I musei della pace: una speranza anche italiana?

di Massimo De Giuseppe

Circa dieci anni fa ho pubblicato per un focus sul pacifismo della rivista “Appunti di cultura politica” una riflessione sui musei della pace e sui ritardi italiani nel recepire e promuovere l’idea1. In una fase di risveglio creativo, stimolata in Italia dalla creazione della Rete delle Università per la pace, il cui lancio ufficiale è previsto per il dicembre 2020, riprendo qui quell’articolo per aprire una riflessione intorno ad alcuni punti e proposte, aggiungendo una coda finale su alcune novità emerse nel corso dell’ultimo decennio.


Introduzione: i motivi di un ritardo

Se, una mattina d’inverno, di passaggio a Roma, un viaggiatore decidesse di entrare nel museo dell’Ara pacis, probabilmente proverebbe una strana sensazione. Superato un imponente atrio, si viene infatti investiti dalla luce che filtra in abbondanza dalle vetrate “all’americana” di Richard Meier. Una prigione trasparente che protegge ed esalta il monumento augusteo, gettando sui suoi marmi, vecchi di duemila anni, riflessi singolari che lo trasportano nella contemporaneità.

Secondo la Res Gestae, l’Ara pacis, inaugurata il 30 gennaio del 9 a.C., era la prima grande celebrazione della pax augustea, esaltazione delle istituzioni imperiali e del nuovo status ottenuto da Roma dopo le ultime campagne di Gallia e Spagna. Nel planisfero urbano della nuova Roma, il bianco monumento alla pax romana rappresentava infatti un elemento di novità, simbolico-religiosa oltre che politica. Il suo recinto ricordava un tempus minor a protezione di un importante spazio sacrale, una mensa marmorea, con un altare della pace che lanciava un segnale ad una società che si era basata sulla guerra come elemento di espansione esterna e di coesione interna. Proprio per questo valore simbolico, l’imperatore si era opposto alla proposta del Senato di collocare l’Ara all’interno della curia: la parte settentrionale del Campo Marzio (il «luogo delle armi») esaltava la sua virtus di pacificatore e ridefiniva i termini della sua epifania pubblica.

Nei secoli successivi, specie dopo la fase della delocalizzazione dei poteri imperiali nelle capitali itineranti, l’interesse politico per il monumento augusteo andò gradualmente scemando, lasciando che questo venisse interrato sotto strati di pietra, acqua e sabbia che ne cancellarono temporaneamente la memoria. La struttura, ritrovata solo nel XVI secolo, avrebbe dovuto attendere l’età giolittiana per i primi restauri organici e l’apogeo del fascismo per essere esposta, dentro una grande teca neoclassica, nell’attuale collocazione, tra via Ripetta e il lungo Tevere. Conclusa la guerra d’Etiopia, Mussolini la re-inaugurò in pompa magna nell’autunno 1938, a celebrazione di un nuovo, quanto mai effimero, impero. Passato un altro drammatico conflitto, il monumento conobbe varie vicissitudini, mantenendo a dir la verità un profilo piuttosto basso nell’impianto dei nuovi riti civili della patria, senza mai assumere allo status di simbolo della pacificazione faticosamente ottenuta dall’Italia repubblicana2. Nella nuova sistemazione, varata solo nel 2006, è stata finalmente aggiunta un’articolata area museale, su due livelli, per mostre ed esibizioni.

Torniamo allora al nostro viaggiatore contemporaneo e una domanda sobbalza immediata nella testa: perché per mesi si è polemizzato sui criteri architettonici della nuova casa dell’Ara pacis, dando agio a critici e politici di esibirsi nell’abituale attività di circensi televisivi, mentre si è dimenticato totalmente il monumento stesso e in particolare quel singolare altare augusteo, costruito negli anni dell’infanzia di Gesù e così impregnato di simboli culturali, politici e religiosi? Viene alla mente Giorgio La Pira che il 4 novembre del 1972, ormai anziano, all’epoca presidente della Federazione mondiale delle Città unite (già Città gemellate), volle celebrare il 54° anniversario della fine del primo conflitto mondiale, accompagnando una comitiva dell’Opera della gioventù dentro al recinto dell’Ara pacis. In quell’occasione l’ex sindaco di Firenze tentò una delle sue ariose meditazioni capaci di scavalcare gli orizzonti spaziali e temporali, per rileggere il nesso storico tra il simbolo della pax romana, gli eventi drammatici del ’900 e i metodi di costruzione della pace, tra diplomazia e mobilitazione della società civile, oltre le barriere confessionali e religiose.

Giorgio La Pira all’Ara Pacis (1972)

Ripensandoci mi accorgo di una cosa. Né la giunta Veltroni, né quella Alemanno, hanno pensato di utilizzare gli spazi studiati da Meyer per edificare un museo della pace permanente o almeno dedicare a questo tema esposizioni temporanee. Paradossalmente se il nostro viaggiatore ha deciso di visitare il monumento quest’inverno del 2009-2010, dietro all’altare della pace si è imbattuto in un enorme arazzo tricolore del 1925 di Giacomo Balla, Genio futurista, su cui svetta una grande M, celebrazione della modernità, della macchina e della mitraglia, nonché omaggio a Marinetti, inventore del futurismo e cantore dell’“orchestra dei rumori di guerra”, come unica via per rigenerare la civiltà contemporanea.


L’esperienza mondiale dei Peace Museums

È singolare pensare che mentre in Italia si aprivano gli spazi museali dell’Ara pacis, nessun politico nazionale, amministratore locale, intellettuale, giornalista di grido, critico d’arte o vescovo abbia proposto di destinarne l’uso non dico a una collezione permanente ma almeno a un’esposizione temporanea sulla pace, magari tenendo conto dell’invito lanciato dalle Nazioni Unite a muoversi in questa direzione, durante quella che è stata proclamata (nel totale disinteresse mediatico) dal segretario generale dell’Onu, il ghanese Kofi Annan, International Decade for the Culture of Peace (2001-2010). Il decennio è infatti ormai alla fine e in Italia nessuno sforzo (almeno a livello nazionale) è stato compiuto in tal senso. Il tema è importante, perché riprende un invito a riflettere sulla complessità del significato della pace che contempla al suo interno l’esperienza di pacifismi diversi tra loro, da quello integrale gandhiano d’ispirazione nonviolenta a quello «politico», aperto all’uso delle armi come via per la risoluzione delle crisi e l’affermazione dei diritti umani.

Proprio a questo scopo, con l’obiettivo dichiarato di avviare un dibattito culturale ampio e di stimolare l’impegno istituzionale di governi ed enti locali, fin dai primi anni ’90, Onu e Unesco hanno patrocinato un progetto finalizzato alla promozione dei musei della pace. L’idea di base era estremamente semplice. Considerando che normalmente i musei della guerra, secondo il prototipo del londinese Imperial War Museum (Iwm), sono finanziati dai ministeri della Difesa nazionali, al pari di memoriali delle vittime e caduti dei conflitti, e che generalmente i governi si sono mostrati scarsamente interessati (con poche interessanti eccezioni) a dedicare risorse ai musei della pace, si è ritenuto necessario favorire un intervento di stimolo, sostenendo gli enti specializzati.

Nel 1995 l’Onu ha quindi pubblicato, con il sostegno dell’allora segretario generale, l’egiziano Boutros Ghali, un compendio, il Peace Museum Worldwide3, che doveva servire come testo base per l’edificazione di musei della pace e strumento per favorirne una sinergica messa in rete. Quello stesso anno, presso l’Università Schlaining di Vienna, l’Unesco assegnò il proprio Peace Award all’International Network of Peace Museums (Inpm), un organismo sorto in occasione della conferenza di Bradford del 1992. Assurto, dal 1998, allo status di “ong associata” al Dipartimento dell’informazione pubblica dell’Onu, attualmente l’Inpm comprende 125 istituzioni museali, europee, asiatiche, nordamericane e australiane.

Se Germania e Giappone giocano la parte del leone, scorrendo la lista dei partner sorprende la loro eterogeneità. Si passa infatti da istituzioni dedicate a figure storiche del pacifismo (dall’Albert Schweitzer House al Gandhi Memorial Museum), a musei specificamente studiati per evidenziare la dimensione disumanizzante dei conflitti contemporanei (come l’imponente Antikriegs Museum di Berlino o il Peace Museum di Chicago). Altre strutture ricostruiscono la storia di organizzazioni specializzate (dall’International Red Cross and Red Crescent Museum di Ginevra al Nobel Peace Centre di Oslo), mentre diversi sono i musei-memoriali dedicati alle vittime delle guerre (a cominciare dall’Hiroshima Peace Memorial Museum e dal Nagasaki Atomic Bomb Museum). Non mancano poi musei nati sull’onda del neutralismo terzomondista, come l’Indian Peace Museum, il Teheran Peace Museum, il cinese Yi Jun Peace Museum o, più recentemente, il Museo para la paz di San José in Costarica, collegato alla University for Peace dell’Onu: una struttura istituita con risoluzione dell’Assemblea generale 35/55 del 5 dicembre 1980, nel pieno della nuova guerra fredda centroamericana, in un paese che aveva abolito ufficialmente le forze armate dal 1948. Altri centri toccano invece temi specifici, come la storia dell’obiezione di coscienza (lo statunitense National peace Museum for Coscientious Objection), l’impegno di pace al femminile (il giapponese Women’s Active Museum of War and Peace) o la relazione tra pace e promozione dei diritti umani (il Centre Mondial de la paix di Verdun).

Nella rete si trovano infine musei più tipicamente etnografici (come lo Smithsonian) o perfino di origine «bellica», come lo stesso Iwm o il Museo navale del Québec, distintisi però per il lavoro di promozione di esibizioni e ricerche dedicate alla storia della pace. Proprio l’idea di rafforzare il legame tra istituzioni museali e centri di ricerca, documentazione e produzione storiografica ha infatti spinto l’Inpm ad accogliere nella sua rete dipartimenti universitari e strutture specializzate come l’University Centre for Peace and Reconciliation di Coventry, l’University College of London e altre realtà accademiche di Francia, Germania, Belgio, Olanda, Usa, India, Cina e Giappone. Dal 2010 il nascente segretariato permanente dell’Inpm sarà collocato all’Aja, sede simbolica delle prime due grandi conferenze di pace che aprirono il travagliato XX secolo.


Il prototipo del museo di Bradford

Al di là della varietà delle formule, cos’è allora in concreto un museo della pace? Generalmente si tratta di istituzioni no profit che statutariamente si impegnano a promuovere una cultura di pace attraverso la tutela della memoria, ovvero la raccolta, interpretazione e diffusione di materiali e documenti collegati alla storia della pace e dei movimenti pacifisti. Nell’intento di consolidare uno sforzo culturale a tutto campo e di contribuire ai processi di riconciliazione in corso (come nel caso del Dayton Peace Museum o del circuito Africom), i musei della pace vogliono infatti mettere a confronto esperienze storiche plurime e incrementare la sensibilità dell’opinione pubblica intorno a temi generalmente trascurati dai grandi media. Come evidenziato dalle conferenze di Kyoto e Guernica dell’Inpm, un nodo cruciale in tal senso dipende dal superamento della frammentazione delle esperienze pacifiste, e dalla capacità di far dialogare tra loro culture di pace distinte tra loro, per origine, approccio all’evento bellico, all’uso della violenza e alla logica del peacekeeping4.

Un prototipo di museo della pace open-minded, in grado di stimolare l’interesse anche di persone estranee al circuito pacifista, secondo la logica del progetto Onu, può essere identificato nel Peace Museum di Bradford, promosso dallo storico del diritto olandese Peter van den Dungen. Proprio la cittadina dello Yorkshire occidentale, centralina della prima rivoluzione industriale e, più recentemente, laboratorio interculturale per la massiccia immigrazione pakistana, ospitò nel 1992 il primo summit di 30 Peace Museums che diede vita all’Inpm. Fin dalla fine degli anni ’80, al culmine delle proteste contro le politiche di deregulation della Thatcher, l’allora direttore del Give Peace a Chance Trust, Gerald Drewett, propose al Peace studies Department della locale università di collaborare alla costituzione di un’esposizione permanente sulla storia del pacifismo anglosassone.

Nel 1994 il Peace Museum di Bradford divenne quindi realtà, con il sostegno della Rowntree Charitable Foundation e dal 1998 fu trasferito nello storico edificio della Commercial Bank locale. Un dato interessante riguarda i finanziamenti del museo che arrivarono da 11 trustees privati ed enti sociali. La nuova istituzione fu quindi regolarmente registrata nel Museum, Libraries and Archives Council. Con l’obiettivo statutario di «raccogliere documenti originali e, insieme, favorire le ricerche e i progressi storiografici su persone, gruppi e movimenti di promozione della pace, dell’azione non violenta e per la risoluzione dei conflitti», il museo ha assemblato in questi anni una collezione di 5.500 pezzi, tra poster, libri, articoli, fascicoli, foto, bandiere, dipinti, cartoline, film e documentari. A questi materiali vanno aggiunti una sezione di carteggi e un prezioso archivio di storia orale, oltre ai prodotti didattici destinati al lavoro con le scuole.

Il museo ha quindi deciso di allestire una collezione di documenti on-line ed una serie di mostre itineranti. Tra le altre se ne trovano una (Such a Journey) sulle marce britanniche e sui pellegrinaggi di pace, una sul pacifismo femminista (Women Peacemakers), insieme ad altre più internazionaliste come A Vision Shared: the 20th Century from a Peace Perspective e A-bomb and humanity. L’orizzonte del museo, come naturale, è prevalentemente nazionale e, grazie anche alle ricerche promosse, offre uno sguardo d’insieme sulla storia del pacifismo britannico, dai primi obiettori del 1915-1916, ai Quacker Youth Peace Campers degli anni ’30, passando per l’esperienza seminale della Campaign for Nuclear Disarmament (Cnd) e dalla Bertrand Russell Peace Foundation, per arrivare alle proteste contro la prima e la seconda guerra del Golfo.

Cruciale per il funzionamento del museo di Bradford, oltre al dialogo con gli enti finanziatori, le istituzioni pubbliche e al lavoro in network con la Inpm, risulta dunque la collaborazione con il mondo accademico, sia per la raccolta dei documenti in archivi privati, sia per la promozione di nuovi filoni di ricerca. I recenti progressi della storiografia nell’ambito degli studi comparati sui movimenti pacifisti, la valorizzazione della oral history e la costituzione di un European Peace Historian Network (con sede operativa nell’università di Sheffield) potrebbe offrire nuove prospettive a questo tipo di operazioni coordinate di ricostruzione e promozione delle culture di pace.


E l’Italia?

A fronte di un quadro in movimento, pur tra naturali ed evidenti difficoltà, l’Italia ha quindi manifestato in questi ultimi anni una preoccupante stagnazione. Tra i musei citati nell’elenco dell’Onu del 1995 si ricordava infatti solo quello della Croce rossa di Castiglione delle Stiviere, inaugurato nel 1959, nel centenario della battaglia di San Martino e Solferino, in ricordo dell’evento ispiratore dell’attività umanitaria di Henry Dunant. Se torniamo invece a scorrere la lista dell’Inpm, le uniche associazioni inserite nella rete internazionale risultano due piccole realtà, ancora alla ricerca di una sede definitiva. Si tratta del Museo della pace Piccoli martiri di Gorla, un comitato di volontari istituito da sopravvissuti al bombardamento anglo-americano del 20 ottobre 1944 (che colpì le scuole di Gorla e Precotto uccidendo 205 civili, tra bambini e insegnanti) e del Centro documentazione del manifesto pacifista internazionale. Il primo, presieduto da don Walter Filippi ha allestito una mostra fotografico-testimoniale e da anni attende una sede espositiva permanente (che non sembra tra le priorità del comune di Milano). Il secondo, nato nel 1993 a Bologna da un’intuizione di Vittorio Pallotti, consiste invece in una collezione di 2.000 manifesti pacifisti, articolata in tre mostre (50 anni di pace sui muri d’Europa: 1950-2000 e, di taglio più pedagogico, Il seme della nonviolenza e I primi cent’anni del premio Nobel per la pace)5 che hanno percorso in lungo e in largo la penisola, senza trovare un’adeguata collocazione museale.

È singolare, infatti, notare che in questi ultimi anni, mentre proliferavano nelle giunte locali assessorati alla pace (generalmente accorpati a sport, giovani e tempo libero), si inauguravano spazi pubblici e nascevano in ambito universitario importanti spazi e centri di ricerca, sia mancato un investimento in un museo della pace permanente che potesse avere un respiro nazionale. Il ritardo italiano nel rispondere agli stimoli dell’Onu, oltre al reiterato disinteresse governativo, è in realtà il frutto di una serie di concause, sia di origine storica che di natura più contingente. Tento qui un breve elenco. In primo luogo, va considerata la singolarità del pacifismo italiano rispetto al quadro europeo e internazionale. La forte e radicata presenza dell’associazionismo cattolico, unita alla marginale presenza di movimenti protestanti, ha infatti impedito, nella stagione del primo dopoguerra, che attecchissero i nuovi movimenti pacifisti internazionalisti d’ispirazione ecumenico-religiosa. La metabolizzazione nell’immaginario del conflitto come compimento simbolico (o mancato) del risorgimento e l’avvento del regime fascista hanno quindi acuito gli elementi di resistenza. Le due grandi reti pacifiste internazionali, la War Resisters League e il Fellowship of Reconcilitation, hanno infatti avuto un approdo tardivo e una presenza marginale, solo parzialmente compensata dalle iniziative di diplomazia dal basso di La Pira (I Convegni per la pace e la civiltà cristiana, i colloqui dei sindaci), oppure di movimenti come Pax Christi o altri gruppi sorti (spesso a livello locale) nella stagione post-conciliare6. Questa specificità emerge anche da una rilettura della storia dell’obiezione di coscienza, che in Italia ha seguito una periodizzazione anomala rispetto al quadro internazionale, entrando pienamente nell’immaginario solo nel secondo dopoguerra, dopo la risonanza del caso Pinna, le iniziative legislative di Basso e la lettera di don Milani ai cappellani militari.

Il secondo punto rimanda quindi al peso, nella stagione repubblicana, di un sistema politico-partitico fortemente invasivo che ha impedito o rallentato il consolidamento di gruppi di pacifisti organizzati indipendenti in grado di ottenere una forte risonanza mediatica. I Centri per la nonviolenza fondati da Aldo Capitini a Perugia, realtà periferiche come quella delle Avanguardie cristiane di don Primo Mazzolari, solo per citare alcuni casi emblematici, così come le esperienze pacifiste di Giovanni Lanza del Vasto, Giovanni Pioli, Maria Remiddi o Danilo Dolci, hanno avuto un importante valore testimoniale ma non hanno inciso in profondità su un immaginario collettivo fortemente condizionato dagli schemi della guerra fredda. Non a caso l’unico vero grande movimento pacifista di massa attivo in Italia è stato, almeno dal 1949 al 1953, quello dei Partigiani della pace: un’organizzazione politica legata al Consiglio mondiale della pace, dichiaratamente filo-sovietica e direttamente controllata dal Pci7. I tentativi di costruire una rete nazionale di pacifismo indipendente, culminati nella costituzione, nel 1960, della Consulta per la pace e, nell’autunno del 1961, nel coraggioso esperimento capitiniano della marcia Perugia-Assisi (per la seconda si sarebbe dovuto attendere il 1978), si scontrarono infatti con la difficoltà di costruire un movimento a-partitico che richiamasse l’esperienza della Cnd britannica o dell’Anti-Atom-Bewegung tedesco. Anche il pacifismo che animò il Partito radicale sembra confermare questa tesi di scarsa propensione alle aperture. I tentativi di dialogo trasversale sarebbero dunque ripresi a ondate: nella stagione della “seconda guerra fredda”, con la grande mobilitazione contro i missili Cruise nella base di Comiso, con la nascita della Tavola della pace o con quel singolare movimento “dal basso” delle “bandiere di pace”, esposte sui balconi di mezza Italia per contestare la Preventive War in Iraq.

Questo frammentario sedimentarsi di esperienze ha quindi articolato lo scenario del pacifismo ma non ha impedito la persistenza di due fenomeni di lungo periodo: da un lato il protrarsi di una logica da guerra fredda, sopravvissuta anche alla fine del bipolarismo, ad alimentare schematizzazioni che hanno finito per ostacolare un serio confronto tra movimenti pacifisti e società nel suo complesso. Dall’altro è stato ribadito il ruolo cruciale dei cattolici, chiamati a una presa di posizione. Sotto quest’aspetto il quadro del pacifismo cattolico è apparso nel tempo assai articolato, lungo il complesso dispiegarsi della relazione tra associazionismo, episcopato e Santa Sede. Tra fasi di sintonia (si pensi alle aperture giovannee) e momenti di rottura (il dissenso all’epoca del Vietnam), pur in maniera disomogenea, diversi esponenti del cattolicesimo sociale si sono infatti mossi ben oltre i paletti imposti dal Patto atlantico e dal filtro politico democristiano. Le esperienze di La Pira, di sacerdoti come Mazzolari, Balducci, Milani e Turoldo, della sezione italiana di Pax Christi, sono solo le punte di un movimentismo pluriculturale ma, forse, meno frammentario di quanto possa apparire a prima vista.

Il terzo punto che vorrei richiamare riguarda infine, oltre al già richiamato disinteresse istituzionale, alle resistenze politiche e alla scarsità di investimenti (pubblici e privati), il ritardo con cui si è mosso il mondo della scienza e delle élite intellettuali (con la parziale eccezione di alcuni centri universitari e del mondo della scuola) verso il tema della cultura di pace. Le reticenze dei mass media nei confronti della politica estera o delle missioni di pace, la nebbia che avvolge il sistema dell’industria bellica nazionale, l’acrimonia di un dibattito sempre pronto a proiettare interessi locali anche sui grandi scenari globali, ha infatti evidenziato un gap e reso paradossalmente più difficile una rilettura matura da parte dell’opinione pubblica tanto dell’evento bellico quanto dell’impegno per la pace. Alcuni centri studi sul disarmo sorti in ambito universitario hanno sempre dovuto lottare con scarsità di fondi e di discussione delle proprie ricerche. Se il mondo del diritto ha fatto da capofila e la storiografia sta cominciando a colmare i suoi ritardi, con i primi tentativi di letture a tutto campo del fenomeno pacifista8, la frammentarietà degli archivi, i campanilismi, le scarse risorse, rallentano un approccio globale alla questione. Questo ci spinge a riflettere sulla frammentarietà della ricerca. Il lavoro, spesso affidato alla volatilità di progetti finanziati dal ministero, rischia infatti di procedere per isole separate, nonostante i materiali documentali disponibili comincino ad essere corposi: dalle carte Capitini, ai documenti delle Fondazione La Pira, Mazzolari, Basso o di altri centri specializzati (dal Cum al Sereno Regis).

Uno sforzo allora deve venire tanto dalle istituzioni (università, enti pubblici ed ecclesiali), quanto dalle stesse associazioni pacifiste. La nascita di nuove reti e network (penso all’esperienza della Rete italiana per il disarmo, al Coordinamento degli enti locali per la pace e i diritti umani, a network come Peacelink o la Tavola della pace…) potrebbe favorire un processo osmotico di scambio di informazioni e aiutare la costruzione di una visione d’insieme ma anche su questo fronte le incognite restano forti. Penso ad esempio all’assenza di prospettiva storica manifestata da molte ong (basta scorrere i vari siti internet per rendersene conto), alle persistenti reticenze e gelosie e allo scarso impatto del tema della pace sui grandi media generalisti. Perfino un’iniziativa come Science for Peace, promossa con chiaro intento divulgativo dalla Fondazione Veronesi con la Robert Kennedy Foundation, per rilanciare il dibattito intorno alla riduzione delle spese militari, pur schierando una sfilza di Nobel e di volti mediatici, non ha scalfito il muro di disinteresse.

La situazione è dunque complessa ma i musei della pace potrebbe rappresentare un passo importante per rilanciare un dibattito sul dualismo pace-guerra, oggi percepito (con l’eccezione della minaccia terroristica) come lontano dalla nostra quotidianità. Alla fine, proprio La Pira nella sua rilettura personale del progetto augusteo dell’Ara pacis individuava un obiettivo di fondo: correlare lo sforzo pacifista a una politica multilaterale e alla costruzione di una “cittadinanza globale”. Azzardò infatti nel 1972 (l’anno dell’ammissione cinese all’Onu): “Questo discorso, così chiaro, va avanti anche oggi, verso la Cina ed è sempre il medesimo dialogo. In vista di cosa? In vista di tre cose: l’ideale dell’unità del mondo; l’ideale della pace nel mondo; l’ideale della promozione civile dei popoli del mondo intero”9. Un’utopia evangelico-lapiriana, forse. Ma anche una strategia politico-culturale e un motore creativo per rilanciare il discorso sulla pace. La conservazione della memoria è forse un primo piccolo ma doveroso passo in questa direzione.


2020: verso nuovi orizzonti?

Nel corso dell’ultimo decennio importanti passi avanti sono stati compiuti, a livello internazionale e, in parte, nazionale, per quanto serva ora un salto di qualità, specie in tempi in cui il disinteresse mediatico per le iniziative di pace paga anche lo scotto del più generale calo di attenzione per i temi del multilateralismo, del disarmo, della tutela dei diritti umani, della gestione di conflitti. Tutti ambiti in costante evoluzione che ormai non rispondono nemmeno più alle categorie di new wars tratteggiate da Mary Kaldor in epoca post-bipolare, come sembrano insegnare il caso siriano, yemenita, centroafricano, afghano, i nuovi muri e migrazioni o lo stato di violenza interna (fuori dai canoni classici dei conflitti novecenteschi e con un crescente peso della criminalità organizzata globale) che investe i paesi centroamericani, e vaste aree dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa subsahariana10.

Nel corso del 2010 l’International Network of Museums for Peace (Inmp), divenuto nel frattempo fondazione, con il sostegno del municipio dell’Aja ha aperto la sede del suo segretariato e i suoi archivi storici presso il von Suttner Building nei pressi del Peace Palace. Trasformatasi poi in ong, dal 2014 l’Inmp ha ottenuto lo status consultivo presso l’Economic and Social Council (Ecosoc) delle Nazioni Unite e nel 2018 ha trasferito la propria sede in Giappone, presso il Kyoto Museum for World Peace in seno all’Università Ritsumeikan di Kyoto, ribandendo la necessità di uno stretto dialogo con il mondo accademico11.

Ai vecchi obiettivi di promuovere la cooperazione e stimolare la creazione di musei per la pace, l’Inmp, ha investito in questi ultimi anni risorse sulla creazione di un database mondiale di iniziative, cercando di dare maggior visibilità all’organizzazione delle conferenze della rete (nel 2010 a Barcelona, nel 2014 a No Gun Ri in Corea del Sud e nel 2017 a Belfast), convegni e webinar, sostenendo i progetti educativi e la promozione di nuovo motore di ricerca. A causa della pandemia di covid-19 la Decima conferenza si terrà virtualmente il 16 settembre del 2020 con titolo The Role of Museums for Peace in Conveying Memories for Generations to Come, aprendosi a focus mirati su temi di estrema attualità quali la condivisione di esperienze transnazionali e la connessione tra impegno di pace e tutela della terra; una scelta in memoria anche dei tanti attivisti e ambientalisti uccisi nel corso dell’ultimo quinquennio, di cui la più famosa è probabilmente l’honduregna Berta Caceres, indigena lenca, vincitrice del Goldman Environmental prize, freddata da due killer nel marzo 2016. È stato lanciato anche un piano triennale (2013-2015) Discover Peace in Europe, finanziato dalla Commissione per disegnare percorsi di pace in varie città europee: l’Aia, Berlino, Budapest, Manchester, Parigi, Vienna e, per l’Italia, Torino. Quest’ultimo si dipana dalla statua di Gandhi di Piazza Cavour al Peace Lab Museum di via dei Cavalieri presso Collegno, il primo inaugurato in Italia. Un centro direttamente ispirato alla lezione di Johan Galtung, cui si accede, lungo il percorso, anche passando dall’Arsenale della pace istituito dal Sermig in piazza Borgo Dora. Tra le altre iniziative museali italiane, anche se di taglio diverso, si ricorda anche il Museo della pace Mamt (Mediterraneo, arte, musica, tradizioni) aperto a Napoli e una serie di iniziative sociali aperte anche ai temi specifici della pace in varie istituzioni museali (dal Mudec di Milano al napoletano Madre).

Eppure il terreno da arare è ancora molto. In questi anni infatti alcuni Peace museums hanno notevolmente incrementato il numero di visitatori e, pur in ottica parzialmente diversa ma con non pochi punti di contatto, è stata lanciata anche la Federation of International Human Rights Museums (Fihrm), affiliata all’International Council of Museums (Icom) la cui presidenza è attualmente dell’italiano Alberto Garlandini. La rete riunisce musei della memoria e i diritti umani (come quelli di Santiago del Cile, Città del Messico o lo United States Holocaust Memorial Museum) e musei dell’immigrazione e dello schiavismo (da São Paulo a Lagos). Alla rete aderiscono anche il museo diffuso di Torino e l’Università di Bari, in una fase in cui in Italia è particolarmente vivace (e in parte irrisolto, come dimostra il caso di Milano), il dibattito intorno a musei della Resistenza e della Shoah in una stagione segnata a livello internazionale dalle proteste del movimento Black Lives Matters intorno al valore delle statue, del passato e della memoria.

Nel frattempo, nonostante i tagli scolastici alle attività integrative per pace e mondialità (che toccarono il proprio culmine nei primi anni Novanta), diverse università hanno cominciato a investire seriamente in centri di studio e ricerca, come il Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” (Cisp), istituito nel 2013 presso l’Università degli Studi di Pisa a partire da un primo Centro interdipartimentale nato nel 1998, aperto agli altri atenei della città toscana; nel 2015 è sorta anche l’Università Internazionale per la Pace di Roma, delegata a rappresentare l’Upeace (l’Organismo Onu Università per la pace) nel Sud Est europeo, nel Medio Oriente, nel bacino del Mediterraneo e in Africa e si sono sviluppati una serie di master, corsi di laurea ad hoc.

Soprattutto però la Conferenza dei rettori delle Università Italiane (Crui) ha promosso la costituzione del Network Università della pace. Questo passaggio può forse rappresentare una vera svolta, in termini di ricerca, scambi di esperienze, internazionalizzazione ma anche di costruzione di una cultura e una sensibilità più diffusa sul tema della pace, affrontato in tutte le sue più varie declinazioni (storiche, giuridiche, culturali, religiose, sociali, economiche…).

Auspicabilmente potrà anche aiutare il paese a inserirsi in modo originale in un percorso di ricostruzione della tutela e della memoria della pace costruendo finalmente dei musei utili soprattutto e appetibili (anche in termini digitali) per le nuove generazioni.

 

Massimo De Giuseppe è Professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università IULM. E-mail: massimo.degiuseppe@iulm.it

 
Note

1 M. De Giuseppe, I musei della pace. Una chimera italiana? in “Appunti di cultura e politica”, 1, 2010 (gennaio-febbraio, pp. 19-25 (focus Peace, Now).

2 Su questi temi, D. Gabusi-L. Rocchi, Le feste della Repubblica, Morcelliana, Brescia 2006 e O. Janz-L. Klinkhammer, La morte per la patria. La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma 2008.

3 Peace Museum Worldwide, United Nations Library, Geneva 1995.

4 Cfr. Exhibiting Peace. Kyoto Museum for World Peace, Ritsumeikan University, Kyoto 1999 e Museums for Peace. A Contribution to Remembrance, Reconcilitation, Art and Peace, Gernika Peace Museum, Guernica-Lumo 2006.

5 Si veda il catalogo 50 anni di pace in Europa, Cdmpi, Bologna 2000.

6 Sul tema, si vedano G. Vecchio, Pacifisti e obiettori nell’Italia di De Gasperi (1945-1953), Studium, Roma, 1993; M. De Giuseppe, Giorgio La Pira. Un sindaco e le vie della pace, ITL, Milano, 2001.

7 A. Guiso, La colomba e la spada. «Lotta per la pace» e anti-americanismo nella politica del Partito Comunista Italiano (1949-1954), Rubbettino, Soveria Mannelli 2006.

8 Vedasi, tra gli altri, L. Goglia, R. Moro, L. Nuti (a cura di), Guerra e pace nell’Italia del Novecento, Il Mulino, Bologna 2006; M. Franzinelli, R. Bottoni (a cura di), Chiesa e guerra, Il Mulino, Bologna 2005 e A. Canavero, G. Formigoni, G. Vecchio (a cura di), Le sfide della pace, Led, Milano 2008.

9 G. La Pira, Discorso davanti all’Ara Pacis, in La Pira e «Prospettive», in “La Badia”, 7, giugno 1984, p. 41.

10 C. Chinkin, M. Kaldor, International Law and New Wars, Cambridge University Press 2017.

11 The International Network of Museums for Peace, Museums for Peace: Transforming Cultures, Inmp, La Hague 2012.

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