Fenomeni migratori: dov’è la Politica?

di Gianluca Famiglietti

 

«Che tu possa vivere in tempi interessanti!»

Malgrado l’apparenza non si tratta della formulazione di un auspicio, ma (della traduzione) di un’antica maledizione cinese, che evidentemente individuava nella complessità dei cambiamenti dell’esistente una dimensione da evitare.

Quella che viviamo è senza dubbio un’epoca interessante, ma per poterne comprendere ed apprezzare fino in fondo la portata è anzitutto necessario accettare la sfida che una simile complessità pone (a rischio di perderla), rifuggendo da letture semplificate.

Nei periodi di crisi gli effetti delle disuguaglianze diventano ancor più marcati: da quando, nel febbraio scorso, è deflagrata su scala mondiale l’emergenza COVID-19 conseguente alla pandemia da coronavirus, una preoccupante cappa di silenzio è calata sulla condizione delle persone straniere ed in particolare dei richiedenti asilo, di coloro che sono “ospiti” dei “campi” e dei lavoratori ammassati negli informali insediamenti rurali. Si tratta di individui privi di tutela effettiva e, nella maggioranza dei casi, anche degli strumenti minimi di prevenzione (mascherine, guanti, acqua, servizi igienici), persone oggettivamente impossibilitate a rispettare le misure di distanziamento previste dal legislatore, vivendo in luoghi che di per sé favoriscono gli assembramenti.

In questa fase, già particolarmente lunga, un ceto politico che non avesse paura anche della propria ombra – ossia del sondaggio settimanale – dovrebbe rimediare (anzi, avrebbe da tempo dovuto farlo, avendolo più volte annunciato) agli scempi normativi ed ai disastri umanitari compiuti dai due c.d. “decreti Salvini” (i dd.ll. nn. 113/2018 e 53/2019, convertiti rispettivamente nelle ll. nn. 132/2018 e 77/2019).

Una maggioranza politica cementatasi attorno alla discontinuità rispetto alla precedente esperienza di governo a marcata trazione sicuritaria avrebbe da subito proceduto alla chiusura dei CAS (previsti dal c.d. “decreto accoglienza” n. 142/2015) che il primo “decreto sicurezza Salvini” ha convertito in grandi “contenitori” di persone, riducendo inoltre i costi dell’accoglienza da 35 euro (i famosi 35 euro!) a 21-26, tagliando tutti i servizi all’integrazione (ed il nuovo capitolato d’appalto, riducendo i costi, non potrà che favorire i centri di grandi dimensioni, a discapito di quelli più piccoli o ad accoglienza diffusa).

Una classe politica impegnata in qualcosa di più che non sia offrire il suo lato peggiore nella caotica melassa mediatica del preserale avrebbe già consentito l’ingresso nel SIPROIMI (così sempre il decreto del 2018 ha ribattezzato la rete SPRAR) anche a coloro che ne sono stati esclusi dal “decreto sicurezza” (possono ora accedervi solo i titolari di protezione internazionale ed i minori non accompagnati, non anche i richiedenti asilo dunque).

Nella attuale situazione di grave emergenza decisori politici maturi, non più ammaliati dal fascino magnetico del mantra escludente del “prima gli Italiani!”, avrebbero impedito da settimane nuovi ingressi nei CPR (il restyling lessicale ascrivibile al “decreto Minniti-Orlando” del 2017 ci ha restituito i CIE quali Centri di Permanenza per il Rimpatrio), disponendo misure alternative per le persone già trattenute in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di allontanamento verso i Paesi di origine, che a maggior ragione nella attuale stagione pandemica non verrà mai portato a termine nei termini massimi previsti dalla legge.

Chi governa la politica – e che pretende di farlo conoscendo quali siano “i bisogni degli Italiani” (altra stucchevole retorica) – avrebbe dovuto avvertire come indispensabile che chi non ha un tetto o vive negli insediamenti informali rurali (lavorando stagionalmente in agricoltura) fosse accolto in strutture idonee, dotate di acqua e servizi igienici.

E dopo gli ultimi, partiti e movimenti politici che non fossero affetti dalla ben nota sindrome NIMBY (Not In My Back Yard, non nel mio cortile) non si sarebbero dimenticati degli ultimissimi, ossia di coloro che anche in questo periodo continuano ad arrivare sulle nostre coste, dopo essersi a fatica sottratti dalle indicibili torture nei campi libici o che fuggono da situazioni di grave pericolo.

La stagione dei “porti chiusi”, che si auspicava conclusa almeno nelle sue forme più radicali, appare oggi riaffacciarsi nel contesto dell’emergenza sanitaria, spostata semplicemente “un po’ più in là” sulle “quarantene galleggianti”; la sorveglianza sanitaria così predisposta acuisce le consuete perplessità di ordine costituzionale legate alla perdurante “dimensione del campo” nel delicato bilanciamento tra le esigenze di tutela della salute pubblica con i diritti fondamentali dei migranti che giungono alla frontiera.

È ahimè immaginabile che il tanto contestato “approccio hotspot” (ovvero quella illegittima selezione all’ingresso frettolosa e sommaria, ormai insinuatasi come prassi abituale in alcuni “punti di crisi” della Penisola, in virtù della quale in base alla nazionalità dichiarata al momento dello sbarco si può essere dalle autorità di polizia immediatamente “derubricati” a migranti economici e, dunque, avviati all’allontanamento) possa ulteriormente spostarsi a qualche miglio dalla costa.

 

«Volevamo braccia…»

Emergenza nell’emergenza si rivela quella legata alle difficoltà di garantire la raccolta della produzione agroalimentare per la stagione in corso: secondo Coldiretti nel settore mancano attualmente almeno 200.000 lavoratori stagionali, che negli anni scorsi giungevano in Italia dall’estero e che quest’anno non sono arrivati a causa della chiusura delle frontiere determinata dalla pandemia; oltre al danno economico per le produzioni agricole, tutt’altro che trascurabile appare poi la circostanza per cui la giacenza di frutta e verdura nei campi starebbe determinando anche un aumento esponenziale della presenza di animali selvatici (in special modo ungulati), una minaccia non solo per i raccolti, ma anche per l’incolumità dei lavoratori del settore, senza dimenticare il pericolo di trasmissione di malattie virali, come la peste suina, agli animali di allevamento e, più in generale, la tenuta degli equilibri ambientali degli ecosistemi.

È altresì arcinoto il malcostume (per usare un eufemismo, trattandosi di crimini odiosi) di una certa imprenditoria del settore che negli anni non si è servita soltanto dei lavoratori stagionali giunti dall’estero, avendo fatto anche sistematicamente ricorso alla manodopera offerta dai migranti comunque presenti sul territorio nazionale, in cambio di condizioni di lavoro e garanzie socio-sanitarie “estreme”. I fenomeni del lavoro nero e del caporalato hanno mostrato negli anni la “faccia più crudele” proprio nei confronti degli immigrati, soprattutto se privi di permesso di soggiorno e quindi doppiamente ricattabili, troppo spesso nel disinteresse delle pubbliche istituzioni e nella “inconsapevole complicità” di consumatori che – attratti da un prezzo d’acquisto dei prodotti assolutamente concorrenziale – poco si sono interrogati sulle “strozzature” di filiere spesso senza tutele.

È per questo che da più parti si sono levate autorevoli voci che hanno sostenuto la necessità di una ormai non più procrastinabile regolarizzazione dei migranti1; ma non una regolarizzazione tendente a sopperire alla carenza di lavoratori nei settori “in sofferenza”, con l’obiettivo dunque di reperire rapidamente forza-lavoro da impiegare in un comparto che ne rivendica la necessità (se il fine fosse soltanto quello, sarebbe allora sufficiente aprire “corridoi verdi” con alcuni Paesi tradizionali fornitori di manodopera stagionale, come in queste settimane hanno provveduto a fare Germania e Gran Bretagna salvando così i loro raccolti).

Quella che appare non più rinviabile – a maggior ragione in quest’epoca – è la regolarizzazione generalizzata della popolazione migrante, nella convinzione che la cessazione della condizione di clandestinità, consentendo l’emersione degli irregolari dal lavoro sommerso ed il loro accesso alle forme di protezione disponibili sul territorio, elimini quelle condizioni di precarietà che all’epoca del COVID-19 costituiscono un pericolo per l’incolumità non solo degli stranieri irregolari, ma dell’intera collettività2.

 

«… sono arrivati esseri umani»

Si vogliono dunque regolarizzare (solo) le filiere o (anche) le esistenze? «Volevamo braccia, sono arrivati esseri umani»: con queste parole lo scrittore svizzero Max Frisch mirabilmente stigmatizzava più di quarant’anni fa l’improvvisa ed ostile chiusura da parte dei Paesi, che negli anni precedenti avevano cercato di attrarre forza-lavoro, nei confronti di coloro che erano stati attirati da quel “magnetismo” (e le storie degli emigrati italiani in Svizzera in quegli anni sono ancora lì a dimostrare le grandi sofferenze patite).

Dov’è dunque la Politica (con l’iniziale maiuscola)? Questo è davvero il momento per decidere se continuare a trincerarsi dietro l’insulso ed iperattivo uso dei social network, oscillando, all’atto della decisione politica, tra la perdurante attrazione del fenomeno migratorio sotto il semplificativo ed elettoralmente appagante (ed in quanto tale assai accogliente) ombrello della sicurezza, e l’assunzione di provvedimenti parziali ed inefficaci (tale si rivela essere la “regolarizzazione” disposta dal recente “decreto rilancio” per le ragioni efficacemente qui esposte); oppure riprendersi finalmente la scena.

Questa sarebbe davvero l’occasione per la Politica di tornare a proporre una visione, intesa come modello di società verso il quale tendere, che partiti ed i movimenti politici hanno ormai rinunciato ad offrire.

È vero che viviamo nell’era post-ideologica, ma uguaglianza e giustizia sociale troppo presto sono state derubricate a “ferri vecchi” da relegare in una soffitta polverosa; in favore poi di che cosa? Di una dialettica politica che si è concentrata pressoché esclusivamente – complici le modifiche normative sui sistemi elettorali di inizio Anni 90 – nella contrapposizione amico/nemico. L’avversario politico ha cessato improvvisamente di costituire il portatore di un modello (la visione) da aggredire sul piano politico forti di un contro-modello, per convertirsi nella personificazione del nemico da abbattere, nel cantore di una narrazione che va (più che contestata) contraddetta, in base ad un frainteso ma continuamente invocato (specie negli spazi mediatici) “contraddittorio”; un contraddittorio però che non vede quasi mai una sintesi (affidata ad un arbitro), riducendosi quasi sempre alla giustapposizione di dati mai verificati; una propaganda di basso conio, ma di alta redditività elettorale.

Questa pare davvero essere l’ultima chiamata.

 

Gianluca Famiglietti è Professore Associato di Diritti Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa e docente di Diritto costituzionale e Diritto dell’immigrazione. Email: gianluca.famiglietti@unipi.it

 

Note

1 Dopo un lungo “letargo” al repentino “risveglio” del dibattito sulla regolarizzazione degli immigrati irregolari hanno certamente contribuito due elementi: anzitutto la Comunicazione sulla gestione dell’emergenza Covid-19 del 16 aprile 2020, con la quale la Commissione Europea ha aperto alla possibilità di concedere permessi di soggiorno per ragioni umanitarie al fine di ovviare alla impossibilità di eseguire le misure di rimpatrio nel contesto dell’emergenza, in base all’art. 6, par. 4, della “direttiva rimpatri”, secondo cui «[i]n qualsiasi momento gli Stati membri possono decidere di rilasciare per motivi caritatevoli, umanitari o di altra natura un permesso di soggiorno autonomo o un’altra autorizzazione che conferisca il diritto di soggiornare a un cittadino di un Paese terzo il cui soggiorno nel loro territorio è irregolare. In tali casi non è emessa la decisione di rimpatrio. Qualora sia già stata emessa, la decisione di rimpatrio è revocata o sospesa per il periodo di validità del titolo di soggiorno o di un’altra autorizzazione che conferisca il diritto di soggiornare»; l’altro “catalizzatore” è stato costituito con ogni probabilità la decisione del Governo portoghese del 27 marzo 2020, che non regolarizza gli stranieri, ma si limita a riconoscere alle richieste di permesso di soggiorno di migranti e richiedenti asilo pendenti al 18 marzo 2020 il valore di permesso di soggiorno temporaneo (fino al 30 giugno 2020) per evitare contatti agli sportelli degli uffici amministrativi e favorire l’accesso universale ai servizi pubblici, incluso quello sanitario.

2 Così la proposta di ASGI che si oppone al ricorso a permessi di soggiorno settoriali, richiedendo invece forme generali di regolarizzazione attraverso l’emanazione di un permesso di soggiorno per ricerca occupazione, rinnovabile e convertibile alle condizioni di legge, oppure un permesso di soggiorno per lavoro qualora, alla data del 29 febbraio 2020 o alla data della domanda il richiedente abbia in corso un rapporto di lavoro, entrambi della durata di un anno. Di tenore simile è la proposta avanzata da T. Boeri, S. Briguglio, E. Di Porto, Chi e come regolarizzare nell’emergenza coronavirus, in lavoce.info (24 aprile 2020), per i quali la via da seguire è quella di procedere ad una regolarizzazione immediata e non appesantita da adempimenti burocratici, prevedendo il rilascio di un permesso di soggiorno sulla base della semplice richiesta dello straniero. Il permesso (anzi, la semplice ricevuta della richiesta) dovrebbe consentire da subito la ricerca e lo svolgimento di attività lavorativa, l’iscrizione al SSN, l’iscrizione anagrafica (anche in qualità di “senza fissa dimora”, se necessario) e l’accesso all’assistenza da parte dei servizi sociali del Comune di residenza. Il permesso potrebbe essere rilasciato per motivi di “protezione umanitaria”, essendo opportuno – questo l’ulteriore auspicio dei proponenti – che il Governo cogliesse l’occasione per ripristinare questo istituto, improvvidamente soppresso dal primo dei “decreti Salvini”.

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