lunedì, Gennaio 26, 2026
ConflittiEconomia

La “Nuova Gaza”: una città-merce costruita sulla distruzione del popolo palestinese

 

di Sonia Paone

Il piano per la ricostruzione della Striscia di Gaza presentato al World Economic Forum di Davos rappresenta un caso paradigmatico per interrogare il nesso tra urbanizzazione, potere economico e governance post-conflitto nel capitalismo globale contemporaneo.

Alla cerimonia di presentazione – in cui Jared Kushner, consigliere e genero di Donald Trump, ha illustrato quella che è stata definita una visione per la “Nuova Gaza”, con infrastrutture futuristiche, porto, aeroporto, grattacieli lungo il lungomare e promesse di piena occupazione – è stato svelato un progetto che ha ambizioni di trasformazione radicale di un territorio profondamente devastato dalla guerra.

Il piano, promosso attraverso il cosiddetto Board of Peace, prevede una ricostruzione in fasi, a partire da Rafah verso Gaza City, con l’obiettivo dichiarato di portare i principi dell’economia di libero mercato nella Striscia, generando occupazione, alloggi e turismo costiero. Tali obiettivi devono essere letti criticamente, poiché riproducono una narrativa di sviluppo urbano autoritaria, basata sulla compressione della dimensione politica in favore di un ordine tecnocratico e neoliberale.

La presentazione di Kushner fa venire in mente le riflessioni del sociologo statunitense Mike Davis contenute nell’agile volume Le stade Dubaï du capitalisme, pubblicato in Francia nel 2007. Davis presenta Dubai non come eccezione geografica ma come figura paradigmatica di un modello urbano che incarna l’articolazione estrema tra capitale immobiliare, governance autoritaria e segmentazione sociale. In questa forma di città, i diritti politici sono di fatto sospesi, la deregolamentazione a favore dei soggetti privati è integrale e l’intervento statale è al servizio dell’attrazione di capitale globale più che delle comunità residenti.

Il piano di Davos, con la sua enfasi su infrastrutture avveniristiche, zone economiche speciali e attrazione di investimenti, richiama esattamente la logica descritta da Davis: la trasformazione dello spazio urbano in una piattaforma di valorizzazione del capitale, piuttosto che in un luogo vivibile, di riscatto politico e sociale per la popolazione palestinese.

Non a caso i rendering mostrati in Svizzera evocavano immagini patinate di waterfront, grattacieli e proprietà di lusso: una retorica privatistica e consumistica che rende il progetto molto lontano dalle condizioni materiali di vita su quel territorio. Il piano appare non tanto come risposta a una crisi umanitaria, estremamente profonda, ma come opportunità di creare uno spazio produttivo secondo principi neoliberali, incrementando la competitività economica a scapito della dimensione sociale e politica delle comunità locali.

Nello stesso tempo questa tipologia di ricostruzione appartiene a quella logica che, in un influente saggio del 2007, Naomi Klein ha definito come capitalismo dei disastri: crisi, guerre e catastrofi non sono momenti perturbanti esterni al capitalismo, bensì occasioni strutturali per imporre riforme economiche e progetti di ricostruzione che altrimenti incontrerebbero resistenze sociali e politiche.

Le “finestre di opportunità” aperte dai disastri facilitano l’introduzione di politiche neoliberali, la privatizzazione di servizi essenziali e la smaterializzazione dello Stato sociale tramite partenariati pubblico-privato e investimenti globali. Il piano di Davos si inscrive precisamente in questa dinamica: la distruzione è la condizione di possibilità per un nuovo inizio fondato su capitali internazionali e logiche di mercato, piuttosto che su recupero autonomo e autodeterminato.

Il carattere futuristico e spettacolare delle proposte di Kushner richiama esattamente quell’immaginario urbano che Davis critica come paradigma di città-merce, dove lo spazio umano diventa vettore di accumulazione di capitale. Allo stesso tempo, la presentazione di una sequenza temporale compressa, con un piano di ricostruzione della durata di soli tre anni, ignora le complessità materiali e politiche della realtà di Gaza, in cui la devastazione umana e infrastrutturale, la dipendenza totale da aiuti umanitari esterni, i vincoli di accesso e le tensioni politiche non possono essere ridotte a una roadmap efficiente.

Emergono così significativi nodi critici. Primo, la depoliticizzazione della ricostruzione: il progetto è presentato come paradigma tecnico-economico, ma trascura questioni di sovranità, rispetto dei diritti e strutture di governance locale democratica. Secondo, l’uso della crisi come occasione di accumulazione: la ricostruzione diventa un dispositivo per la valorizzazione del capitale globale, incorporato in infrastrutture, proprietà e zone economiche speciali, spesso con scarso coinvolgimento dei soggetti colpiti. Terzo, la prospettiva urbanistica proposta richiama un modello di città-enclave, segmentata e pensata per funzioni economiche transnazionali, piuttosto che per rispondere ai bisogni sociali e politici della popolazione palestinese.

La presentazione della “Nuova Gaza” a Davos non va interpretata solo come un atto di volontà politica statunitense, ma come un caso paradigmatico del trattamento riservato dal capitalismo contemporaneo ai territori post-conflitto: non tanto spazi da restituire ai loro abitanti, quanto piattaforme per la gestione tecnocratica del rischio e la creazione di valore capitalista.

Bisognerebbe perciò provare ad analizzare a fondo le implicazioni di un modello che trasforma cinicamente la sofferenza in opportunità di mercato, al di fuori di ogni prospettiva di giustizia e di autentica pace.

 

Sonia Paone è Professoressa Associata in Sociologia dell’Ambiente e del Territorio presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro del CISP e Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze per la Pace: Cooperazione Internazionale e Trasformazione dei Conflitti.