Dire, fare, pensare qualcosa di diverso: il Coronavirus come crisi ecologica

di Matteo Villa

F. Hundertwasser, “Irinaland über dem Balkan”, Vienna.

Primavera silenziosa

Primavera silenziosa” (Silent Spring) è il titolo di un libro scritto da Rachel Carson e pubblicato nel settembre del 1962. Secondo l’Encyclopaedia Britannica e Wikipedia1 è una sorta di manifesto antesignano e uno dei testi più influenti del moderno movimento ambientalista, il cui titolo, in due sole gelide parole, richiama l’attenzione al maggior silenzio dei campi primaverili rispetto ai decenni precedenti. La causa era la diminuzione del numero di uccelli canori provocata dall’utilizzo massiccio di insetticidi, analizzato nel testo attraverso puntuali analisi scientifiche.

Le ultime settimane hanno visto l’inizio di un’altra primavera silenziosa, non dovuta alla diminuzione degli uccelli canori, che paiono invece più allegri che mai, ma alla drastica riduzione di esseri umani nelle strade, nei luoghi di lavoro o in luoghi pubblici e spazi commerciali che sono stati chiusi al loro accesso. Il motivo non sono i pesticidi, ma i rischi di un contagio virale che forse ha più di un semplice legame con il messaggio del libro della Carson.

L’insorgenza del Coronavirus (Covid-19) e la sua trasformazione in una pandemia globale ha dato luogo a una crisi sanitaria senza precedenti negli ultimi cento anni2, colpendo in modo spesso tragico innanzitutto persone, famiglie e lavoratori più direttamente esposti al contagio. Lo sviluppo della pandemia appare ancora incerto e ancora non chiara l’efficacia delle misure prese dai governi nazionali e regionali dei paesi coinvolti3, che si sono mobilitati in tempi diversi, spesso scoordinati e a volte solo dopo che alcuni studi, come quelli dell’Imperial College di Londra, hanno reso evidente la necessità di agire prontamente. Naturalmente, il contenimento del contagio, la tutela della salute e la protezione delle persone più fragili è o dovrebbe essere l’obiettivo primario delle misure urgenti adottate. Tuttavia quando riflettiamo attentamente intorno a questo punto, possiamo immediatamente cogliere il fatto che la fragilità non riguarda una dimensione esclusivamente sanitaria. Il Covid-19, e il dibattito che ne è sorto4, sta infatti mettendo a nudo alcune fragilità del nostro modello di sviluppo al punto che, parlare di una crisi di sistema anche economica, sociale e ambientale, non è una esagerazione.

Stravolgimenti e riscoperte

Tutti stiamo sperimentando qualcosa di inimmaginabile anche solo poche settimane fa: la sospensione di alcune libertà più comuni e la profonda trasformazione della vita sociale e lavorativa; un brutale cambiamento di abitudini e comportamenti scontati. Persone e istituzioni sono preoccupate e lanciano allarmi per le conseguenze che verranno a un sistema economico a cui è stata imposta la chiusura o il rallentamento di molti servizi, di gran parte delle attività commerciali e, almeno parzialmente, di quelle produttive. Le misure prese dai governi, non a caso, mescolano provvedimenti a protezione della salute, a sostegno di sistemi sanitari messi sotto pressione (e in parte messi a nudo nei loro limiti di organizzazione, disponibilità o riduzione di risorse e/o riforme che ne hanno indebolito alcune capacità di cura), ma anche a sostegno dei lavoratori, delle famiglie e delle imprese. Le famiglie sono messe alla prova in nuovi “esercizi” di sussistenza e conciliazione tra lavoro a casa (per chi è possibile), lavoro in azienda (per chi vi è costretto), perdita del lavoro e del reddito, da un lato, e cura dei figli in assenza dei servizi scolastici ed educativi e delle ordinarie possibilità di socializzazione che sono state sospese, dall’altro. E le imprese, soprattutto in alcuni settori, sono soggette ai pesanti effetti di una società che ha improvvisamente “tirato il freno a mano” e alle connesse prescrizioni normative5, con conseguenze ancora non semplici da calcolare a livello sia aggregato che disaggregato.

Siamo a tutti gli effetti entrati in una crisi economica e sociale che alcuni già vivono sulla propria pelle6, che i governi segnalano attraverso misure per contenerne gli effetti peggiori, i “mercati” attraverso i noti campanelli d’allarme7, e altri osservatori attraverso analisi e previsioni che stimano perdite di milioni di posti di lavoro a livello globale8. Ma fare un ragionamento meramente quantitativo dei rischi, delle perdite, della spesa e degli investimenti necessari per far fronte alla crisi, compromette la possibilità di comprenderne i molteplici significati. Ci sono differenze, segnali, contenuti e possibili idee che dobbiamo poter cogliere se vogliamo imparare qualcosa e non ripetere errori del passato, anche recente. A poco più di 10 anni dalla crisi finanziaria e poi economica del 2008, il modo in cui la medesima è stata affrontata rivela quanto poco abbiamo appreso: se è vero che gran parte dei fattori che l’hanno determinata sono ancora tutti lì e la tendenza del sistema a produrre disequilibri, diseguaglianze e pericolosi meccanismi di accumulazione e moltiplicazione della ricchezza non ha subito flessioni9. Possiamo imparare qualcosa adesso?

In primo luogo dovremmo facilmente accorgerci che una crisi non è mai uguale per tutti: le persone hanno occupazioni diverse e alcuni, soprattutto autonomi e precari, rischiano di perdere o hanno già perso lavoro e reddito, creando le condizioni per l’insorgenza di più gravi problemi sociali e di salute a cui il welfare sarà chiamato a rispondere. Altri rischiano la salute lavorando, il personale sanitario in primis e tutti coloro che, non dotati delle necessarie protezioni, sono costretti sui mezzi di trasporto e in reparti, magazzini e uffici a condividere spazi ristretti con altre persone. Alcune famiglie hanno figli piccoli o adolescenti, in alcune ci sono persone con disabilità e non poche vivono in spazi ridotti, case inadeguate e insalubri e contesti dove la qualità della vita è già minacciata da altri fattori sociali e ambientali. Nelle famiglie in difficoltà, inoltre, la forzata convivenza H24 può esasperare relazioni già difficili e aumentare tensioni e rischi di violenza, soprattutto sulle donne e i minori. Poi ci sono persone che una casa non ce l’hanno e sono messe in condizioni paradossali, tra obbligo a stare in un luogo che non c’è e la chiusura o il ridotto o difficile accesso ai servizi di accoglienza, siano esse senza dimora o migranti richiedenti asilo o altri ancora10. E ancora ci sono le drammatiche condizioni di rischio negli istituti per anziani, dove si sta verificando una “strage silenziosa” difficile da fermare11. Infine, ma l’elenco è certamente incompleto, ci sono persone in carcere, negli stessi istituti di cura, nelle comunità di accoglienza o che frequentano abitualmente centri diurni o residenziali (per esempio: minori, anziani e persone con problemi di dipendenza o disabilità) che sono oggi private di relazioni sociali che, in tali contesti, sono essenziali alla tenuta di una certa qualità della vita. Quando si dice “tutti a casa!” dobbiamo considerare la profonda condizione di diseguaglianza in cui tale necessario richiamo si concretizza e, allo stesso tempo, cercare di riconoscere la mobilitazione in alcuni casi straordinaria di cittadini, organizzazioni non governative, di volontariato e della società civile e istituzioni locali, che prova a ridurne gli effetti peggiori.

In secondo luogo possiamo accorgerci nuovamente dell’importanza di avere uno stato, un governo e delle istituzioni che perseguono l’interesse pubblico e sono capaci di prendere decisioni, intervenire e agire in modo coordinato; e di quanto sarebbe preoccupante una loro mancanza o difficoltà a farlo12. Ci sorprendiamo alle finestre ad applaudire medici e infermieri in prima linea, ma siamo anche costretti a rilevare che il sistema sanitario non è del tutto pronto e adeguato, per una volta non tanto perché qualcosa è accaduto a un nostro caro in un presunto episodio di “malasanità”, ma perché c’è un problema sistemico e che riguarda tutti quanti. Ci sorprendiamo ad accogliere misure restrittive nei nostri confronti, abituati più facilmente a chiederle per altri, ma anche ci preoccupiamo e vogliamo sentirci rassicurati che tali misure siano efficaci, chiare e effettivamente necessarie e temporanee, di qui sperimentando da un punto di vista nuovo la poca o tanta fiducia tra noi, le istituzioni e il decisore politico. E ancora, ci troviamo tutti d’accordo sulla necessità di intervenire a sostegno dei lavoratori, del loro reddito e delle imprese per cui lavorano, dopo le polemiche e lo sterile dibattito sul Reddito di Inclusione prima e di Cittadinanza poi13, in cui è parso che il problema da discutere fosse non l’accresciuto rischio di povertà in Italia, ma i presunti comportamenti opportunisti dei cittadini (che numerose ricerche dimostrano essere estremamente minoritari e per lo più provocati dalle inadeguatezze dei sistemi istituzionali). E infine ringraziamo che un sistema di welfare, per quanto ricco di problemi, difficoltà e necessità di trasformazione, ancora esiste. Non solo: tiriamo un sospiro di sollievo perché l’Unione Europea sembra forse finalmente capace, tra conflitti ancora irrisolti, di cambiare parzialmente idea sulla funzione della spesa pubblica, sul sostegno agli stati in difficoltà e sul loro ruolo nel sostenere la società14; dismettendo in parte, ma non si sa fino a quando, quella sorta di “economia morale del mercato, della concorrenza e del rigore finanziario” le cui matrici appaiono più ideologiche che scientifiche15.

Ma lo stato può essere solo l’inserviente che ripara i danni quando la festa è andata male?

Crisi ecologica, crisi di sistema

Di fronte a questa crisi il nostro sistema può scoprire l’importanza e la capacità di intraprendere una svolta; oppure correre il rischio di approfondire ulteriormente i rischi di impoverimento, esclusione, diseguaglianza e conflittualità sociale.

Affinché la svolta possa verificarsi dobbiamo però comprendere di quale crisi si tratta. Non credo sia inopportuno definire quella del Coronavirus una crisi ecologica: ricerche recenti mostrano come i rischi di pandemie sono grandemente ampliati dalla devastazione delle foreste, dallo sfruttamento delle residue aree selvagge e dalla distruzione della biodiversità, nonché dalla diffusione di mercati informali che forniscono carne fresca alle popolazioni urbane in rapida crescita e sono fonti essenziali di cibo per centinaia di milioni di poveri, per cui pare impossibile farne a meno. Inoltre alcuni studi16 stanno mostrando come il virus possa essere tanto più letale e diffondersi tanto più rapidamente quanto più le aree dove si manifesta sono inquinate e nell’aria sono presenti vaste concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5), come nel caso della Pianura Padana. Ancora, alcune ricerche mostrano che ambienti interni poco ventilati come le strutture ospedaliere presentano rischi di trasmissione dei virus attraverso i sistemi di areazione; non è ancora chiarito quanto il fenomeno riguardi direttamente il Covid-19, ma si inserisce in un più generale problema di progettazione di tali strutture, già oggi pesantemente affette dalle conseguenze del fenomeno17, di concezione della salute e della malattia e di organizzazione dei sistema di cura, tra ospedale e territorio, e tra individui e comunità18.

Quello che stiamo osservando potrebbe essere solo la punta di un iceberg, che noi stessi abbiamo contribuito a determinare nelle sue ancora non chiare ma preoccupanti dimensioni. L’origine e la diffusione di tali fenomeni e delle loro conseguenze è infatti da osservare nella crescita continua dei processi di estrazione, trasformazione, spreco e sfruttamento delle risorse naturali, e in una più generale tendenza della scienza, della politica e della economia a voler costruire un rapporto di dominio invece che di convivenza con quella stessa natura di cui siamo parte. In tale rapporto abbiamo progressivamente privilegiato alcuni vantaggi a breve termine, consumato la flessibilità necessaria alle possibilità di adattamento reciproco e trascurato le patologie ecologiche fondamentali che ne derivavano. La crisi del Coronavirus, al di là delle cause dirette e indirette della sua origine e propagazione, mette in mostra la fragilità e l’illusorietà di tale modello di fronte alle variabili proprie della vita, e i rischi che ne vengono alla salute e alla tenuta dell’intero sistema socio-economico. Si tratta dei medesimi processi determinati dall’uomo che sono alla base della crisi climatica.

Quest’ultima ci appare generalmente molto più distante e in questo momento appare del tutto oscurata dall’attenzione che il nuovo virus ha attirato su di sé. Eppure i rischi per le nostre società, i nostri stili di vita e l’umanità intera sono terribilmente più complessi: per il cambiamento climatico non ci sono vaccini e cure farmacologiche, nemmeno in prospettiva, e la possibilità di contenerne le dinamiche di crescita richiede ben altri sforzi che non una sospensione dell’attività per alcune settimane. Il problema è certamente quantitativo (cosa facciamo di meno e cosa di più, quante risorse utilizziamo, sprechiamo e consumiamo), ma forse è soprattutto qualitativo e riguarda niente meno che il modo in cui organizziamo la nostra vita sul pianeta e nelle nostre comunità.

Il cambiamento climatico e gli altri non meno gravi fattori della crisi ecologica19 provocano nuovi tipi di rischi sociali e approfondiscono le contraddizioni del nostro sistema, creando le basi per una tripla crisi di sostenibilità: sociale, economica e ambientale. Rischi sociali e ambientali e le politiche per contrastarli sono tra loro interconnessi: nel breve periodo il cambiamento climatico aggrava i rischi sociali esistenti come salute, povertà, disuguaglianza e sicurezza, soprattutto nei territori più esposti a eventi distruttivi e a rischi di impoverimento dei suoli e delle risorse naturali; allo stesso tempo, le politiche di riduzione delle emissioni di gas serra, come le tasse sui carburanti e le misure di conversione energetica e produttiva, sulle abitazioni e sui trasporti, possono colpire in modo sproporzionato i gruppi sociali svantaggiati, come il movimento dei cosiddetti Gilet Gialli in Francia ha messo in luce. Nel lungo periodo, soprattutto in caso di insufficienti politiche ambientali e di prevenzione, il cambiamento climatico facilmente diverrà il principale motore dei rischi sociali, per esempio attraverso il depauperamento e la distruzione delle risorse da cui dipende un numero crescente di comunità e paesi (cibo, energia, infrastrutture), nonché del sistema industriale, occupazionale e fiscale-assicurativo attraverso cui sosteniamo la nostra economia e finanziamo il welfare (pensioni, sanità, disoccupazione, assistenza, ecc.). Per non dire dei rischi di conflitti geopolitici causati dal più difficile accesso a risorse naturali in riduzione in alcune zone del pianeta.

Ma la combinazione di cambiamenti e politiche climatiche comporta implicazioni ancora più complesse e imprevedibili. Per esempio, vi sono le conseguenze già parzialmente visibili prodotte dalle “migrazioni climatiche” da aree a rischio nei paesi in via di sviluppo, ma anche da aree interne ai nostri paesi soggette a esaurimento di risorse, rischi per la salute e riduzione delle opportunità occupazionali, a causa dello spostamento/chiusura/riconversione di impianti e produzioni. Inoltre ci sono i costi e le implicazioni finanziarie delle politiche di mitigazione e adattamento a nuove condizioni climatiche, che creeranno una dura competizione fiscale tra esigenze socio-economiche e ambientali, tanto più se le une e le altre non verranno coordinate.

Infine ci sono le implicazioni sociali delle necessarie politiche di transizione verso un’economia a zero-emissioni, come, per esempio: i già citati potenziali effetti regressivi delle misure fiscali per ridurre le emissioni di gas serra; i potenziali effetti di disoccupazione, sottoccupazione e più difficile incontro tra domanda e offerta di lavoro conseguenti alla trasformazione tecnologica e produttiva; i potenziali effetti sociali dei programmi di riconversione degli spazi urbani, del trasporto e della mobilità, degli stili di consumo, ma anche dell’accesso alle strutture e ai servizi pubblici e sociali.

Possibili apprendimenti

Se, almeno per alcune settimane (o mesi?), il Coronavirus sta stravolgendo il nostro stile di vita, la sua insorgenza e la più generale crisi ecologica in cui si manifesta mettono in luce che proprio quello stile è del tutto insostenibile e sarebbe bene non aspettare le emergenze per reagire. Ci sono importanti apprendimenti che possiamo raccogliere da quanto sta avvenendo.

In primo luogo, ci sono alcuni valori che dovremmo poter riconoscere e tutelare non solo quando vengono minacciati: la salute pubblica, la socialità, l’affettività, la vicinanza e la cura tra le persone, le manifestazioni ed espressioni culturali, il rapporto con la natura, con il nostro corpo e quello altrui, sono alcuni degli aspetti di cui ora maggiormente avvertiamo la mancanza. Ma quanto sono solitamente considerati nelle nostre aspettative e nel dibattito pubblico, nell’organizzazione della vita urbana, nelle politiche e nelle valutazioni e nei rating sull’andamento di un paese?

In secondo luogo, ci sono le differenze nei modi in cui la divisione, l’imposizione, le regole e la repressione per la loro violazione, piuttosto che l’informazione, la sensibilizzazione, il sostegno di fronte alle difficoltà sopra evidenziate e la fiducia reciproca (tra i cittadini e tra le istituzioni) trovano attuazione nelle misure restrittive e di precauzione con cui i governi contrastano la diffusione del contagio. Dobbiamo dare per scontato che solo le prime sono efficaci per uscire da una crisi come quella attuale e, di qui, da una ancora più grave come quella climatica? Oppure alcune differenze rilevabili ma poco discusse tra contesti nazionali e locali, oltre a varie esperienze precedenti, possono aiutare ad apprendere e sviluppare approcci maggiormente democratici e partecipativi e forse anche più efficaci?20

In terzo luogo, come detto, crisi come queste coinvolgono tutti ma non sono mai uguali per tutti. Affinché questo non accada o, più realisticamente, accada di meno, occorre combattere le diseguaglianze nella ordinarietà e non nella straordinarietà delle condizioni. Forse non dovremmo attendere tali eventi per accorgerci che, almeno certe volte, siamo “tutti sulla stessa barca” e pur tuttavia ne occupiamo posti terribilmente diversi.

In quarto luogo, stiamo osservando che di fronte a minacce straordinarie è possibile fare qualcosa di straordinario. Perché di fronte alla gravità della crisi ecologica non siamo ancora stati in grado di prendere misure adeguate e provare a tirare il freno di un sistema destinato alla sua autodistruzione? I dati di queste settimane mostrano un notevole calo delle emissioni di gas serra tanto in Cina quanto nelle aree più inquinate dei nostri paesi, come la già citata Pianura Padana. Da una parte questo ci preoccupa perché è l’indicatore di quell’arresto improvviso e poco desiderato. E sappiamo che tirare improvvisamente il freno a mano può portare a un testa-coda pericoloso, per sé e per altri. Dall’altra parte, senza arrivare a conclusioni troppo affrettate, possiamo trarne importanti insegnamenti, magari iniziando a riflettere su alcune domande: sul perché, per esempio, non si sia potuto o voluto adottare prima e in modo più diffuso alcune misure come il cosiddetto smart-work o la riduzione di spostamenti non necessari e inquinanti. Sul perché non si sia pensato anche prima che certe categorie di lavoratori e di famiglie vivono una condizione di permanente fragilità21. Sul perché non abbiamo ancora compreso adeguatamente i molti modi in cui la diseguaglianza rende più difficile una transizione ecologica. E sul come questa frenata, con la “riscoperta” dei valori sopra citati, possa aiutarci a identificare stili di vita il cui benessere può basarsi su un minore consumo di beni e risorse naturali.

Dire, fare, pensare qualcosa di diverso

Questo rallentamento, o frenata, che tanto ci preoccupa può diventare un momento di riflessione e, certo, è una sorta di sospiro di sollievo per i nostri ecosistemi, compresi gli uccelli canori, da cui dipendiamo in tutto e per tutto e di cui siamo parte.

Certo, i modi per interpretare il momento sono i più diversi, come l’intensissimo dibattito delle ultime settimane mette in luce e di cui certo qui non possiamo rendere conto22. Parte di esso, per esempio, affronta il tema dello “stato di eccezione” in cui ci troviamo in ragione del merito e del metodo delle straordinarie misure restrittive assunte dai governi. I contributi sono di grande interesse23 e potremmo fare leva anche su di essi per meglio ragionare dei legami tra tale stato e quello che, con molti rischi, potremmo essere tentati di definire “normalità”. Poiché, da un lato, questa eccezione sta portando alla luce risorse positive e capacità di mobilitazione – sopra accennate – a cui nella normalità raramente poniamo attenzione24. E perché, dall’altro lato, è da una idea di normalità e dalla mancanza di ogni urgenza verso di essa da parte di molti tra cittadini, esperti e istituzioni che dovremmo guardarci con attenzione. Finita l’emergenza, il rischio è che ripartiamo come e più di prima per recuperare il terreno perduto, all’inseguimento di una nuova dinamica di crescita economica che lasci alle spalle il brutto episodio e ci riporti alle consuetudini, a cui siamo tanto attaccati da non riconoscerne la distruttività sociale e ambientale.

Un altro modo diffuso di interpretare il momento è basato sulla metafora della “guerra”, tale per cui oggi siamo tutti dalla stessa parte a combattere il “nemico invisibile” del virus. Tuttavia il virus non è un nemico, non più di quanto lo sia qualsiasi prodotto di un rapporto fra l’uomo e l’ambiente quando i modi di quest’ultimo ci fanno perdere di vista l’ineludibile interdipendenza che lo costituisce, nonché il nostro ruolo nel creare quelle stesse conseguenze da cui in seguito ci troviamo a “difenderci”. Se il virus è un nemico, allora noi siamo i nemici di noi stessi. Inoltre non è vero che, come detto, per quanto siamo tutti sulla stessa barca, siamo tutti dalla stessa parte: le diseguaglianze di cui sopra mostrano la fallacia di tale semplificazione, come alcuni commentatori hanno correttamente sottolineato. Le guerre producono vittime su tutti i fronti e pochi vincitori; inoltre rinforzano l’idea dello stato d’eccezione, che giustifica qualsiasi mezzo (“whatever it takes”) per il raggiungimento del fine presunto e sostiene l’aspirazione al ritorno alla “normalità”; infine, catalizzando l’attenzione sul nemico, impediscono di guardare dentro sé stessi, come fonte degli stessi problemi che stiamo affrontando, ma anche delle possibili soluzioni a cui non stiamo guardando.

Forse dovremmo prenderci il rischio di dire e fare qualcosa di diverso.

Non esistono soluzioni semplici e, come per il Coronavirus, se vogliamo affrontare la crisi ecologica con qualche speranza di successo, lo dovremmo fare innanzitutto dismettendo eventuali chiavi di letture semplificanti e polarizzanti, che trattano con grezze dicotomie (normalità/eccezione, amico/nemico, ecc.) processi complessi di cui noi stessi siamo parte attiva e la cui comprensione in parte ci sfugge, sempre. Probabilmente questo qualcosa di diverso richiede una profonda messa in discussione dei modelli che ci hanno condotti fino a qui. Ogni anno anticipiamo il momento del cosiddetto Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui esauriamo le risorse che il nostro ecosistema impiega dodici mesi a riprodurre: nel 2019 è stato il 29 luglio. L’impronta ecologica dei paesi mostra che tutti quelli ricchi consumano varie volte oltre la biocapacità del pianeta. Tutti gli indicatori ambientali mostrano chiaramente che siamo sull’orlo di un precipizio e non possiamo cullarci nell’illusione data dalla minore visibilità del medesimo rispetto a quella di una pandemia come il Coronavirus. Quando il precipizio diventerà visibile sotto i nostri piedi sarà troppo tardi per evitarlo.

Questa profonda messa in discussione, secondo i molti studi in materia25, richiede che si riducano considerevolmente le diseguaglianze interne ai paesi e a livello globale, ma anche tra le generazioni, certamente più colpite da una nostra eventualmente inadeguata mobilitazione. Sono inoltre ovviamente molto importanti le innovazioni scientifico-tecnologiche in grado di diminuire sensibilmente gli impatti ambientali, per esempio riducendo l’utilizzo di combustibili fossili, la dispersione di materiali inquinanti e l’eccessivo sfruttamento dei suoli, oppure aumentando l’efficienza produttiva e, se e quando si sarà in grado, catturando i gas serra liberati nell’atmosfera (geo-engineering). Ad oggi questa strategia, su cui si fondano le idee di crescita verde e ecological modernization26, risulta però del tutto insufficiente e le politiche adottate in materia non hanno permesso una riduzione globale delle emissioni. È l’idea di crescita in quanto tale che occorrerebbe mettere in questione, tanto più che la stessa da alcuni decenni non è nemmeno in grado di assicurare opportunità lavorative equamente distribuite e condizioni di eguaglianza ma, al contrario, alimenta un meccanismo in cui la diseguaglianza cresce27 insieme alla distruzione ecologica. Già nel 2015, il 10% più ricco della popolazione globale era responsabile del 49% delle emissioni prodotte, mentre il 50% più povero del solo 10%28. Affidarsi esclusivamente a tecnologie ancora in divenire e a ricette economiche quali il commercio delle emissioni, come nel caso del fallimentare Protocollo di Kyoto29, appare un azzardo e anche una brutale semplificazione che riflette una limitata comprensione del funzionamento della natura, degli ecosistemi e del nostro rapporto con essi. Ma anche il peso degli interessi in materia, una mancanza di volontà di apprendere dai fallimenti e una sorta di intrappolamento nei modi di pensare che li hanno determinati.

L’alternativa è intraprendere una strada nuova, per quanto rischiosa: le risorse e la ricchezza accumulata potrebbero per esempio essere investite, da un lato, per sperimentare le transizioni necessarie nelle produzioni industriali e agricole, nella organizzazione del trasporto e della vita negli spazi urbani e sociali, nonché per accompagnare i cambiamenti possibili nei modelli di consumo. E, dall’altra, devono essere utilizzate per mantenere e ampliare la capacità dei sistemi di welfare di contrastare i nuovi rischi sociali sopra indicati. Le innovazioni tecnologiche dovrebbero essere accompagnate da una riorganizzazione dei processi produttivi secondo criteri di sostenibilità; e questi ultimi devono entrare nel bilancio delle imprese e di tutte le istituzioni con valore pari a quelli economici e sociali. La contabilità delle organizzazioni deve modificarsi radicalmente e così il modo in cui le informazioni sono selezionate per costruire gli indicatori economici generali, includendo finalmente quelle di tipo ambientale che possono essere elaborate intorno ai feedback che la natura manda di continuo rimanendo per lo più inascoltata. Le valutazioni politiche ed economiche devono infine guardare alla sostenibilità di lungo periodo e dismettere la centralità della profittabilità a breve termine. Ancora, le organizzazioni, comprese quelle di welfare, sistemi sanitari compresi, devono essere accompagnate a rivedere funzionamenti che, in vari casi, non riescono ad essere efficaci e producono sprechi che aumentano i fatturati ma ne riducono la sostenibilità. In particolare, nel nostro sistema altamente burocratizzato, le complicazioni procedurali e dei sistemi di governo manageriale contribuiscono ad allontanare le persone, distruggere la fiducia, aumentare i costi, ridurre la sostenibilità e aumentare la rigidità organizzativa a discapito della capacità di adattamento ai cambiamenti e alle crisi, come quella attuale30. I sistemi di welfare dovrebbero dunque essere ricostruiti secondo modelli più decentrati e flessibili, che valorizzano la prevenzione, la cura di prossimità (come la medicina di base e del lavoro e il lavoro sociale di territorio, che negli ultimi 25 anni sono stati progressivamente penalizzati), e un forte ruolo pubblico sia nella redistribuzione universalistica, che nel sostegno dello sviluppo territoriale e dei processi di organizzazione locale e bottom-up. Dovrebbe essere ridotta la frammentazione categoriale e organizzativa che in questo momento di emergenza sta mostrando tutti i suoi limiti, tra rischi di esclusione dalle forme di sostegno o differenziazione dei trattamenti, costose procedure e altrettanto costosi conflitti. Il lavoro, la produzione, la vita familiare e la redistribuzione pubblica dovrebbero essere riorganizzate, per esempio: riducendo tempi e orari di lavoro, spostamenti, costi di transazione; innovando gli strumenti di compensazione, sostegno e riqualifica dei lavoratori per accompagnare le oscillazioni occupazionali; favorendo l’inclusione e calmierando i costi attraverso modelli solidali di distribuzione del lavoro, gestione dei servizi e conciliazione fra produzione e vita familiare e comunitaria. Le transizioni rischiose verso la sostenibilità ambientale (pensiamo al noto caso dell’ex ILVA di Taranto) dovrebbero, infine, essere assunte dalle comunità nazionali e internazionali, redistribuendo i costi e accompagnando con risorse strutturali le transizioni locali. È o non è quello dell’ILVA, come tanti altri, un problema di salute pubblica, solo più circoscritto?

Sortirne tutti insieme è la politica

Queste ed altre misure non possono avere successo se vengono semplicemente imposte dall’alto. Un’altra cosa che la crisi del Covid-19 ci può insegnare è come la collaborazione a tutti i livelli della società è necessaria e, con essa, la fiducia tra le persone e tra queste e le istituzioni e la capacità di cura di entrambe. In Italia in particolare, dobbiamo provare a superare i vissuti di reciproca diffidenza che fanno dei cittadini un potenziale pericolo per le istituzioni e viceversa. Tale diffidenza ha costituito un principio organizzativo essenziale della nostra complicata cultura e struttura burocratica e amministrativa, inclusi i sistemi socio-sanitari, e le sue conseguenze assorbono una quantità impressionante di risorse che vengono distolte dagli scopi a cui le stesse sarebbero destinate, contribuendo alla triplice insostenibilità del sistema: economica, sociale e ambientale.

Nemmeno possiamo però aspettarci che le sole istituzioni siano in grado di far fronte a tale complessità. La mobilitazione dei cittadini, delle associazioni, delle imprese e dei gruppi informali sono altrettanto essenziali. Molte esperienze testimoniano che dal basso si possono creare modelli e stili di vita, lavoro e produzione più sostenibili e che le istituzioni possono svolgere un ruolo importante per sostenerle31.

Una innovazione in tal senso sarà indispensabile, per il semplice fatto che non ci sono alternative. Non fare nulla e proseguire come sempre è molto più rischioso e non dovrebbe essere una opzione. Anche i fondi di investimento e il sistema bancario sempre più introducono criteri di sostenibilità nei propri meccanismi di finanziamento, mentre l’azione dell’Unione Europea, tuttora molto contraddittoria, dovrà inevitabilmente provare a dare sostanza alle idee ancora scarsamente elaborate contenute nel cosiddetto Green Deal. Ma, in generale, ogni ripensamento dovrebbe avvenire nella consapevolezza che ogni cambiamento di una parte del sistema influisce sulle altre e solo un’azione coordinata permette di ridurre i rischi di effetti perversi, conseguenze diseguali e contraddizioni insolubili o doppi vincoli. Tutto questo appare ed è estremamente complesso. Ma non esistono scorciatoie e, come dicono i movimenti ambientali giovanili, occorre provare a cambiare anche se non sappiamo ancora bene come farlo.

Il primo passo potrebbe darsi proprio in questa primavera silenziosa, riflettendo attorno ad essa nei termini di una crisi ecologica, ovvero di una crisi del nostro modo di vivere l’ambiente di cui siamo parte. Non è rimandabile e, come diceva Albert Einstein, non è risolvibile con gli stessi strumenti e il livello di coscienza che l’hanno creata. O, come direbbe Gregory Bateson, con il livello di apprendimento che non ci ha permesso di vedere per molto tempo le implicazioni sulla vita delle scelte compiute. E per quanto alcuni, soprattutto tra chi ha più risorse, si affannano a predisporre un rifugio per sé e la propria famiglia di fronte alle possibili sciagure, nessuno dovrebbe pensare di cavarsela da solo. Una crisi ecologica coinvolge tutti. Come dicono alcuni studiosi, è una questione eminentemente politica e, come diceva don Milani, “il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia. Sortirne tutti insieme è la politica”.

Note

1 Il libro è stato riconosciuto come uno dei 25 più grandi testi scientifici di tutti i tempi dai redattori della rivista Discover. Inoltre, nonostante la forte opposizione delle aziende chimiche, anche grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica, favorì numerosi cambiamenti nella politica nazionale statunitense sui pesticidi, compreso il divieto del DDT per usi agricoli e la creazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente.

3 In questa pagina si possono trovare i link di alcune fonti che danno conto delle misure via via adottare dai vari paesi nel mondo.

4 Un esempio qui.

5 In Italia, in base alle modifiche al DPCM 22 marzo 2020.

6 Per esempio, negli USA le domande di sussidi per disoccupazione hanno raggiungo livelli mai osservati prima e in Italia INPS, Regioni e Comuni sono in difficoltà nella gestione delle domande per i contributi e le forme di sostegno previste a livello nazionale (Decreto Cura Italia) e regionale.

7 Si veda per esempio l’FMI, l’OCSE o Moody’s.

8 Per esempio qui e la previsioni ILO:

9 Per esempio qui.

10 A questo proposito, con una circolare inviata ai Prefetti il Ministero dell’Interno ha garantito la permanenza nei centri di accoglienza anche delle persone migranti che non hanno più titolo a rimanervi.

11 Un rapporto del Laboratorio di Politica Sociale del Politecnico di Milano indica alcune possibili ragioni strutturali nel caso Italiano. Alcuni testimoni sui mass media sottolineano anche la mancata tempestività dell’azione preventiva in vari casi e gli effetti devastanti sulla salute causata dall’interruzione delle relazioni con i parenti e tra gli stessi ospiti (per esempio per l’impossibilità di spostarsi tra i piani).

12 Il dibattito in queste settimane pone attenzione anche al differente modo in cui i paesi stanno affrontando la crisi e le difficoltà emergenti in contesti in cui il ruolo dello stato è debole e/o contraddittorio. Un esempio su tutti è quello degli Stati Uniti.

13 Per alcune info si veda qui.

14 Al momento della stesura di questo articolo, il Patto di stabilità è stato sospeso, la Commissione europea ha lanciato un primo strumento anti-crisi, SURE (Support to Mitigate Unemployment Risks in Emergency) per finanziare gli schemi di protezione per i lavoratori, e dovrebbe rendere flessibile l’uso dei fondi non impegnati nella coesione sociale per meglio fronteggiare gli effetti della crisi sanitaria. Rimane tuttavia lo stallo nel dibattito politico sul MES e i cosiddetti Coronabond che divide i paesi del sud (e la Francia) da quelli del centro-nord Europa.

15 Per una interessante storia dei mercati, del debito e del ruolo degli stati si veda qui. Per commenti e proposte su questo tema nella fase attuale qui e qui.

16 Si veda per esempio qui, qui, qui e qui.

17 Le condizioni di rischio da infezione nelle strutture ospedaliere causa ogni anno di migliaia di morti, con una incidenza particolarmente elevata in Italia. L’OMS calcola che siano 1 su 10 i pazienti ricoverati nel mondo che contraggono una infezione.

18 Si tratta di un tema complesso, meritevole di approfondimento e non sintetizzabile in questa sede. Qui e qui due esempi dal dibattito attuale alla luce della crisi del Coronavirus.

19 Rockström et al. (2009) individuano nove soglie di inquinamento o perturbazione ambientale oltre le quali il funzionamento della vita umana sulla terra viene messo a rischio. Tre di queste (cambiamento climatico; perdita di biodiversità terrestre e marina; interferenza con i cicli dell’azoto e del fosforo) sono già in atto.

20 Molti sono i commenti sul tema. Per esempio qui. Ma in generale il tema di una transizione ecologica e democratica oltre che giusta (just transition), è ormai discusso da molto tempo tra gli scienziati sociali che si occupano della crisi ecologica. Alcuni riferimenti si trovano in Villa M. (2020), Crisi ecologica e nuovi rischi sociali: verso una ricerca integrata in materia di politica sociale e sostenibilità, in Tomei G. (a cura di), Le reti della conoscenza nella società globale, Carocci, Roma (in pubblicazione).

21 Si veda l’infinita letteratura sul tema. Un testo semplice e illustrativo può essere Castel R. (2004), L’insicurezza Sociale. Cosa significa essere protetti?, Einaudi, Torino.

22 Alcuni possono essere letti per esempio qui, qui e qui.

23 Per un bel contributo si veda in particolare Luigi Pellizzoni su Le Parole e le Cose.

24 Qualcuno si ricorderà che l’unico “rilevante” dibattito in materia in Italia fino a pochi mesi or sono era quello delle ONG cosiddette “taxi del mare” (si veda per esempio qui, qui), le stesse che stanno portando aiuti fondamentali in molti contesti per contrastare gli effetti sopra citati del virus e delle misure restrittive.

25 Per una sitnesi su alcuni temi si veda per esempio: Villa M. (2020), cit.

26 Si veda per esempio qui.

27 Per esempio qui e qui.

28 Si veda qui.

29Per esempio qui.

30 Per esempio qui e qui.

31 Alcuni esempi qui, qui e qui.

2 pensieri riguardo “Dire, fare, pensare qualcosa di diverso: il Coronavirus come crisi ecologica

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