Filosofie del virus

di Franco Bonsignori

 

Il chiostro

Fra le molte cose che il chiostro coatto da virus (COVID=Costrizione Violenta Domiciliare: nomen omen) ci ha indotto a fare e pensare, avviene che anche gli inclini – per passione o professione – al pensiero teoretico si siano fatti prendere: a prova che la teoresi è dovunque, guarda dall’alto ogni aspetto del reale, anche un misero virus. Così si son messi a giocare ai loro modi sul misero: che, se cosciente, sarà stato ancor più mordace e maligno. Qualcuno di quelli ha beccato, e quanti? Poco sappiamo; loro sanno nascondersi: meglio del fruttivendolo, del norcino, del politico, dell’economista, ecc.

Si sente in giro insomma odore di teorie, anche appetitose. E siccome dove c’è odore c’è arrosto, a qualcuno viene l’acquolina in bocca. Ad esempio, al sottoscritto, che a ogni sentore d’arrosto non sa mai resistere. Proviamo allora a giocare anche noi? Ma sì, giochiamo! Con una promessa: che il gioco sia breve, anzi brevissimo; al contrario di quanto fanno i teoretici: date a un filosofo la parola, e vedrete…

 

Il punto

Sgombriamo intanto il tavolo. Dunque, è giunto il virus: astuto, cattivo e imprevisto. Astuto e cattivo? Né l’uno né l’altro: semplicemente una creatura, posta lì a nutrirsi e a fare il suo per sopravvivere; come d’altronde noi umani facciamo da sempre! Imprevisto? E allora l’Ebola, la Sars, l’Aviaria, la Mucca pazza, l’Aids, ancor più indietro l’Asiatica, la vecchia Spagnola, le piaghe ancestrali: pestilenze, colera; ecc.? Senza contare le malattie del benessere? Dobbiamo dir meglio: non visto, non voluto e saputo vedere; o al massimo visto senza rispetto. E proprio perché non visto, o visto senza rispetto, eccolo qui, a dare una svolta alle nostre vite. Non certo con intenzione, né da qualcuno mandato: si sentono in giro strane idee del genere. È l’uomo, non il virus, che fa la storia; e la fa proprio per come risponde all’arrivo del nuovo.

E qui veniamo al punto su cui sembra giri il tutto, al centro focale, al perno della trottola: come l’uomo risponde. Molte cose potrebbero dirsi in proposito, e di grande portata: riflessioni di civiltà. Ma, nell’impegno di brevità, offriamo solo poche parole su un tema che all’apparenza sembra ben altro, ma che ha in sé aspetti notevoli di tipo teorico.

 

La teoria

Fin da subito hanno preso corpo, almeno in Europa, due differenti strategie di risposta, almeno sul piano politico-pratico. Una strategia dice così. Resti tutto com’è; lasciamo che il virus s’espanda in modo da creare il prima possibile un’immunità di gregge che lo vinca; ci saranno senz’altro danni collaterali – contagi, morti, ecc. -, ma il conto finale sarà favorevole in termini di salute e d’impatto sociale e economico. S’afferma, in un’intervista televisiva: “Può ora sembrare scioccante, ma fra un anno ne riparleremo…”. L’altra strategia invece dice così. Il virus ci attacca e noi dobbiamo difenderci; blocchiamone la diffusione in tutti i modi possibili; ciò porterà disagi e problemi sociali e economici, ma intanto salviamo le vite: affronteremo gli altri problemi man mano che vengono, al loro tempo. Due vie, come si vede, assai alternative: la seconda quella prevalente nella scelta pubblica.

Solo politiche d’occasione, frutto come spesso avviene di basse manovre e interessi? Certo che no. Data la qualità del contesto – drammi, crisi, vita e morte, ecc. -, c’è sotto molto di più: una visione di tipo morale. Nella sostanza, sono due diverse morali a confronto. La prima è gerarchica e quantitativa: pone una gerarchia di grandezze misurabili quantitativamente – il più prevale sul meno -. La seconda è antigerarchica e qualitativa: le grandezze non si misurano e ciascuna pesa quanto l’altra – il più e il meno si corrispondono -. In quanto morali tali grandezze sono valori; e essendo in gioco la vita, con essa coincidono. Così, nel primo caso la vita di pochi vale meno della vita di molti; nel secondo caso la vita di pochi e di molti vale in modo uguale. Da cui: nel primo caso è giusto sacrificare la vita di pochi a favore di quella di molti; nel secondo caso è giusto non sacrificare nessuna vita.

Poiché una teoria morale ha qualità filosofica, le due prospettive rimandano a una globale visione del mondo che sta loro a base. Possiamo perciò formularle anche in termini più teoretici e astratti. Siamo di fronte a due intendimenti diversi del rapporto fra universale e particolare. Nel primo caso l’universale prevale sul particolare e l’assorbe in sé; nel secondo caso il particolare e l’universale sono distinti e si confrontano. Da cui: nel primo caso può sacrificarsi il particolare per l’universale; nel secondo caso ciò è escluso dalla parità di misure: al massimo può concepirsi una coniunctio, alla cui stregua l’uno e l’altro s’uniscono in un tertium che li trascende. Due modi insomma assai differenti d’intendere il gioco complesso degli opposti.

 

La scelta

Ora, avviene che gl’inclini al pensiero teoretico non si limitino a presentare concetti e teorie, bensì debbano anche dire la loro: in altri termini, passare dalla descrizione al giudizio: una specie di diritto-dovere del filosofo – così va da sempre la filosofia -. E allora, non ce lo lasciamo sfuggire: prendiamo anche noi posizione.

Qui s’impone un’avvertenza, che è già un primo atto di giudizio. Tutto quanto diremo non vuol avere alcun crisma di verità. Pensiamo che la comprensione del reale sia ermeneutica e non apodittica: in altri termini, esprima sostanzialmente una scelta, sorretta da cognizioni logiche quanto da propensioni assiologiche e emozionali, e in tale veste offerta a altre scelte possibili. Entro quel limite quindi intendiamo restare.

E allora, ecco la scelta. Siamo assolutamente per la seconda linea prima indicata. Queste le motivazioni, o almeno alcune fra molte. La vita, come realtà e come valore morale, non ha peso né massa, per cui non è calcolabile numericamente né in quei termini gerarchizzabile; nel mondo della qualità una vita vale mille vite. Cade così il fondamento stesso della prima linea. A ciò s’aggiunge una sua interna contraddizione. Essa fa un calcolo d’utilità che usa il presente a fini futuri: sacrificio di oggi per la vittoria di domani. Ma possiamo sapere davvero cosa accadrà nello scarto fra ora e poi? Tante cose impreviste possono darsi: “Buio fitto per gli uomini la mente degli dei”, dice Solone. E se sorge un ostacolo che vanifica quanto compiuto? S’avverte quindi una qualche arroganza, almeno cognitiva, in un simile impianto mezzo-fine; e, se vogliamo, anche un certo cinismo, poiché il sacrificio qui è ben duro: dolore, morte. È all’opera insomma una ragione non poco fredda e calcolante, che guarda dall’alto la complessità del reale e pensa d’intenderla e usarla in termini logici e astratti.

Orbene, ciò ben poco ci corrisponde. L’idea del reale a cui siamo inclini usa la chiara ragione, e con grande rispetto, ma pure le trame più intime e oscure del sentire. E di fronte al dramma che stiamo vivendo queste hanno spazio, e molto. Guardo ai miei cari, al bambino che mi corre accanto, al vecchio chiuso in ospizio, al passante ignoto, all’amico con cui sto parlando, all’amante che accarezzo, e a tanti altri; tutti li amo e voglio salvarli, subito e senza far calcoli. Sono un navigante il quale, attento ai porti d’inizio e arrivo, naviga a vista e affronta i marosi mentre che vengono, sapendo di perdere cose e compagni ma facendo il possibile per evitarlo. Di fronte all’incertezza del futuro, la fratellanza calda, affettuosa, gentile e compassionevole del presente. Un altro modo, turbato certo, anche elusivo e insondabile, ma non cieco e irragionevole, di stare al mondo.

 

Franco Bonsignori è docente di discipline giusfilosofiche all’Università di Pisa. È tra i fondatori del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace e dei connessi corsi di laurea, di cui ha diretto per anni il biennio specialistico.

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