Editoriale

Shamsia Hassani, Earth Day 2020.

 CONSIGLI PER LA FASE DUE

Uscire, festeggiare la luce, la buona salute, toccare un corpo e farlo godere,

lottare con coraggio, parlare con i vecchi, cantare in compagnia,

andare in un paese vicino, inginocchiarsi, pregare, entusiasmarsi,

ammirare,

incoraggiare, guardare il cielo, visitare i malati, leggere poesie,

portare il cibo agli animali, accudire la terra, riposare,

stare zitti,

immaginare.

Franco Arminio

È già passato un mese dal nostro primo editoriale, allorché ci siamo affacciate/i on line con Scienza & Pace Magazine: visionarie/i, coraggiose/i e al tempo stesso esitanti, timorose/i.

L’accoglienza che abbiamo ricevuto è andata al di là di ogni più rosea previsione. Siamo stati affettuosamente travolti e lusingati da congratulazioni per l’iniziativa, richieste di iscrizione alla Newsletter (tantissime delle quali da parte di studenti del nostro ateneo), alcune migliaia di accessi alle pagine, sottomissioni di contributi del più vario genere ma sempre di livello molto buono, così numerosi da creare addirittura “liste di attesa”, per le quali ci scusiamo con gli autori e con le autrici.

Intanto, la cosiddetta “fase 2” è iniziata.

Non è andato “tutto bene” nella “fase 1”, come nelle prime settimane scaramanticamente ci ripetevamo incoraggiandoci a vicenda, declinando la frase affermativamente e coniugandola al futuro.

Molte cose sono andate molto male, lasciandoci sgomenti anche quando il dolore non ci ha direttamente coinvolti. Lo ha detto in modo straordinariamente semplice ed efficace Gaia Atzei, una bambina sarda di Quartu, che dopo 40 giorni dal cartello con l’arcobaleno e la scritta “andrà tutto bene” ne ha realizzato un altro con la scritta “non credo che andrà tutto bene. L’ho scritto solo perché me l’hanno detto le maestre e i miei genitori”. E ha spiegato: “ho cambiato idea perché secondo me non stava andando tutto per il meglio. Le persone continuavano a morire. Venivano a mancare i nonni, o i genitori. Quindi non mi sembrava che stesse andando tutto bene. Per questo ho aggiunto l’altro cartello”.

Questa consapevolezza è una risorsa. Mantenerla e coltivarla – improntando ad essa la “fase 2” – è l’unico modo per onorare le migliaia di persone morte spesso in disperata solitudine a causa del Covid-19, ma anche a causa di molte criticità pre-esistenti nella struttura e nell’organizzazione della nostra società. La crisi ci ha costretti, ad esempio, a confrontarci con gli effetti dei tagli subiti, nel corso degli anni, dal sistema sanitario nazionale e con le diseguaglianze economiche e sociali che lacerano le nostre comunità lungo le linee della classe, del genere, della “razza” e delle loro intersezioni.

Di questi aspetti dobbiamo farci carico, tematizzandoli, problematizzandoli, indagandoli nelle loro cause profonde. Per tenere alta l’attenzione, illuminare le zone d’ombra, liberare energie nuove, costruire alternative praticabili.

Le insidie della “fase 2” sono numerose e non riguardano solo il rischio di una ripartenza dei contagi: le misure igieniche, i dispositivi individuali di protezione, il distanziamento sociale, sono fondamentali per salvare vite, per convivere con il virus. Per sopravvivere. Ma molto altro si può e si deve fare per vivere pienamente.

È importante, innanzitutto, prevenire la “sindrome della rana bollita” – che investe le sue energie per adattarsi progressivamente al graduale aumento della temperatura dell’acqua sul fuoco, fino a trovarsi priva dell’energia necessaria per saltare fuori dalla pentola e salvarsi. Noam Chomsky ed altri usano questa immagine per mettere in guardia dalla progressiva assuefazione ai cambiamenti peggiorativi, che chiedono rinunce e adattamenti percepiti come accettabili solo in situazioni eccezionali ma che, guardati a posteriori quando esiti infausti si sono ormai consolidati, rivelano la drammatica sottovalutazione dei pericoli incombenti.

Occorrerà, ad esempio, vigilare che “lo stato di emergenza” non lasci strascichi in termini di restrizioni delle libertà personali e delle procedure proprie di una democrazia costituzionale. Che, in nome del diritto alla salute, non ci sia una pericolosa deriva verso la sorveglianza di massa. Che la tecnologia e la scienza siano socialmente responsabili e partecipate. Che il contributo delle donne trovi spazio in ogni contesto. Che le esigenze della ripresa economica non prevalgano sulla sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, né sulle ragioni della sostenibilità ambientale. Che i contratti riconoscano e tutelino il lavoro precario, libero-professionale, di cura, a distanza e “agile”. Che le povertà e le diseguaglianze prodotte dalla crisi vengano contrastate dagli Stati con forti misure di welfare universale. Che la solidarietà che chiediamo all’Unione Europea diventi l’occasione per rifondare l’idea di Europa e rilanciare la solidarietà tra cittadini e cittadine. Che ci sia un serio e imponente investimento nella sanità pubblica e nella medicina di comunità. Che le scuole e le università possano tornare ad essere luoghi di relazione tra menti e corpi, di autodeterminazione, di cultura. Che la Terra sia finalmente rispettata, preservata e non più saccheggiata. Che le relazioni tra gli Stati siano improntate alla cooperazione e non alla competizione.

Sono solo alcune delle sfide e delle opportunità che abbiamo davanti. “Convivere” con il virus non deve significare “subirlo” e accettare che detti le regole. Possiamo e dobbiamo fare di questa convivenza forzata il volano per sviluppare visioni e soluzioni nuove.

Il ruolo delle università sarà decisivo, così come il contributo di tutti i luoghi istituzionali e sociali nei quali si sviluppa pensiero critico e creativo. Di questo, e di altro, discuteremo nelle prossime settimane. Continuate a seguirci e a condividere con noi questo percorso di scoperta e ricostruzione.

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