giovedì, Gennaio 22, 2026
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Elezioni presidenziali in Cile: una riflessione sulle ragioni del risultato

di Michele Zezza

Le ultime elezioni presidenziali in Cile si sono concluse lo scorso 14 dicembre con la vittoria di José Antonio Kast, leader del Partito Repubblicano, che ha sconfitto al ballottaggio la candidata della coalizione di governo Jeannette Jara con circa il cinquantotto per cento delle preferenze. Nonostante Jara fosse risultata in vantaggio al primo turno di novembre, le previsioni davano per certa la vittoria di Kast e del fronte conservatore. Questo risultato segna un netto cambio di rotta politica rispetto all’amministrazione progressista uscente, guidata da Gabriel Boric, su cui vale la pena riflettere.

 

Dall’estallido social alle elezioni del 2025: un contesto di polarizzazione e frammentazione

Per analizzare le cause del voto presidenziale è necessario ripercorrere, seppur in modo sintetico, alcuni snodi fondamentali della storia politica cilena più recente. Le elezioni si collocano infatti all’interno di un contesto storico segnato da una polarizzazione crescente, le cui radici affondano nelle trasformazioni politico-sociali degli ultimi anni.

L’inizio di questo ciclo di tensioni è comunemente attribuito all’estallido social (letteralmente: esplosione sociale), un’ondata di mobilitazioni di massa che ha attraversato il paese tra ottobre 2019 e marzo 2020, sollevando questioni urgenti riguardo ai diritti fondamentali, alle crescenti disuguaglianze sociali e al malfunzionamento delle istituzioni statali e politiche. Vivendo in Cile da tre anni mi è capitato molto spesso di imbattermi nel tema, tanto nel dibattito pubblico quanto nelle conversazioni quotidiane. In tali occasioni, ho frequentemente riscontrato una rappresentazione fortemente polemica delle proteste, descritte come uno spartiacque traumatico, responsabile dell’apertura di una fase caratterizzata da diffuse paure legate all’insicurezza e dall’emergere di forme nuove — o percepite come tali — di criminalità.

Da questo punto di vista, condivido la ricostruzione proposta da Claudia Heiss Bendersky, professoressa associata presso la Facultad de Gobierno dell’Universidad de Chile, che sottolinea come il conservatorismo emerso nelle urne di dicembre rifletta, almeno in parte, una reazione al trauma collettivo delle mobilitazioni del 2019–2020. Secondo tale lettura, proteste che pure avevano dato voce a richieste di riforme strutturali nel senso di una maggiore equità avrebbero finito per rafforzare, in ampi settori della popolazione, una domanda di stabilità, ordine e sicurezza, successivamente tradottasi in uno spostamento dell’elettorato verso posizioni più conservatrici.

In risposta a questi eventi, il secondo governo di Sebastián Piñera aveva inizialmente cercato di contenere le proteste, cedendo infine alla pressione popolare e firmando il 15 novembre 2019 l’Acuerdo por la Paz Social y la Nueva Constitución. Un plebiscito tenutosi il 25 ottobre 2020 aveva visto visto il 78,2% della popolazione approvare l’ipotesi di redigere una nuova Costituzione, segnalando il desiderio di superare la carta del 1980, eredità della dittatura di Augusto Pinochet.

A partire dalla seconda metà del maggio 2021, la Convención Constitucional è stata eletta rispettando la parità di genere, segnando un passo significativo verso una rappresentanza più inclusiva. Tuttavia, il processo ha incontrato difficoltà strutturali, in particolare la frammentazione interna dell’assemblea, con un elevato numero di membri indipendenti e proposte radicali che non hanno ottenuto ampio consenso. La proposta costituzionale, frutto di questo processo, è stata respinta nel plebiscito del 4 settembre 2022 con il 61,82%, esprimendo una netta reazione della società contro un testo ritenuto troppo progressista e non sufficientemente inclusivo delle visioni conservatrici.

Nonostante questa sconfitta, nel dicembre 2022 è stato firmato l’Acuerdo Por Chile, che ha dato il via a una nuova fase con la creazione del Consejo Constitucional. Anche questo processo ha visto il rigetto della proposta di nuova Costituzione, che nel plebiscito del 17 dicembre 2023 ha ottenuto il 55,7% di voti contrari. Questi risultati, peraltro molto ravvicinati, mettono in luce non solo le difficoltà strutturali del paese nella ricerca di condizioni favorevoli per una riforma costituzionale condivisa, ma anche la persistenza di una frattura ideologica tra forze progressiste e conservatrici, che non sono riuscite a trovare un consenso neppure sui princìpi fondamentali del nuovo testo costituzionale. Questi risultati, peraltro piuttosto ravvicinati, evidenziano non solo le difficoltà strutturali e politiche del paese nell’affrontare una riforma costituzionale condivisa, ma anche la persistenza di una frattura ideologica tra forze progressiste e conservatrici, le quali non sono riuscite a raggiungere un consenso generale, in alcuni casi nemmeno intorno ai princìpi fondamentali del nuovo testo costituzionale.

La mancata sintesi tra queste forze ha alimentato una divisione politica che si è poi riflessa nelle elezioni presidenziali del 2025. Il risultato riflette una polarizzazione marcata della società cilena, divisa tra un blocco progressista e uno (ultra-)conservatore.

 

Affluenza e distribuzione del voto

Nel ballottaggio del 14 dicembre 2025, José Antonio Kast, candidato della destra radicale, ha ottenuto una vittoria netta conquistando il 58,16% dei voti validi (7.254.850), contro il 41,84% (5.218.444) della candidata della sinistra unitaria, Jeannette Jara.

Ex ministra del Lavoro nel governo di Gabriel Boric, Jara ha cercato di ricomporre il fronte progressista attorno a una proposta di continuità con il progetto di cambiamento avviato nel 2022, invocando l’unità delle forze di sinistra per contrastare l’ascesa della destra. Tuttavia, la sua sconfitta è stata interpretata da molti analisti come una sanzione elettorale nei confronti della gestione Boric, percepita come incapace di tradurre in risultati concreti le promesse di riforma, in particolare sul piano costituzionale e della giustizia sociale.

Nonostante alcune riforme rilevanti — come la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento del salario minimo — ha prevalso l’idea di un cambiamento incompiuto, aggravata dalla disomogeneità del campo progressista. Questo ha alimentato la disillusione di ampi settori dell’elettorato moderato, che non si sono riconosciuti nella proposta di Jara, la quale non è riuscita a conquistare il consenso delle fasce più anziane e tradizionaliste dell’elettorato.

Di contro, la vittoria di José Antonio Kast non può essere interpretata unicamente come il risultato di una strategia elettorale efficace, ma va letta come l’esito di un mutamento più profondo del panorama politico cileno. Dopo due candidature presidenziali senza successo, nel 2017 e nel 2021, la sua affermazione nel 2025 segna un punto di svolta, reso possibile dalla capacità della destra di intercettare e organizzare le crescenti preoccupazioni sociali legate alla sicurezza, all’immigrazione e alla percezione diffusa di insicurezza.

Un elemento decisivo è stato l’aumento straordinario della partecipazione elettorale al ballottaggio del 14 dicembre 2025, che ha superato l’85%, facendo crescere il numero degli elettori da circa 7 milioni a oltre 13 milioni. Tale incremento è strettamente connesso alla reintroduzione del voto obbligatorio, già ripristinato in occasione del plebiscito del 2022 e definitivamente confermato con la Legge 21.779, pubblicata il 23 ottobre 2025. Il ritorno al voto obbligatorio ha modificato in modo significativo la dinamica elettorale, ampliando la base dei votanti e mobilitando settori dell’elettorato che in precedenza tendevano all’astensione.

In questo contesto, un ruolo particolarmente rilevante è stato svolto dagli elettori più anziani, che hanno rappresentato circa il 44% del totale e hanno espresso un sostegno marcato a Kast, coerente con un orientamento favorevole a politiche di stabilità e sicurezza.

Per il resto, Kast ha ottenuto un sostegno trasversale che ha attraversato tutte le regioni del paese, vincendo in ben 312 delle 346 comunas del paese. Il suo successo è stato particolarmente evidente nei territori rurali e nelle regioni tradizionalmente più conservatrici, come la regione di Atacama e la parte meridionale, storicamente ostili alla sinistra.

 

Le matrici familiari di Kast e le sue posizioni rispetto alla dittatura militare

Vale la pena ricordare che José Antonio Kast è figlio di Michael Martin Kast Schindele, membro delle forze armate del Terzo Reich impegnato nel 1942 in Francia, nel 1943 sul fronte orientale contro l’Unione Sovietica, infine nell’occupazione dell’Italia, dove è stato catturato nella primavera del 1945. A vent’anni, nel 1942, si era iscritto al Partito Nazionalsocialista.

Nel contesto dei flussi migratori del dopoguerra, agevolati anche da reti di assistenza riconducibili al Vaticano, Michael Kast è emigrato prima in Argentina e poi in Cile, stabilendovisi alla fine del 1950. Nel corso del processo di denazificazione in Germania, ha fatto uso di documenti falsi per occultare il proprio passato. José Antonio Kast ha sempre difeso la figura paterna, sostenendo che il servizio militare fosse obbligatorio e negando qualsiasi coinvolgimento in crimini di guerra.

Il legame della famiglia Kast con l’esperienza autoritaria cilena emerge anche attraverso la figura del fratello del presidente eletto, Miguel Kast: uno dei cosiddetti Chicago Boys, il gruppo di tecnocrati cileni formatisi all’Università di Chicago sotto l’influenza delle teorie di Milton Friedman e Arnold Harberger. Miguel Kast ha ricoperto incarichi di primo piano durante la dittatura militare: fu ministro della Oficina de Planificación Nacional (1978–1980), ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale (1981–1982) e, infine, presidente della Banca Centrale del Cile nel 1982.

Tuttavia, il rapporto con il regime pinochetista non si esaurisce nel background familiare. José Antonio Kast si è più volte espresso a favore dell’indulto per agenti statali condannati per gravi violazioni dei diritti umani, arrivando anche a visitarli in carcere per manifestare il proprio sostegno. Tali posizioni si inseriscono coerentemente in una più ampia narrazione che descrive la dittatura come un “male necessario” per salvare il Paese dal comunismo. In questo quadro si colloca anche l’affermazione, risalente al 2017, secondo cui Augusto Pinochet, se fosse stato ancora in vita, avrebbe votato per lui.

Non sorprende, pertanto, che una parte significativa della stampa abbia definito Kast un esponente del pinochetismo. Sebbene rifiuti tale etichetta, il presidente eletto ha più volte espresso valutazioni positive sul regime militare, relativizzando la portata delle violazioni dei diritti umani e mettendo in discussione la legittimità dei procedimenti giudiziari contro i responsabili.

 

I pilastri del programma elettorale e della visione politica di Kast

Sul piano economico, il programma di José Antonio Kast fissa come obiettivo un consolidamento fiscale di circa 6 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di 18 mesi: un traguardo particolarmente ambizioso, che viene enunciato senza un’adeguata precisazione delle misure concrete di riduzione della spesa o di incremento delle entrate attraverso cui dovrebbe essere realizzato.

La strategia delineata ruota attorno a tre assi principali: deregolamentazione dei mercati, contenimento della spesa pubblica ed eliminazione di specifiche imposizioni fiscali, come le tasse sulla prima abitazione. Queste misure vengono affermate parallelamente alla promessa di non sopprimere politiche di protezione sociale, quali la pensione garantita universale, nonostante in passato Kast si sia espresso a favore di una riduzione della spesa pensionistica.

In materia di sicurezza, Kast ha rilanciato il cosiddetto Plan Implacable, che prevede un inasprimento delle pene, l’espansione dell’apparato repressivo statale, la costruzione di carceri di massima sicurezza e l’istituzione di forze speciali destinate a intervenire nei territori ritenuti sotto il controllo della criminalità organizzata. Questa impostazione si riflette anche nella politica migratoria, con il recupero di proposte già avanzate in campagne precedenti, come il finanziamento di voli per deportazioni massive di persone in situazione irregolare. Nel loro insieme, tali misure rafforzano una concezione dell’ordine pubblico come asse portante dell’azione di governo, ma sollevano interrogativi rilevanti sia in merito ai costi effettivi sia alla loro compatibilità con l’attuale quadro giuridico.

Secondo il politologo e analista politico gallego-catalano Silvio Falcón, Kast rappresenta una destra che combina quattro elementi fondamentali: populismo, neoliberismo, conservatorismo sociale e autoritarismo istituzionale.

Il suo progetto politico si fonda su una narrazione conflittuale che oppone un “popolo perbene” a élite politiche e culturali di segno progressista, ritenute responsabili del deterioramento dell’ordine e della sicurezza. Parallelamente, Kast sostiene un’agenda economica marcatamente neoliberale, imperniata sulla deregolamentazione dei mercati e sulla riduzione dello Stato a funzioni minime. A ciò si affianca un conservatorismo sociale rigido — in particolare sui diritti riproduttivi, sulla diversità sessuale e sull’istruzione — che, rispetto alla campagna del 2021, è stato in questa occasione volutamente attenuato nel discorso pubblico. Tale silenzio strategico non implica alcuna discontinuità dottrinale, poiché le posizioni storicamente sostenute da Kast restano pienamente sovrapponibili a quelle di gruppi ultraconservatori spagnoli come Hazte Oír. Ne risulta una figura politica che combina il profilo populista-neoliberale di Javier Milei con tratti autoritari e ultraconservatori riconducibili a Jair Bolsonaro.

In una prospettiva complementare, lo studioso Jaime Retamal sottolinea come Kast rappresenti una sintesi tra il conservatorismo classico cileno e il modernismo economico ispirato a Friedrich von Hayek, Milton Friedman e ai Chicago Boys, configurando una nuova visione politica definita “teo-neo-conservatrice”.

Secondo Daniel Mansuy, infine, l’ascesa di Kast va letta anche alla luce della crisi del consenso che aveva caratterizzato la Concertación de Partidos por la Democracia, progressivamente dissoltasi in una pluralità di correnti spesso critiche, da sinistra, dei suoi vent’anni di governo.

In questo contesto, il dibattito pubblico è stato occupato da attori politici periferici, privi di una visione complessiva ma capaci di orientare l’agenda verso temi circoscritti e altamente polarizzanti. A ciò si aggiungono l’assenza di un’identità politica chiara del centrodestra cileno e le ambiguità della Unión Demócrata Independiente (UDI) e dei governi a essa legati, fattori che hanno ulteriormente favorito l’emergere di Kast.

La vittoria del Partito Repubblicano non rappresenta dunque una semplice radicalizzazione dell’elettorato cileno, bensì la normalizzazione di un progetto politico che combina neoliberismo radicale, autoritarismo istituzionale e rielaborazione selettiva del lascito pinochetista, all’interno di un discorso pubblico di carattere democratico.

 

Migrazioni in Cile, tra dati reali e percezione collettiva

La questione migratoria ha assunto un ruolo centrale nella costruzione delle percezioni collettive di sicurezza e di ordine sociale in Cile, diventando uno dei principali terreni su cui la destra ha articolato la propria campagna politica. In particolare, l’immigrazione è stata progressivamente trasformata da fenomeno strutturale e multidimensionale in oggetto privilegiato di allarme pubblico e di conflitto politico.

Negli ultimi anni, il Cile ha effettivamente registrato un incremento significativo della popolazione migrante. A partire dal 2017 — anno in cui la crisi venezuelana ha prodotto un’accelerazione dei flussi regionali — la presenza di cittadini stranieri nel paese è cresciuta in modo costante. Secondo i dati ufficiali, la popolazione migrante è passata da 746.465 persone nel 2017 a circa 1.625.074 nel 2022, con un aumento del 117,7% in cinque anni.

Dati più aggiornati, pubblicati dall’Instituto Nacional de Estadísticas (INE) e dal Servicio Nacional de Migraciones (SERMIG), indicano che al 31 dicembre 2023 la popolazione straniera residente in Cile ammontava a circa 1,9 milioni di persone, pari a circa il 9,9% della popolazione totale. Questa crescita risulta sia da nuovi ingressi sia dal consolidamento di comunità di origine straniera già stabilmente presenti sul territorio nazionale. I principali paesi d’origine risultano essere Venezuela, Perù, Colombia, Haiti e Bolivia, con una netta predominanza dei cittadini venezuelani, che rappresentano la quota più consistente della popolazione migrante residente.

Per quanto riguarda la migrazione irregolare, si può fare riferimento ai dati elaborati congiuntamente dall’Instituto Nacional de Estadísticas (INE) e dal Servicio Nacional de Migraciones (SERMIG) e ripresi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) nel rapporto Migration Trends in the Americas 2024. Secondo tale stima, le persone straniere in situazione migratoria irregolare erano a quella data 107.223, pari a circa il 6,6% della popolazione straniera residente. Anche in questo caso, la componente più numerosa era costituita da cittadini venezuelani, seguiti da boliviani e colombiani, con una concentrazione prevalente nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 39 anni.

In questo contesto, la migrazione — e in particolare quella irregolare — ha acquisito una centralità politica sproporzionata rispetto alla sua dimensione quantitativa effettiva. Sebbene la grande maggioranza della popolazione migrante in Cile si trovi in situazione regolare e sia stabilmente inserita nel tessuto economico e sociale, la migrazione irregolare si è concentrata simbolicamente in specifiche aree urbane e di confine, soprattutto nel nord del paese. Questa concentrazione territoriale ha funzionato come catalizzatore di ansie collettive legate alla sicurezza, alla criminalità e alla capacità dello Stato di esercitare un controllo effettivo sul territorio.

È all’interno di questo spazio che si colloca l’efficacia del discorso politico di Kast e, più in generale, del suo partito. La sua proposta ha tradotto dati parziali e disomogenei in una narrazione semplificata, organizzata attorno a dicotomie forti quali ordine/disordine, legalità/illegalità, ecc.

A questa politicizzazione strumentale della questione migratoria hanno contribuito in modo decisivo i media cileni, che hanno operato come principali dispositivi di traduzione dei dati statistici in percezioni sociali. In particolare, i grandi mezzi di comunicazione generalisti — soprattutto la televisione — hanno svolto una funzione cruciale di agenda setting, privilegiando sistematicamente alcuni aspetti della migrazione (irregolarità, criminalità, controllo delle frontiere) a scapito di altri (regolarizzazione, inserimento nel mondo del lavoro, contributo economico e sociale).

A questo primo livello informativo si è aggiunto quello, ulteriormente polarizzante, dei programmi di dibattito politico e talk show. Trasmissioni come Sin Filtros hanno offerto una piattaforma privilegiata a discorsi fortemente semplificati ed emotivi, in cui cifre non consolidate o proiezioni parziali vengono presentate come dati certi, rafforzando la rappresentazione della migrazione irregolare come minaccia immediata e generalizzata.

Anche la stampa di maggiore diffusione, come El Mercurio e La Tercera, pur adottando registri più sobri, ha contribuito a consolidare il frame migrazione-insicurezza attraverso un’enfasi costante sui problemi di criminalità, pressione sui servizi pubblici e inefficacia delle politiche migratorie.

 

Il securitarismo come fattore di consenso politico

Più in generale, José Antonio Kast è riuscito a sfruttare efficacemente la crescente preoccupazione della popolazione cilena in materia di sicurezza. Tale preoccupazione emerge da una combinazione complessa di fattori oggettivi e percettivi, in cui indicatori empirici e costruzione discorsiva tendono a intrecciarsi. Sebbene il Cile continui a collocarsi tra i paesi con i tassi di omicidio più bassi dell’America Latina, il senso diffuso di insicurezza è aumentato sensibilmente negli ultimi anni. Questo scarto tra realtà e percezione va compreso alla luce di una sensazione diffusa di vulnerabilità, alimentata da episodi di cronaca ad alta visibilità mediatica e dalla crescente esposizione pubblica di fenomeni legati alla criminalità organizzata.

A rafforzare tale percezione hanno contribuito, da un lato, le difficoltà dello Stato nel garantire una protezione efficace e continuativa del territorio e, dall’altro, l’emergere di gruppi criminali transnazionali, il cui impatto simbolico sull’immaginario pubblico risulta spesso sproporzionato rispetto alla loro incidenza quantitativa.

È all’interno di questo quadro che la destra ha saputo canalizzare la paura diffusa, in particolare quella connessa all’immigrazione. Il discorso pubblico ha frequentemente associato le migrazioni provenienti da paesi come Perù, Venezuela e Bolivia a un presunto aggravamento dell’insicurezza, nonostante l’assenza di una correlazione empirica generalizzabile tra immigrazione e aumento dei reati.

Il messaggio securitario ha avuto un impatto significativo soprattutto nelle periferie urbane e nelle zone più vulnerabili, caratterizzate da una presenza statale discontinua. Qui, le proposte di rafforzamento della polizia e di misure drastiche, come l’espulsione dei migranti in situazione irregolare, sono apparse a molti come risposte immediate e concrete. Questo approccio ha attratto non solo l’elettorato tradizionalmente conservatore ma anche segmenti di elettori moderati, contribuendo alla costruzione di un ampio blocco elettorale, particolarmente forte nella componente più anziana della popolazione.

In un contesto segnato da un diffuso bisogno di certezze e da una crisi di fiducia nelle istituzioni, la retorica dell’ordine ha funzionato come potente dispositivo di compensazione simbolica, consentendo a Kast di capitalizzare la percezione di un governo Boric indeciso e di proporsi come alternativa decisionista alle difficoltà del sistema politico cileno.

 

Il Cile all’interno della nuova destra globale

L’esito di queste elezioni non rappresenta soltanto una discontinuità nel quadro politico interno, ma segna anche una ridefinizione della collocazione del Cile all’interno del panorama conservatore globale.

Il risultato si inserisce in un più ampio processo di spostamento a destra, che negli ultimi anni ha interessato diversi paesi dell’America Latina — tra cui Argentina, Ecuador e Paraguay — ed è stato alimentato dal logoramento dei governi progressisti, dal disincanto verso le promesse riformiste non realizzate e dalla crescente centralità di temi come sicurezza, criminalità e immigrazione irregolare nel dibattito pubblico.

In questo quadro, il sostegno internazionale ricevuto da Kast durante e dopo la campagna elettorale ha svolto una funzione rilevante nel consolidarne la legittimazione. I messaggi di congratulazioni provenienti da leader e ambienti della destra globale — in particolare dal presidente argentino Javier Milei e da settori politici statunitensi riconducibili all’area trumpiana — hanno contribuito a iscrivere la sua vittoria all’interno di una narrazione transnazionale che celebra il ritorno dell’ordine, dell’autorità e della libertà economica come risposta alle crisi politiche e sociali contemporanee. A ciò si aggiungono convergenze con altri attori statali, come Israele, soprattutto in relazione a politiche securitarie e di controllo dell’immigrazione.

Un ulteriore elemento di rilievo è costituito dal legame di Kast con la Political Network for Values (PNfV): una rete ultraconservatrice transnazionale che riunisce attori politici, religiosi e della società civile impegnati nella promozione di un’agenda fortemente restrittiva in materia di diritti, migrazione e ordine pubblico. L’inserimento di Kast in tali circuiti rafforza la sua immagine di leader pienamente integrato in un movimento conservatore globale, ma solleva al contempo interrogativi significativi sul futuro orientamento del Cile in materia di diritti umani, qualità democratica e politica estera.

Nel complesso, l’allineamento ideologico e simbolico di Kast con la nuova destra globale non solo contribuisce a rafforzarne la legittimazione interna, ma tende anche a riposizionare il Cile come uno dei nuovi punti di riferimento del conservatorismo transnazionale. Tale dinamica solleva interrogativi rilevanti sulla continuità delle tradizioni diplomatiche cilene successive alla dittatura, storicamente improntate al multilateralismo e all’equilibrio.

È proprio questo mutato contesto politico e simbolico che impone una riflessione critica sullo stato della sinistra cilena. La riconquista di una posizione politicamente rilevante richiederà un processo di autocritica profonda e un rinnovamento che vada oltre le disillusioni generate dalle riforme incomplete del governo Boric. Ciò implica non solo la ricomposizione delle divisioni interne che hanno indebolito il campo progressista, ma anche la costruzione di una proposta capace di rispondere in modo concreto ai bisogni immediati della popolazione.

In particolare, la sinistra sarà chiamata a elaborare politiche economicamente e socialmente più tangibili, affrontando la questione della disuguaglianza con strumenti realistici e credibili. Un progetto alternativo dovrà saper integrare l’obiettivo della giustizia sociale con soluzioni pratiche su temi centrali della vita quotidiana — dal welfare alla sicurezza, fino alla sostenibilità economica — superando la percezione di inefficacia che ha caratterizzato gli ultimi anni.

 

Michele Zezza è Research fellow del Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, insegna Filosofia del diritto presso l’Universidad Central de Chile ed è investigador responsable di un progetto di ricerca sulla giurisdizionalizzazione dei diritti sociali.