Lo “Stato Islamico” ha iniziato a usare droni armati nell’area del Lago Ciad
Il 24 dicembre 2024 la cosiddetta Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) ha condotto un attacco armato con droni contro una base militare nigeriana a Wajiroko: si tratta del primo utilizzo noto di questa tecnologia da parte di un gruppo jihadista nella regione. L’evento rappresenta un punto di svolta nella penetrazione jihadista nel bacino del Lago Ciad, una zona strategica ma profondamente vulnerabile, teatro da anni di conflitti armati, degrado ambientale e crisi socio-economiche. Il Lago Ciad, un tempo tra i più estesi del continente africano, ha perso circa il 90% della sua superficie dagli anni Sessanta, colpendo duramente le comunità che vivono di pesca e agricoltura e offrendo terreno fertile alla propaganda e al reclutamento fondamentalista. In questo contesto fragile, l’ISWAP ha dimostrato di sapersi adattare rapidamente, facendo ricorso a droni modificati, traffico d’armi, armi di precisione e supporto tecnico esterno attraverso reti transnazionali legate allo Stato Islamico. Parallelamente, la risposta della Forza Multinazionale Congiunta (MNJTF) cui partecipano il Cameroon, il Ciad, il Niger e la Nigeria, è ostacolata da carenze tecnologiche e tensioni diplomatiche tra gli Stati membri, rivelandosi insufficiente ad arginare l’espansione del gruppo. L’attuale escalation non può essere affrontata solo con strumenti militari: occorrono strategie integrate che affrontino le radici dell’instabilità, attraverso investimenti nello sviluppo locale, nella resilienza ambientale e nella governance, per spezzare il legame tra deprivazione, insicurezza e radicalizzazione. Ripubblichiamo un articolo sul tema curato dall‘Institute for Security Studies (ISS), impegnato dal 1991 a costruire conoscenze e competenze per costruire pace, sviluppo e prosperità sostenibili in Africa, combinando ricerca, analisi politica, assistenza tecnica e formazione in campi diversi come lo sviluppo, l’industrializzazione, la demografia, la tecnologia e il cambiamento climatico.
di Taiwo Adebayo
L’attacco del 24 dicembre 2024 contro la base operativa avanzata di Wajiroko, nel nord-est della Nigeria, ha segnato una svolta inquietante: per la prima volta un gruppo terroristico nella regione ha utilizzato droni armati in un’azione militare diretta. La Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) ha condotto un’operazione coordinata impiegando quattro droni caricati con granate artigianali, ferendo almeno cinque soldati. Altri due attacchi simili sono stati registrati a Damaturu, nello Stato di Yobe, e ad Abadam, nella zona del Lago Ciad.

L’introduzione di droni armati nel teatro operativo del Lago Ciad rappresenta una pericolosa evoluzione dell’insurrezione guidata da ISWAP, che mette in discussione le attuali strategie antiterrorismo.
Mentre da anni le forze armate africane – in paesi come l’Etiopia o il Mali – fanno uso di droni, gli analisti avevano da tempo lanciato l’allarme sul rischio che anche attori non statali potessero accedere e adattare questa tecnologia. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza (ISS) aveva già previsto nel 2023 che ISWAP fosse vicino a compiere questo passo.
Il cambio di paradigma è stato sottolineato durante il Forum dei Governatori del Bacino del Lago Ciad, tenutosi a Maiduguri nel gennaio scorso, e rappresenta un punto di svolta nella lotta contro l’estremismo violento nella regione. La crescente sofisticazione delle capacità operative di ISWAP richiede una risposta tempestiva e coordinata da parte di governi, forze di sicurezza e partner internazionali.
L’uso dei droni da parte del gruppo era inizialmente limitato a scopi di sorveglianza e propaganda, in linea con le strategie adottate da altri movimenti estremisti attivi in Somalia, Libia, Mozambico e Repubblica Democratica del Congo. La loro trasformazione in strumenti offensivi mostra come gli attori non statali stiano ora impiegando tecnologie aeree per amplificare la propria forza d’urto. Ciò segna un’evoluzione preoccupante, che obbliga le forze regionali a ripensare le modalità di risposta a un conflitto sempre più tecnologizzato.
Ma non è solo la tattica di ISWAP a essere mutata. Segnali sempre più chiari indicano un salto di qualità anche in termini di armamenti. Un video diffuso dopo l’attacco di Wajiroko mostra giovani reclute armate con fucili sofisticati – tra cui l’ArmaLite AR-10 Super SASS statunitense e il fucile di precisione russo Orsis T-5000 – e sottoposte a un addestramento strutturato.
La presenza nel filmato di istruttori stranieri conferma il coinvolgimento di supporto tecnico esterno. Ex combattenti di ISWAP, intervistati recentemente dall’ISS nello Stato di Borno, hanno rivelato che l’evoluzione militare del gruppo – inclusa l’adozione di strumenti tecnologici per le comunicazioni – è stata agevolata da formatori inviati dallo Stato Islamico. Il video mette anche in luce l’approccio strategico del gruppo, basato su una netta specializzazione tattica: combattenti suddivisi in reparti, tra cecchini e unità d’assalto, e una forte attenzione all’indottrinamento delle nuove leve, con l’obiettivo di garantire continuità alla causa jihadista.
Nonostante gli sforzi congiunti delle forze nazionali e della Forza Multinazionale Congiunta (MNJTF) – che coinvolge Camerun, Ciad, Nigeria e Niger – è evidente che il contrasto alle nuove tattiche di ISWAP richieda maggiori risorse e una strategia mirata.
Nel corso del forum di Maiduguri, il comandante della MNJTF, generale Godwin Mutkut, ha ammesso l’assenza di adeguate tecnologie anti-drone, come i sistemi di disturbo del segnale, lasciando militari e civili esposti a gravi minacce aeree.
Questa realtà solleva tre interrogativi urgenti: Come ha fatto ISWAP a procurarsi tecnologia tanto sofisticata, malgrado le misure antiterrorismo volte a interrompere i canali di finanziamento e approvvigionamento? Quali sono le reti transnazionali che sostengono il gruppo e facilitano l’accesso a componenti militari avanzati, in particolare droni? Come possono le forze regionali adattarsi rapidamente, per evitare che la guerra con i droni diventi la nuova normalità tra gli insorti nella regione?
Secondo le testimonianze raccolte dall’ISS, ISWAP sarebbe riuscito a ottenere e modificare droni commerciali grazie a reti di contrabbando, traffico d’armi e tecnici specializzati.
L’impiego di droni armati, se non arginato in tempo, potrebbe consentire al gruppo di lanciare attacchi devastanti riducendo al minimo le proprie perdite, trasformando basi militari e aree civili in obiettivi vulnerabili. Questa evoluzione potrebbe inoltre alimentare una guerra psicologica su larga scala, generando insicurezza diffusa nelle comunità e minando ulteriormente la fiducia nella capacità dello Stato di garantire protezione. Un simile scenario rischia di rafforzare, seppur indirettamente, il consenso verso gli insorti e alimentare un circolo vizioso di instabilità.
Il ricorso a reti esterne – evidente sia nel programma droni sia nella diffusione di materiale propagandistico – dimostra la resilienza strategica di ISWAP, che continua a reclutare e radicalizzare giovani combattenti per garantire la sopravvivenza del proprio progetto ideologico.
Contrastare l’ascesa di ISWAP richiede dunque un piano d’azione multilivello. Innanzitutto, è urgente dotare le forze di sicurezza di tecnologie anti-drone, in grado di neutralizzare le minacce prima che queste colpiscano. Questo punto è stato ribadito con forza nel forum di Maiduguri.
È inoltre fondamentale rafforzare la condivisione di informazioni tra Nigeria, Camerun, Ciad e Niger, con l’obiettivo di mappare e interrompere le reti logistiche e i canali di approvvigionamento del gruppo. Le forze armate dovrebbero anche intensificare le perquisizioni ai posti di blocco, per intercettare materiali sospetti come carburanti, armi, componenti elettronici o esplosivi.
Infine, le operazioni preventive – mirate a individuare e distruggere le strutture di assemblaggio e lancio dei droni – devono diventare una priorità assoluta, per evitare un ulteriore salto di qualità nelle capacità belliche degli insorti.
Pur riconoscendo la gravità e l’urgenza della minaccia, i governi regionali non possono trascurare gli interventi strutturali a lungo termine. ISWAP prospera sfruttando fragilità socio-economiche e vuoti di governance, che utilizza per reclutare miliziani, radicarsi sul territorio e legittimare il proprio operato. Colmare queste lacune significa rafforzare la presenza dello Stato nelle aree rurali e periferiche, attraverso politiche di sicurezza, sviluppo locale e programmi di contro-radicalizzazione.
Una collaborazione più intensa con i partner internazionali potrebbe infine offrire l’assistenza tecnica e l’intelligence necessarie per affrontare in modo più efficace l’evoluzione di questa minaccia.
Fonte: The Institute for Security Studies, 17 marzo 2025 (traduzione di Elisa Bontempo).