Il Coronavirus in Colombia costringe i migranti venezuelani a tornare in patria

di Francesca Cordaro

L’esodo massivo dal Venezuela rappresenta il più grande fenomeno migratorio1 della storia recente latinoamericana. L’UNHCR e l’OIM confermano che i migranti e i rifugiati provenienti dal Venezuela superano attualmente i 5milioni e identificano la Colombia come primo paese nell’accoglienza con più di 1 milione e 800mila venezuelani2. Il 14 marzo, a seguito della diffusione del Covid-193, il presidente colombiano Iván Duque ha ordinato la chiusura dei sette punti di ingresso predisposti per la gestione dei flussi al confine colombo-venezuelano. Tuttavia, lungo i 2.219 km di frontiera che separano la Colombia dal Venezuela, sono sempre esistiti i valichi informali conosciuti localmente come trochas. Qui è dove si concentrano gli ingressi irregolari dei venezuelani e avvengono pesanti violazioni di diritti umani.

Perché si abbandona il Venezuela

Da circa sei anni è iniziata una vera e propria fuga dal Venezuela, con un ritmo in uscita che raggiunge le 5000 persone al giorno4. A seguito del crollo del prezzo del greggio l’economia del Venezuela, basata sulle esportazioni del petrolio, è letteralmente collassata5: il 2019 si è chiuso con un’inflazione del 9.585% anche se le cifre stimate dal FMI la considerano superiore al 1.000.000% accompagnata dalla perdita di due terzi del PIL. Il costo dei beni alimentari e sanitari è aumentato rispettivamente di 80 e 180 volte, sostenuto da un salario minimo mensile di poco più di 3 dollari. Queste cifre, insieme all’indisponibilità di cibo e medicine, riassumono alcuni dei principali motivi dell’esodo.

La Colombia, che per la prima volta nella sua storia, si è dovuta confrontare con un fenomeno di immigrazione massiva, ha mostrato una posizione politica per alcuni aspetti esemplare. Diversi sono stati infatti gli strumenti formulati per facilitare la regolarizzazione dei migranti venezuelani6. Tuttavia, l’arrivo del Covid-19 ha portato alla luce due falle del sistema di integrazione sociale in Colombia: l’accesso al lavoro e alla salute.

Venezuelani in Colombia

Secondo il DANE la Colombia possiede una delle economie informali più grandi della regione latinoamericana. All’interno di questo mercato irregolare è stata assorbito il 90% della popolazione venezuelana. In questo gruppo rientrano gli impiegati nel settore edilizio, alberghiero, della cura alla persona, i venditori ambulanti e il mercato della prostituzione: diverse sono infatti le testimonianze di donne venezuelane che, soprattutto nelle zone di confine come la città di Cúcuta, vendono il proprio corpo per poter inviare qualche rimessa ai figli rimasti in Venezuela.

A partire dalla quarantena, quindi, migliaia di lavoratori informali venezuelani si sono ritrovati senza un’attività. Le sanzioni imposte a chi non rispetta le restrizioni gravano anche sui quei venezuelani che fino ad oggi sono sopravvissuti vendendo arepas [tipici panini di farina di mais, ndr] per le strade o galletas [biscotti, ndr] sui mezzi di trasporto cittadini. Molti non possono neanche più permettersi gli affitti del settore immobiliare informale, come quello dei paga diario colombiani; così vengono chiamati gli edifici abbandonati e adibiti per la popolazione venezuelana.

Ad aumentare la vulnerabilità sociale dei migranti è anche il difficile accesso alle cure. La rete ospedaliera pubblica colombiana non è ancora preparata, sia a livello finanziario che gestionale, a rispondere efficacemente alle richieste dei pazienti dal vicino paese. Molti di questi presentano casi clinici complessi, a causa delle mancate cure in Venezuela, e tantissime donne portano avanti gravidanze a rischio senza assistenza prenatale.

Il governo ha per questo concesso il PEP, un permesso di soggiorno speciale con il quale il cittadino venezuelano può affiliarsi al sistema sanitario nazionale. Tuttavia, il 77% dei venezuelani in Colombia non risulta ancora registrato. Il dato può dipendere da vari fattori: lentezza amministrativa, mancanza dei requisiti, scarsa socializzazione al diritto alla salute. Lacune che, con l’attuale pandemia, rischiano di riproporre in Colombia il drammatico scenario di Guayaquil, in Ecuador, con i morti da Covid-19 bruciati nelle strade.

Il dramma del ritorno

Il diffondersi del virus in Colombia ha portato circa 25mila persone a far ritorno in Venezuela, con la complicità di decine di agenzie di viaggio fantasma e autisti improvvisati che attraversano il confine. Alla frontiera si contano i più alti tassi di violenze e omicidi, tratta di essere umani, attività illecite e abusi da parte delle autorità, esponenti della guerriglia, militari di alto rango e approfittatori vari. Una volta arrivati in Venezuela i rischi però non diminuiscono: per i connazionali ritornati, il governo venezuelano ha predisposto l’isolamento in alcuni licei del Paese con pessimi livelli igienico-sanitari. L’ONG FundaRedes ha dichiarato che il trattamento è disumano e diverse sono le denunce e le minacce subite riportate dai migranti. Una volta ritornati in patria, i venezuelani di ritorno dalla Colombia rischiano di sentirsi come migranti nel loro stesso paese.

Monitorare le condizioni di salute in Venezuela attualmente è impossibile: da anni non vengono pubblicate cifre ufficiali, solo ricercatori e attori della società civile7 divulgano dati aggiornati resistendo alla censura, agli arresti arbitrari e alle persecuzioni perpetuate nel Paese8. L’Indagine nazionale sugli ospedali riporta che in Venezuela il 63% delle strutture ospedaliere non ha energia elettrica, presenta una disponibilità intermittente di acqua e una carenza del 49% delle risorse necessarie per le sale di urgenza. A questo si somma il ritorno della malaria, della difterite, del morbillo e della turbercolosi, tutte malattie che erano state debellate da decenni.

Il 15 aprile il governo venezuelano ha denunciato 193 casi di contagi da coronavirus ma si pensa che ve ne siano molti di più e che il ritorno di alcuni connazionali dalla Colombia determinerà un propagarsi del virus che sarà impossibile da arginare.

Donna migrante: una categoria sempre più vulnerabile

Come segnala un articolo del magazine, la pandemia sta portano alla luce diseguaglianze anche in una prospettiva di genere. Il 52% dei venezuelani che transitano in Colombia sono giovani di sesso femminile9 con particolari esigenze in termini di salute sessuale e riproduttiva. Negli ospedali colombiani sette migranti venezuelani su dieci sono donne; a Barranquilla, città di riferimento della costa colombiana, il 70% dei parti è di madri venezuelane. Ma perché così tante donne venezuelane partoriscono in Colombia?

Nel 2017 il governo venezuelano ha concesso sussidi economici alle madri e alle donne in gravidanza. Per alcune famiglie avere più figli è diventata dunque una strategia volta all’ottenimento di maggiori aiuti statali in tempi di estrema crisi socio-economica. Al tempo stesso, uno studio dello scorso anno riporta un tasso di irreperibilità dei metodi contraccettivi dall’83,3% al 91,7% in uno Stato dove l’interruzione volontaria della gravidanza è ancora illegale e sanzionata dal Codice Penale. Tanti sono quindi gli aborti clandestini che avvengono in Venezuela: Equivalencias en Acción10 riporta che questa pratica è stata eseguita su donne che per il 31% erano minori. Human Rights Watch ha denunciato che la mortalità infantile in Venezuela è aumentata del 30%, e quella materna del 60%. Anche l’United Nations Population Fund si è pronunciato, segnalando il Venezuela come primo paese per numero di parti in età adolescenziale dopo Ecuador e Honduras.

Le gravidanze precoci causano l’abbandono degli studi riducendo la competitività delle giovani nel mercato del lavoro e il loro reddito potenziale. Sono queste le dinamiche che ancora oggi inducono la donna ad accettare contratti precari o assunzioni informali, un fenomeno ormai ben conosciuto come “femminilizzazione della povertà”.

In Colombia, invece, la legge sull’aborto è disciplinata differentemente. Il dibattito è ancora molto acceso: alcuni mesi fa la Corte Costituzionale ha dovuto affrontare il caso di un’interruzione di gravidanza praticata dopo una gestazione di sette mesi. L’aborto in Colombia è concesso infatti in tre casi: stupro, malformazione del feto e quando è la vita della madre è a rischio.

Anche per questo, per molte donne venezuelane, la Colombia è diventato un territorio dove hanno potuto esercitare il diritto all’aborto, condizione che si è rivelata un supporto fisico e psicologico per le sopravvissute alle violenze subite durante il viaggio.

Quali sono le priorità oggi

L’area latinoamericana continua a essere oggi la regione con la più alta percentuale di diseguaglianze sociali a livello mondiale e la Colombia è uno dei paesi, assieme al Brasile, dove tali differenze si fanno più marcate. Seppure il virus stia dimostrando di non far sconti a nessuno, è evidente che le politiche disarticolate colombiane stiano esponendo alcune categorie a un maggior rischio di contagio.

La Colombia, nonostante abbia saputo implementare politiche migratorie con una prontezza invidiabile per molti paesi europei, si è mostrata tuttavia impreparata nella gestione della diaspora venezuelana ai tempi del Covid-19. La chiusura delle frontiere e le restrizioni imposte non dovrebbero però fiaccare gli sforzi compiuti per la tutela dei diritti umani e tantomeno abbassare gli standard di protezione dei rifugiati. Ora, più che mai, l’obiettivo principale per l’intera comunità internazionale è la conservazione della vita, una condizione e una finalità che dovrebbe trascendere dal genere, dalla provenienza delle persone e dallo status migratorio degli individui.

Francesca Cordaro è Dottoressa magistrale in Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale (Roma, “La Sapienza”). Si interessa di migrazioni e America Latina e si è specializzata in Colombia in Relaciones Internacionales. Email: francescacordaro92@gmail.com

Note

1 Si legga l’analisi effettuata dall’UNHCR.

2 Si vedano i dati riportati da UNHCR e OIM.

3 I contagi totali registrati dal Ministero della Salute colombiano sono 2.979. I dati sono cosultabili qui.

4 Qui un articolo pubblicato sul notiziario delle Nazioni Unite.

5 Secondo l’OPEC, la Petróleos de Venezuela, la compagnia statale petrolifera venezuelana, registra il livello più basso di produzione petrolifera delle ultime tre decadi. Dalla produzione di 5milioni di barili al giorno di venti anni fa, il Venezuela ne ha prodotti solo 712mila ad agosto 2018. Il Paese è il primo al mondo per riserve di petrolio non convenzionale.

6 Un esempio è la regolarizzazione di 24mila bambini apolidi concessa dal governo colombiano ad agosto del 2019.

7 Per i dati sulla situazione del settore medico-sanitario in Venezuela si fa riferimento all’organizzazione Médicos por la Salud (disponibili qui).

8 Qui le denunce riportate da Foro Penal e da Amnesty International.

9 Si veda il rapporto del 2019 di Migración Colombia, l’istituzione pubblica colombiana che si occupa della gestione migratoria del paese.

10 Gli studi sono consultabili qui e qui.

Rispondi