturbano il meccanismo della trasformazione di interessi in strutture. Ma, anche in riferimento a ciò, rimane valido che la politica, per lo meno in una costituzione liberaldemocratica, è obbligata a garantire le condizioni della sfera pubblica, nel senso che non solo il fattibile sia possibile ma, anche, nel senso che il possibile rimanga fattibile. 

 

Christian Bermes è professore ordinario di Filosofia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Koblenz-Landau, nonché editore della Zeitschrift für Kulturphilosophie e dell’Archiv für Begriffsgeschichte.

 

Fonte: Die politische Meinung, 24 ottobre 2020.

Rispondi