Apartheid, un unico regime fra il Mediterraneo e il Giordano

di Giorgio Gallo

 

Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: Questo è apartheid”. È il titolo dell’ultimo rapporto di B’Tselem, Il Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati, pubblicato il 12 gennaio di quest’anno. Un rapporto che ha avuto subito una grande risonanza, anche per il prestigio di cui l’organizzazione gode a livello internazionale. La storia è stata ripresa dai principali organi di stampa, tra cui The Guardian (che ha anche ospitato un editoriale del direttore esecutivo di B’Tselem, Hagai El-Ad), Le Monde, El País, CNN, The Washington Post, The Los Angeles Times, The Independent, Politiken. Quasi completamente silenziosi invece i media ebraici in Israele, ma la cosa non stupisce. Potremmo, con un po’ di tristezza, dire la stessa cosa anche dei giornali italiani, con l’eccezione de il manifesto. Anche qui la cosa non stupisce per un paio di motivi, da un lato, la poca attenzione che la nostra stampa ha per la politica internazionale e, dall’altro, la grande prudenza o, forse meglio, reticenza, che la caratterizza quando si parla di Israele.

Nata nel 1989, B’Tselem, il cui nome significa “a immagine di”, con riferimento a Genesi 1,27 (“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.”), si è dedicata principalmente a documentare le violazioni israeliane dei diritti umani dei palestinesi, in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e nella striscia di Gaza. In questi anni ha pubblicato statistiche, testimonianze e racconti di testimoni oculari, filmati e rapporti. Nell’assunzione che l’occupazione fosse una condizione temporanea, finora aveva sempre evitato di parlare di apartheid, un termine molto divisivo, e in effetti difficile da accettare da parte del mondo ebraico, sia in Israele che, soprattutto, in quella che forse è la più numerosa comunità ebraica, quella nordamericana. E in effetti, a parte il suo uso a livello di polemica politica, da parte di militanti palestinesi e di loro sostenitori, era utilizzato soprattutto per indicare il rischio a cui andava incontro Israele in assenza di una vera pace con i palestinesi. In questo senso lo aveva usato l’ex presidente americano Jimmy Carter nel suo libro dal titolo “Palestine: Peace Not Apartheid”, pubblicato nel 2006. Come ci si poteva aspettare, il libro ebbe una grande risonanza e suscitò subito un forte dibattito. Il fatto che proprio Carter parlasse di apartheid non poteva non creare scandalo. Quello stesso Carter che nel 1978 aveva portato Israele ed Egitto a firmare lo storico accordo di pace di Camp David, che, nel 2002, era stato insignito del premio Nobel per la pace, e che si considerava ed era considerato un grande amico di Israele. Fu accusato di antisemitismo e la stessa leader della minoranza democratica alla camera, Nancy Pelosi, ne prese le distanze, dichiarando che i contenuti del libro non rappresentavano le opinioni del partito democratico. Tom Segev, uno dei nuovi storici israeliani, in un articolo scritto per Haaretz, pur apprezzando i contenuti del libro, criticava l’uso del termine: “Ora tutti sono occupati a discutere sull’uso del termine “apartheid” invece di concentrarsi sugli orrori dell’occupazione nei territori”. In qualche modo il titolo del libro rompeva un tabù, anche se in modo cauto: non era Israele in quanto tale a essere messo in discussione quanto piuttosto la sua gestione dei territori palestinesi occupati.

Qualche anno più tardi, nel 2010, in una conferenza tenuta al Palestine Center di Washington, John Mearsheimer, uno dei punti di riferimento per la politica internazionale nel mondo accademico americano, dopo avere mostrato come una soluzione del conflitto basata su due stati fosse ormai irrealizzabile, affermava: “Il risultato più probabile in assenza di una soluzione a due stati è che il Grande Israele diventerà uno stato di apartheid a tutti gli effetti. Come sa chiunque abbia passato del tempo nei Territori Occupati, è già un incipiente stato di apartheid con leggi separate, strade separate e abitazioni separate per israeliani e palestinesi, e questi ultimi sono essenzialmente confinati in enclave impoverite da cui possono uscire ed entrare solo con grande difficoltà”1. Di nuovo ritorna il termine apartheid in bocca a un esponente dell’establishment americano, in questo caso di quello accademico. Anche qui ciò che viene messo in discussione non è tanto Israele e il funzionamento della sua democrazia, quanto piuttosto l’occupazione e la gestione dei territori occupati. Tuttavia, con realismo, si riconosce come l’ipotesi dei due stati sia ormai del tutto irrealistica, e quindi l’apartheid nei fatti inevitabile.

B’Tselem oggi fa un passo avanti, e lo fa con l’autorità che le deriva da oltre trenta anni di impegno per la difesa dei diritti dei palestinesi nei Territori Occupati e dalla grande attenzione, nelle sue denunce, ad attenersi ai fatti, precisi, circostanziati e ben documentati. Il suo rapporto parte dal dato di fatto che oltre 14 milioni di persone, di cui circa la metà ebrei e l’altra metà arabi, vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo sotto un unico governo, e che il discorso pubblico, mediatico e politico, che si vuole spesso fare passare, è che esistano due regimi diversi, separati dalla linea verde. All’interno dei confini dello Stato sovrano di Israele, c’è una democrazia stabile e ben funzionante con una popolazione di circa nove milioni di persone, tutti cittadini israeliani. L’unica democrazia del Medioriente, sentiamo spesso dire. A est della linea verde, nei territori che Israele ha conquistato nel 1967, c’è un’occupazione militare imposta a circa cinque milioni di palestinesi. Un’occupazione però temporanea, in attesa che negoziati fra le parti definiscano lo stato finale dei territori occupati. Un’occupazione per altro anche mitigata dal fatto che i palestinesi della Cisgiordania godrebbero di autonomia amministrativa sotto la cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese. 

In realtà, continua il rapporto, “l’intera area tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano è organizzata sotto un unico principio: promuovere e rafforzare l’egemonia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi.” Nei fatti esiste un “unico regime che governa l’intera area e le persone che la abitano, basato su un unico principio organizzativo.” E questa realtà è stata in qualche modo sancita formalmente dall’approvazione da parte della Knesset, nel 2018, della Legge fondamentale, “Israele – lo Stato Nazione del Popolo Ebraico”. Significativo a questo proposito che un personaggio pubblico israeliano di grande spessore, Avraham Burg, nel passato membro della Knesset, di cui è stato anche speaker, e presidente dell’Agenzia Ebraica, l’organizzazione che si occupa dell’immigrazione ebraica in Israele, abbia deciso, nel gennaio di quest’anno, anche per esprimere il suo dissenso rispetto a questa legge, di chiedere di non essere più registrato allo stato civile come ebreo. L’ebraismo che ormai caratterizza Israele non è quello in cui si è sempre riconosciuto Burg.

Uno strumento chiave per perseguire l’obiettivo della supremazia della popolazione ebraica su quella palestinese, secondo B’Tselem, è la progettazione dello spazio in modo diverso per ogni gruppo. 

I cittadini ebrei vivono nell’intera area (esclusa la striscia di Gaza) come in un unico spazio. “La linea verde non significa quasi nulla per loro: che vivano a ovest di essa, all’interno del territorio sovrano di Israele, o a est, in insediamenti non formalmente annessi a Israele, è irrilevante per i loro diritti o il loro status.” In realtà per potere realizzare una situazione di questo tipo è stato necessario un artificio legale non irrilevante. “Dopo la guerra del 1967, Israele applicò la legge militare a tutti i territori occupati che non aveva formalmente annesso. Gli ebrei israeliani che si trasferirono negli insediamenti pianificati dal governo in Cisgiordania furono posti sotto la legge civile israeliana, separandoli dal regime legale che governava i palestinesi sulle cui terre risiedevano. Però Israele non poteva applicare il diritto civile ai suoi cittadini in Cisgiordania su base territoriale senza violare ulteriormente e in modo sostanziale il divieto legale internazionale di annessione, così la Knesset ha modificato le sue leggi e regolamenti per applicarli ai coloni come individui, extra-territorialmente. In questo modo Israele ha esteso agli ebrei in Cisgiordania la maggior parte degli stessi diritti degli israeliani nel resto del paese per quanto riguarda l’assicurazione sanitaria, l’assicurazione nazionale, la protezione dei consumatori, le tasse (reddito, proprietà e valore aggiunto), l’istruzione superiore, l’ingresso in Israele, la registrazione della popolazione, l’ordinanza di tracciatura e il voto, rendendo i coloni gli unici cittadini israeliani, a parte il piccolo numero di quelli di stanza all’estero, autorizzati a votare in un luogo di residenza fuori dal territorio ufficiale dello stato”2.

Completamente diversa è la situazione per la popolazione palestinese. Quello stesso spazio geografico, che è un tutt’uno per gli ebrei, diventa un mosaico frammentato per i palestinesi. A differenza degli ebrei, i palestinesi godono di diritti diversi, e comunque più o meno limitati, a seconda dell’area in cui vivono.

I palestinesi che vivono all’interno dei confini del ’48, sono cittadini di Israele della cui popolazione costituiscono circa il 17%. Godono di molti diritti, ma non di tutti quelli di cui godono i cittadini ebrei, e questo in alcuni casi è sancito dalle leggi, in molti altri dalle prassi amministrative. In particolare, una serie di leggi discriminatorie ha fatto sì che gli arabi cittadini di Israele dispongano di meno del 3% di tutta l’area del paese. La prima è stata la ben nota Absentee Property Law che ha permesso subito dopo la costituzione dello Stato di Israele di espropriare gran parte delle proprietà palestinesi. Una delle più recenti è una legge del 2011 che consente alle comunità ebraiche che si sono sviluppate nelle regioni tradizionalmente arabe, la Galilea e il Negev, di escludere potenziali abitanti arabi attraverso la costituzione di Admission Committees che filtrino chi è considerato “inadatto alla vita sociale della comunità… o al tessuto sociale e culturale della città”. 

Circa 350.000 palestinesi vivono a Gerusalemme Est, zona formalmente annessa nel 1967. Sono residenti permanenti di Israele, uno status che permette loro di vivere e lavorare in Israele senza bisogno di permessi speciali, di ricevere benefici sociali e assicurazione sanitaria, e di votare alle elezioni comunali. Ma la residenza può essere revocata in qualsiasi momento, a completa discrezione del ministro dell’Interno. Per mantenerla è necessario, ad esempio, che dimostrino che Gerusalemme è il centro della loro vita, concetto ambiguo che si presta a interpretazioni arbitrarie. Fu proprio B’Tselem, nell’aprile 1997, che, congiuntamente con HaMoked, altra organizzazione per i diritti umani israeliana impegnata nella difesa dei diritti dei palestinesi nei territori occupati, pubblicò un rapporto che denunciava quella che veniva chiamata “La deportazione silenziosa”. Il riferimento era alle sistematiche revoche dei permessi di residenza degli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est, un modo per cercare di svuotare la città dei suoi abitanti arabi, cambiandone l’equilibrio demografico a favore della componente ebraica. Fu in quell’occasione che la Rete Radiè Resch, accogliendo un appello delle due organizzazioni, decise di lanciare una campagna di solidarietà con cartoline da inviare alle autorità israeliane; le cartoline riportavano un disegno del vignettista satirico Vincino e la scritta “No alla pulizia etnica a Gerusalemme Est”. Fu per noi l’occasione per conoscere B’Tselem e apprezzarne la serietà e l’impegno nella difesa dei diritti dei palestinesi. Successivamente avremmo approfondito questa conoscenza a Gerusalemme in occasione di uno dei viaggi organizzati dalla Rete in Palestina. 

Oltre 2,6 milioni di sudditi palestinesi vivono in Cisgiordania, in decine di enclave sconnesse, sotto un rigido dominio militare e senza diritti politici. In circa il 40% del territorio, Israele ha trasferito alcuni limitati poteri all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), mantenendo tuttavia i principali aspetti della governance nei territori occupati, cioè il controllo sull’immigrazione, il registro della popolazione, le politiche di pianificazione e del territorio, l’acqua, le infrastrutture di comunicazione, l’importazione e l’esportazione, e il controllo militare su terra, mare e spazio aereo. Inoltre, le forze militari israeliane mantengono il diritto di entrare in questo territorio per controlli e per eseguire arresti, senza che l’ANP possa opporsi. Una parte significativa dei territori palestinesi occupati, la più importante dal punto di vista delle risorse naturali (terra coltivabile e acqua), è sotto il completo controllo israeliano, una annessione di fatto. Una annessione per altro con costi ridotti. La limitata autonomia concessa ai palestinesi permette a Israele di sottrarsi a molti degli obblighi che in quanto potenza occupante ha nei confronti della popolazione occupata. Significativo ciò che è successo proprio in questi giorni (inizio di gennaio 2021) a proposito delle vaccinazioni per il Covid 19. Mentre dai media appuriamo che Israele è all’avanguardia, a livello internazionale, nel processo di vaccinazione della sua popolazione, dall’agenzia Reuters apprendiamo che l’Autorità Palestinese “ha accusato Israele di sottrarsi al dovere di garantire che i vaccini siano disponibili per tutte le persone nei territori che controlla”, e sull’Independent leggiamo che “Israele ha rifiutato una richiesta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di rendere immediatamente disponibili i vaccini Covid-19 agli operatori medici palestinesi”3. Tra l’altro, “Israele ha esteso la vaccinazione ai circa 450.000 suoi cittadini che abitano negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, ratificando anche in ambito sanitario il regime discriminatorio che separa le due popolazioni: uno stesso territorio, un trattamento diseguale”4.

Infine, altri due milioni circa di palestinesi, anch’essi privi di diritti politici, vivono nella Striscia di Gaza, da dove, nel 2005, Israele si è ritirato pur continuando a controllarne dall’esterno quasi ogni aspetto della vita. Dopo la presa di potere di Hamas nel 2007, Israele ha imposto sulla Striscia di Gaza un blocco che è ancora in vigore e che rende penosa e difficilissima la vita per i suoi abitanti.

In questo contesto di frammentazione geografica, con tutto ciò che implica, ci sono poi diverse modalità attraverso cui si rafforza la supremazia ebraica su tutta la regione fra il mare e il Giordano. Ne ricordiamo di seguito due fra le più rilevanti.

Innanzitutto, le leggi che regolano l’immigrazione. Ogni ebreo, indipendentemente dal Paese in cui vive, i suoi figli, nipoti e coniugi hanno il diritto di immigrare in Israele e riceverne la cittadinanza, con tutti i diritti associati. Questo anche se si sceglie di vivere in un insediamento in Cisgiordania, quindi fuori dai confini internazionalmente riconosciuti di Israele. Invece, i palestinesi che vivono in altri paesi non possono immigrare nella zona tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, anche se loro, i loro genitori o i loro nonni sono nati e vissuti lì. Gli stessi permessi per ricongiungimento familiare, pur in principio possibili, sono molto difficili da ottenere per i palestinesi, anche se cittadini di Israele. Ad esempio, sono esplicitamente vietati quando il coniuge sia residente della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza, oppure di uno dei paesi che Israele considera “stati nemici”.

C’è poi una sistematica politica di “ebraicizzazione” del territorio, che porta allo sviluppo e alla espansione delle comunità ebraiche esistenti e alla costruzione di nuove, mentre i palestinesi vengono espropriati e rinchiusi in piccole enclave sovraffollate. Questa politica sistematica ha trovato la sua codificazione, nel 2018, nella Legge fondamentale “Israele – lo Stato nazione del popolo ebraico” di cui abbiamo già detto. In questa legge troviamo che “lo Stato considera lo sviluppo degli insediamenti ebraici un valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere la creazione e il rafforzamento di tali insediamenti.” A questo scopo, i militari israeliani hanno emesso ordinanze che distinguono le aree municipali degli insediamenti dal resto del territorio occupato, in modo che i regolamenti della legislazione municipale interna a Israele possano essere usati per espandere le comunità ebraiche, mantenendo la possibilità di controllare e ridurre l’espansione di quelle palestinesi. Negli ultimi due decenni, Israele ha costruito decine di migliaia di unità abitative per gli ebrei in Cisgiordania, mentre ha rifiutato più del 96% dei permessi di edificazione richiesti dai palestinesi.  

Vorrei concludere osservando come potrebbe essere utile per entrambe le parti, di fronte a una situazione così drammatica nella sua ingiustizia, e nelle sofferenze che provoca, avere la capacità di ampliare lo sguardo, prendendo un po’ le distanze dal contingente. Dal punto di vista dell’ebraismo israeliano, questo significa superare la tentazione di mettersi in difesa, difesa della democrazia israeliana da un lato e dei presunti diritti del popolo ebreo su Eretz Yisrael (la Terra di Israele) dall’altro, e cogliere la situazione come uno svelamento (un’apocalisse) che faccia riconoscere la necessità di un profondo cambiamento. In un processo di questo tipo potrebbe venire in aiuto il già citato Avrahan Burg. Nel suo libro, “Sconfiggere Hitler: Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico”5 Burg sostiene come la memoria della Shoah abbia reso Israele indifferente alle sofferenze altrui. Israele dovrebbe finalmente sconfiggere definitivamente Hitler e recuperare lo spirito originario del popolo ebraico, quello “che ha invocato una legge giusta ed egualitaria durante l’erranza nel Sinai. Ha propugnato l’umanesimo universalista all’epoca dei grandi profeti, la fine dei soprusi e della schiavitù medioevali con il grande Maimonide.”

Per quel che riguarda la parte palestinese, rimando a un articolo sulla rivista online palestinese Al-Shabaka, di Irene Calis, antropologa e studiosa del conflitto israelo-palestinese. Calis, che ha vissuto e insegnato in Sudafrica, studia le analogie fra i due apartheid, quello sudafricano e quello israeliano, e osserva come la lotta contro il primo, per quanto apparentemente vittoriosa, sia stata in realtà fallimentare. Il raggiungimento di un Sudafrica democratico non si è tradotto in una sostanziale vittoria in termini di emancipazione della popolazione. La costituzione del Sudafrica afferma l’uguale valore di tutte le vite, ma, le persone che sono povere e nere in Sudafrica continuano a essere trattate come rifiuti. Continuano a essere sorvegliate come se fossero una minaccia esterna alla società e non parte della società. In qualche modo la “bianchezza” vive ancora sulle spalle della “nerezza”. L’esperienza sudafricana è che la negazione della piena e uguale umanità della maggioranza dei neri ha preceduto l’apartheid ed è continuata dopo l’apartheid. Da qui, per i palestinesi, la necessità di uno sforzo di immaginazione e di progettazione del tipo di società che vogliono costruire, senza rinviare tutto questo a dopo la lotta contro l’apartheid. Che la soluzione “tecnica”, cioè il quadro politico-amministrativo, sia “uno stato, due stati o la nazione arcobaleno è irrilevante: la statualità, senza cambiamenti strutturali e sociali radicali, stabilizzerà semplicemente l’attuale gerarchia sociale all’interno di un sistema neoliberista “aperto”. Garantirà che i privilegiati nell’ordine delle cose precedente siano semplicemente liberi di continuare a vivere sulle spalle di coloro che sono storicamente subordinati.”

 

Questo articolo è stato scritto per “In Dialogo – Notiziario della Rete Radiè Resch”, n. 131, del marzo 2021. Ringraziamo l’autore e l’associazione per consentirne la pubblicazione in anteprima.

 

Giorgio Gallo è tra i fondatori del Centro Interdipartimentale “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, di cui è stato il primo Direttore. Informatico, esperto di modelli e metodi di decision-making in situazioni di conflitto, si interessa da molti anni alla situazione in Palestina.

 

Note

1 Il titolo della conferenza era “The Future of Palestine: Righteous Jews vs. the New Afrikaners”. Un riferimento chiaro al Sud Africa dell’Apartheid.

2 Nathan Thrall, “The Separate Regimes Delusion”, LRB, vol. 43, n. 2, 21 gennaio 2021.

3 Curiosamente invece, il 7 gennaio, su La Stampa, sempre attenta a non mettere in cattiva luce Israele, troviamo un articolo dal titolo “Israele pronta a fornire i vaccini ai palestinesi. L’Anp contraria: “Preferiamo affidarci al programma Covax””.

4 Giorgio Gomel, “Rapidità e discriminazioni: il vaccino tra Israele e Palestina”, Affari Internazionali, 14 gennaio 2021.

5 Il libro è stato pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2008.

Rispondi