sabato, Gennaio 3, 2026
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Le cause della guerra in Sudan e il ruolo degli Emirati Arabi Uniti

La situazione umanitaria in Sudan, precipitato dall’aprile 2023 in una cruenta guerra civile, continua ad aggravarsi nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Questo articolo, ripubblicato e tradotto da Middle East Eye, ricostruisce in modo accessibile gli attori principali in campo e le cause del conflitto, con particolare attenzione al ruolo delle Forze di Supporto Rapido (FSR): il gruppo paramilitare che si contrappone all’esercito regolare sudanese e che deve molta della sua forza al supporto finanziario e militare degli Emirati Arabi Uniti. Attraverso dati dell’intelligence statunitense, rapporti delle Nazioni Unite e inchieste giornalistiche internazionali, l’autore mette in luce l’esistenza di una vasta rete di interessi economici e geopolitici, collegati all’estrazione dell’oro nel Darfur e al controllo dei porti sul Mar Rosso, riconducibile da una parte agli Emirati e dall’altra alle FSR. La comprensione di queste dinamiche profonde, poco note al grande pubblico, costituisce un elemento indispensabile per cercare di fermare la più grave crisi umanitaria del nostro tempo e condurre a una pacificazione duratura del paese.

 

di Daniel Tester

Si teme la morte di migliaia di persone dopo che le Forze di Supporto Rapido (RSF), il principale gruppo paramilitare sudanese, hanno conquistato la città di El-Fasher la scorsa settimana. In alcuni video si vedono combattenti delle RSF compiere esecuzioni di massa, mentre immagini satellitari mostrano ampie e persistenti macchie di sangue sul terreno: ciò che Nathaniel Raymond dell’Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale ha definito uno “sterminio di massa simile a quello del Ruanda”. 

Questo massacro è solo l’ultimo di una lunga serie di atrocità che hanno caratterizzato la guerra civile tra le RSF e le Forze Armate Sudanesi (FAS), l’esercito regolare del paese. Il conflitto, iniziato nell’aprile 2023, ha causato lo sfollamento di circa 13 milioni di persone. In questi due anni le RSF sono state accusate di massacri, violenze sessuali e torture. Anche le FAS sono ritenute responsabili di numerosi crimini di guerra, tra cui campagne di bombardamenti indiscriminati. 

Le RSF, tuttavia, non agiscono da sole. Alla base della loro forza vi è il sostegno degli Emirati Arabi Uniti (EAU), che il governo sudanese ha accusato, nell’aprile 2025, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, di gravi complicità nel genocidio in corso.

 

Il percorso accidentato della democrazia in Sudan

Il Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito e dall’Egitto nel 1956. Dal 1989 al 2019 il paese è stato governato da Omar Hassan al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato che aveva rovesciato il governo democraticamente eletto di Sadiq al-Mahdi.

Al-Bashir è ricordato per aver diretto campagne di violenze, uccisioni di massa, stupri e saccheggi contro la popolazione del Darfur tra il 2003 e il 2005: per tali crimini la Corte Penale Internazionale lo ha accusato di genocidio. Dopo mesi di proteste popolari, è stato deposto nell’aprile 2019 da un golpe militare. 

Il percorso del Sudan verso una democrazia stabile si è interrotto nell’ottobre 2021, quando il comandante dell’esercito Abdel Fattah al-Burhan ha preso il controllo del paese, nominando come suo vice il leader delle RSF, Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti). Il nuovo governo militare ha subito dichiarato lo stato d’emergenza, arrestando vari leader civili e reprimendo le proteste, ed ha rafforzato i legami del paese con i paesi del Golfo.

 

Scoppio e sviluppi della guerra civile

Non è chiaro chi abbia sparato il primo colpo della guerra civile, ma è evidente che il tentativo di integrare le RSF nell’esercito regolare ha acuito profondamente le tensioni con l’esercito regolare sudanese (SAF), fino a farle esplodere. 

All’alba del 15 aprile 2023, circa 2.000 combattenti delle RSF hanno attaccato il quartier generale delle FAS, dove risiedeva il Presidente al-Burhan. La sparatoria seguita all’attacco ha segnato l’inizio ufficiale del conflitto interno, che ha visto in una prima fase le RSF occupare gran parte di Khartoum, costringendo il governo a rifugiarsi nella città costiera di Porto Sudan. 

Dopo oltre due anni di guerra, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), migliaia di sudanesi sono morti e quasi 25 milioni di persone si trovano in una condizione di grave insicurezza alimentare. 

La situazione più disperata si è registrata negli ultimi mesi a El-Fasher, nel Darfur settentrionale, ultima roccaforte dell’esercito nell’Ovest del paese fino alla sua caduta, alla fine di ottobre scorso, dopo più di 500 giorni di assedio. Oltre un milione di persone vi erano rimaste intrappolate, dopo che le RSF hanno circondato la città nel maggio 2024. Nell’agosto 2025, la Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC) delle Nazioni Unite aveva dichiarato la carestia nei campi profughi attorno alla città. 

 

Origine e trasformazioni delle Forze di Supporto Rapido

Le RSF derivano dalle milizie Janjawid, composte prevalentemente da gruppi arabi mobilitati dal governo di al-Bashir nei primi anni 2000 per reprimere le rivolte nel Darfur, dove popolazioni marginalizzate protestavano contro povertà ed esclusione. Queste milizie erano state ripetutamente accusate di crimini di guerra – uccisioni extragiudiziali, stupri, torture – nel conflitto che ha coinvolto la regione meridionale del paese, e che ha causato almeno 300.000 morti e 2,5 milioni di sfollati. 

Nel 2013 le milizie sono state riorganizzate nelle Forze di Supporto Rapido, sotto il comando di Hemedti, diventando una delle principali strutture di potere del regime di al-Bashir, utilizzate per reprimere manifestazioni o contrastare altre agenzie di sicurezza. 

Hemedti è anche diventato un influente uomo d’affari grazie al commercio dell’oro, di cui il Sudan è particolarmente ricco, e intrattiene numerosi legami finanziari con l’estero, soprattutto con gli Emirati Arabi Uniti. Nel 2023 il suo patrimonio era stimato in circa 7 miliardi di dollari

Le RSF si sono rese protagoniste di alcuni dei peggiori massacri degli ultimi anni, in particolare contro la popolazione Masalit nella città di El-Geneina, nel Darfur, dove sono state documentate torture, stupri ed esecuzioni sommarie.

Nell’aprile 2024 un’indagine indipendente del Centro Raoul Wallenberg, sostenuta dal governo statunitense, ha rilevato “prove chiare e convincenti” che le RSF e le milizie alleate “avessero commesso e stessero commettendo un genocidio contro i Masalit”. 

 

In che modo gli Emirati Arabi Uniti sostengono le RSF

La guerra in Sudan non è solo un conflitto interno: varie potenze esterne vi sono coinvolte per loro interessi strategici: la Federazione Russa ha sostenuto entrambe le parti, mentre Turchia ed Egitto appoggiano l’esercito regolare sudanese. 

Il ruolo più rilevante è però quello degli Emirati Arabi Uniti (EAU) che, nonostante le ripetute smentite, sono accusati da numerose fonti di fornire sostegno politico, finanziario e soprattutto militare alle RSF, violando l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite.

La capacità delle RSF di resistere e avanzare, pur disponendo di circa 100.000 combattenti contro i 200.000 dell’esercito regolare, è spesso attribuita proprio al sostegno esterno. Nel gennaio 2024 Middle East Eye ha documentato come gli EAU inviassero armi alle RSF tramite una complessa rete di rotte e alleanze che attraversava Libia, Ciad, Uganda e regioni separatiste della Somalia. Non è un caso che a luglio 2024, secondo alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alcuni passaporti emiratini siano stati rinvenuti tra i rottami di un aereo cargo collegato alle RFS. 

A maggio scorso Amnesty International ha denunciato la fornitura alle RSF di armi avanzate di fabbricazione cinese da parte degli Emirati, tra cui bombe teleguidate e obici prodotti dalla Norinco. Nell’ottobre successivo, fonti d’intelligence statunitensi hanno confermato – tramite il Wall Street Journal – che gli EAU stavano intensificando le consegne di droni e sistemi d’arma cinesi alle RSF. 

Gli Emirati dispongono inoltre di due basi in Sudan, usate per rifornimento e attività di intelligence: una a Nyala, nel Darfur meridionale, e un’altra ad al-Malha, situata a circa 200 km da el-Fasher. Queste basi sono collegate all’avamposto di Bosaso, in Somalia, utilizzato per il transito di mercenari e il trasporto di merci.

 

Perché gli Emirati sono coinvolti nel conflitto armato sudanese? 

Negli ultimi anni del regime di al-Bashir, gli EAU hanno investito ingenti capitali in Sudan. Dal 2015, migliaia di combattenti sudanesi avevano inoltre combattuto per la coalizione a guida saudita ed emiratina in Yemen [contro gli Huthi, ndr].

Quando il regime di al-Bashir è entrato in crisi ed è alla fine caduto, nel 2019, gli Emirati hanno ritirato fondi e sostegno, anche a causa della posizione ambigua della nuova leaderhip sudanese durante l’embargo contro il Qatar del 2017 e dei loro presunti legami con formazioni dell’Islam politico [con questa espressione ci si riferisce a un insieme eterogeneo di ideologie e movimenti che guardano all’Islam come base non solo nella sfera spirituale e privata, ma anche nell’ordinamento sociale, giuridico e politico di una comunità, ndr].

Oggi il Sudan è un nodo strategico per Abu Dhabi: da qui gli EAU possono proiettare il loro potere sul Mar Rosso e sull’Africa orientale. 

Il Sudan offre inoltre enormi risorse agricole e minerarie non sfruttate, tra cui l’oro, settore di cui gli Emirati mirano a diventare hub mondiale per diversificare la propria economia rispetto al petrolio. Le RSF controllano molte delle miniere da cui l’oro viene esportato verso gli EAU. Hemedti e la sua famiglia possiedono una società aurifera attiva in aree del Darfur sotto controllo RSF dal 2017; mentre suo fratello minore, Algoney Dagalo, è un uomo d’affari con sede proprio negli Emirati.

Gli EAU hanno anche vasti interessi nel settore agricolo sudanese, cruciale per la sicurezza alimentare nel Golfo. La International Holding Company e il Jenaan Investment Group controllano insieme oltre 50.000 ettari di terreni in Sudan. 

Infine, gli Emirati puntano a espandere il proprio impero portuale nel Mar Rosso: il Sudan occupa una posizione strategica su una rotta, quella del Canale di Suez, attraverso cui transita circa un terzo del commercio mondiale in container. La DP World aveva proposto al governo sudanese un investimento da 8 miliardi di dollari nel porto di Abu Amama, ma l’accordo è saltato nel novembre 2024, nel pieno della guerra civile.

La rivalità tra Emirati ed esercito sudanese va oltre l’ideologia e affonda anche nel passato legame delle Forze Armate Sudanesi con l’Islam politico. Ma il coinvolgimento emiratino in Sudan resta comunque soprattutto strategico, guidato da interessi economici e geopolitici. 

 

Come ha reagito la comunità internazionale? 

La reazione internazionale è stata molto debole perfino quando, nel novembre 2023, le FAS hanno accusato apertamente gli Emirati di rifornire le RSF. 

Il caso intentato dal Sudan contro gli EAU davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) è stato respinto nel maggio 2025 per mancanza di giurisdizione: gli Emirati avevano, infatti, posto riserve alla clausola della Convenzione sul Genocidio relativa alla risoluzione delle controversie davanti alla CIG. 

Il governo emiratino ha esercitato forti pressioni diplomatiche per ottenere questo esito. Nell’aprile 2024 ha annullato un incontro con il governo del Regno Unito dopo che Londra non l’aveva difeso in una riunione del Consiglio di Sicurezza dedicata al Sudan. Due mesi dopo, secondo The Guardian, funzionari britannici avrebbero invitato vari diplomatici africani a evitare accuse contro gli Emirati. 

David Lammy, ministro degli Esteri del Regno Unito, ha visitato il confine tra Ciad e Sudan nel gennaio 2025, definendo la crisi in corso [causata dallo sfollamento di milioni di persone in fuga dal conflitto armato, ndr] “la più grande catastrofe umanitaria del pianeta”, ma al suo ritorno ha evitato ogni domanda sul ruolo degli Emirati nella guerra.

Sempre secondo The Guardian, il governo del Regno Unito avrebbe tenuto colloqui segreti con le RSF, che starebbero anche utilizzando equipaggiamento militare di fabbricazione britannica. Tesi rafforzata dall’organizzazione, nell’aprile 2025, di una grande conferenza internazionale sulla crisi sudanese, alla quale sono stati invitati gli Emirati ma non il governo sudanese di al-Burhan, provocandone la dura reazione. 

La conferenza è stata definita un “fallimento diplomatico” quando le RSF, proprio durante il vertice, hanno lanciato l’offensiva su El-Fasher e hanno annunciato l’istituzione di un governo parallelo. Anche il tentativo di creare un gruppo di contatto per negoziare un cessate il fuoco è fallito a causa dei contrasti tra Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. 

L’ultimo tentativo di tregua risale al settembre 2025, poco prima della caduta di El-Fasher, quando il presidente statunitense Donald Trump ha presentato un piano di pace redatto con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, che prevedeva una tregua umanitaria di tre mesi seguita da un cessate il fuoco permanente e dall’istituzione di un governo civile. 

In questo clima, anche Israele si è schierato in difesa degli Emirati criticando apertamente le FAS. Il 31 ottobre, pochi giorni dopo il massacro delle RSF a El-Fasher, un post sull’account ufficiale in arabo del governo israeliano ha paragonato l’esercito sudanese alla Fratellanza Musulmana e ad Hamas, offrendo di fatto un sostegno indiretto alle RSF e alle loro azioni.

 

FonteMiddle East Eye, 4 novembre 2025 [traduzione di Filippo Fedeli].