Antisemitismo, panico morale e repressione: intervista a Donatella della Porta

Una delle questioni centrali del suo ultimo libro, Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, è la mancata distinzione tra antisemitismo, antisionismo e critica alle politiche di Israele e dei suoi governi. Perché questa distinzione è importante? In che modo, invece, la sovrapposizione di questi piani può limitare la libertà di espressione nella sfera pubblica e nelle università, in Europa e negli Stati Uniti?
Fino a circa dieci anni fa la definizione di antisemitismo si riferiva a una forma specifica di razzismo: la discriminazione e/o la persecuzione degli ebrei, spesso attraverso la diffusione di “teorie” cospirative. Queste teorie mescolano la rappresentazione dei popoli razzializzati come inferiori con quella che li presenta come minacciosi perché in qualche modo potenti, grazie a capacità fisiche, denaro, alleati influenti, ecc. Da questo punto di vista, il razzismo antisemita usava canoni simili al suprematismo bianco: entrambi evocano la minaccia che una “razza” estranea, subdola e nefasta, domini la “razza” bianca. Ciò non deve sorprendere: come mostrano gli studi sulle cospirazioni, è frequente che il true-believer creda contemporaneamente a narrazioni contraddittorie.
Durante l’ultimo decennio, la definizione di antisemitismo ha sperimentato una mutazione significativa nel discorso pubblico occidentale. Contro vari movimenti sociali, intellettuali e personaggi politici è stata mossa l’accusa di un “antisemitismo legato a Israele”, a volte definito come un “antisemitismo di sinistra” per distinguerlo da quello delle destre nazionaliste e fasciste. Nel richiamare l’attenzione su questo presunto “nuovo antisemitismo”, un ruolo chiave è stato svolto dalla definizione proposta nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).
L’IHRA è stata fondata nel 1998 dai rappresentanti di 31 Stati, riunitisi per la prima volta a Stoccolma a gennaio 2000 per un forum internazionale dedicato a riflettere sulla conservazione di una memoria transnazionale dell’Olocausto. Nelle sue prime fasi, oltre a deliberare sull’introduzione del 27 gennaio come giornata della memoria e sulla dichiarazione dell’Olocausto come violazione della civiltà in Europa e nella storia dell’umanità, l’IHRA si è concentrata principalmente sulla promozione di iniziative educative e di ricerca sullo sterminio.
Tuttavia, l’impatto dell’IHRA è cresciuto notevolmente dopo l’adozione, a maggio 2016, di una “definizione operativa giuridicamente non vincolante”. Secondo tale definizione l’antisemitismo consiste in “una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei” e “le manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso individui ebrei o non ebrei e/o verso le loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche e strutture religiose”. Allontanandosi dalla definizione prevalente a livello accademico e giuridico, che definiva l’antisemitismo in relazione alla discriminazione del popolo ebraico e dei suoi membri, reali o percepiti, il documento ha introdotto riferimenti specifici allo Stato di Israele, affermando che: “Le manifestazioni [di antisemitismo] possono includere la presa di mira dello Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite”. Questa nuova definizione era accompagnata da esempi, che includevano il fatto di “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’impresa razzista”, di “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista” evocando le nozioni di ghetto, apartheid e genocidio, o di “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”.
Fin dalla sua pubblicazione, la definizione dell’IHRA e gli esempi forniti per guidarne l’applicazione sono stati molto contestati, dal punto di vista sia formale che sostanziale. La prima parte della definizione, più generale, è stata criticata come vaga e imprecisa, ma soprattutto gli esempi sono stati criticati per la mancanza di chiarezza sulle condizioni in cui le critiche a Israele andrebbero considerate antisemite, evidenziando il rischio di applicazioni eccessivamente ampie finalizzate a censurare le critiche alle politiche israeliane. Inoltre, è stata criticata la tendenza a considerare antisemita non solo il negazionismo dell’Olocausto, ma anche qualsiasi accostamento di concetti legati all’Olocausto ad altri eventi storici o contemporanei, tanto più se Israele era accusato di esserne responsabile.
I rischi di usi strumentali della definizione dell’IHRA a fini censori e repressivi nell’ambito della ricerca sono stati denunciati, tra l’altro, da intellettuali ebrei e dallo stesso autore della definizione. In alternativa, nel 2020, 220 studiosi e studiose di Olocausto e antisemitismo hanno sottoscritto la Dichiarazione di Gerusalemme: nel tentativo di escludere la critica a Israele dalle espressioni di antisemitismo, quest’ultimo vi viene definito come “discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza nei confronti degli ebrei in quanto ebrei (o delle istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”. Tra le ragioni di questa Dichiarazione, anche il fatto che la definizione dell’IHRA non fosse chiara in alcuni aspetti chiave e, prestandosi a diverse interpretazioni, avesse “causato confusione e generato controversie, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo”.
Per ridurre il rischio di usi strumentali, la Dichiarazione di Gerusalemme ha specificato vari casi in cui le critiche allo Stato di Israele non vanno confuse con l’antisemitismo. Non va considerato antisemita la richiesta di giustizia per i/le palestinesi e del loro pieno ottenimento di diritti politici, nazionali, civili e umani, come sancito dal diritto internazionale, né la critica o l’opposizione al sionismo come forma di nazionalismo, né il sostegno ad accordi costituzionali per la convivenza di ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo: non va, cioè, considerato antisemita il fatto di sostenere accordi che riconoscano piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia che si tratti di due Stati, di uno Stato binazionale, di uno Stato democratico unitario, di uno Stato federale o di qualsiasi altra forma di comunità politica. La critica legittima a Israele include le sue politiche e le sue pratiche interne ed esterne, come le condotte nel Territorio Palestinese Occupato, il ruolo che il paese svolge nella regione o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza gli eventi nel mondo.
Infine, la Definizione di Gerusalemme esclude che confrontare le politiche di Israele con altri fenomeni ed eventi storici, compresi il colonialismo e l’apartheid, possa essere considerato automaticamente come antisemitismo. Anche il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni non possono essere considerati espressioni di antisemitismo, perché costituiscono forme di azione nonviolenta orientate a richiamare Israele ai propri obblighi internazionali e a promuovere la giustizia per i/le palestinesi. Più in generale, le critiche a Israele che alcuni/e possono considerare eccessive o polemiche non sono di per sé antisemite.
Nel suo libro questi fenomeni vengono analizzati utilizzando la categoria di “panico morale”. Cosa si intende con questo concetto e come si collega al tema dell’antisemitismo? Quali sono gli attori che alimentano oggi questo sentimento collettivo e con quali obiettivi?
Il “panico morale” è una categoria sociologica utile per mettere a fuoco i meccanismi di stigmatizzazione, attivati dall’invenzione di nuovi termini o dalla risignificazione di quelli vecchi, che mirano a connotare negativamente alcuni individui e gruppi, presentandoli come “nemici pubblici”. La stigmatizzazione avviene attraverso l’attribuzione di un’etichetta capace di suscitare immediatamente emozioni negative nell’opinione pubblica. L’effetto ricercato è il discredito e l’isolamento della persona o del gruppo preso di mira, a cui si attribuiscono idee o comportamenti ritenuti socialmente inaccettabili.
Dopo Auschwitz, l’accusa di antisemitismo funziona per ovvie ragioni come detonatore di panico morale. Il problema è che in Germania e in Italia, come in molti altri paesi occidentali, il tentativo di silenziare e reprimere le proteste contro il genocidio a Gaza è passato attraverso l’uso distorto dell’accusa di antisemitismo contro chi criticava le politiche del governo israeliano, o inquadrava l’origine e la storia dello Stato di Israele come esempi di un colonialismo di insediamento, orientato alla conquista di territori attraverso l’espulsione violenta della popolazione locale.
Il panico morale è un meccanismo basato sulla stigmatizzazione di un fenomeno percepito come un attacco alle radici stesse di una società: in questo caso, si è cercato di presentare le critiche a Israele come un attacco alla civiltà occidentale nel suo insieme. Chi è stato bollato come antisemita per le sue critiche è stato criminalizzato e disumanizzato.
Il panico morale richiede la mobilitazione di vari “imprenditori”: dalla stampa ai gruppi di pressione, dai politici nazionali ai governi di altri paesi. Diverse ricerche di cui parlo nel libro hanno individuato una distorsione pro-Israele nella presentazione della questione palestinese, soprattutto dopo il 3 ottobre 2023, con la censura di alcune notizie o di alcuni termini considerati tabù, come genocidio e occupazione militare, ma anche con l’adozione di un particolare linguaggio volto a disumanizzare i/le palestinesi e a sminuire la portata di ciò che stava accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Gruppi di pressione pro-Israele o anche rappresentanti dello stesso Stato di Israele sono intervenuti spesso nel dibattito pubblico stigmatizzando singole persone o specifiche forme di protesta, accusate di alimentare l’odio antisemita.
Adottando la definizione dell’IHRA nella raccolta di dati sull’antisemitismo, sia la polizia che varie organizzazioni private hanno fomentato l’allarme per un crescente antisemitismo nei movimenti di sinistra e nelle comunità musulmane, contando nelle statistiche sugli atti di antisemitismo anche espressioni verbali di critica a Israele rilevate in manifesti, graffiti o sui social media. Così, ad esempio, la crescita dei casi di antisemitismo in Germania, passati da 2.016 nel 2022 a 8.627 nel 2024 secondo le spesso citate statistiche RIAS [la rete dei Centri di ricerca e informazione sull’antisemitismo in Germania, ndr], dipende dall’aumento dei casi di “antisemitismo legato a Israele” passati da 633 a 5.857. Inoltre, la definizione dell’IHRA è sempre più spesso utilizzata in Germania per negare la cittadinanza e deportare i residenti con background migratorio, arrivando a minacciare di revocare la nazionalità tedesca a coloro che, in possesso di doppia cittadinanza, non obbediscono alla peculiare richiesta di riconoscere “il diritto dello Stato di Israele a esistere”.
La definizione dell’IHRA, soprattutto in Germania, è stata invocata per silenziare le voci critiche di Israele e per reprimere le proteste pro-palestinesi, ma i suoi stessi estensori avevano dichiarato espressamente che tale definizione non doveva avere valore giuridico. Come si spiega questo cambiamento? Quali sono gli effetti più preoccupanti di questa tendenza?
Il conflitto in corso sulla definizione di antisemitismo va inserito nel quadro delle politiche israeliane di espansione delle colonie in Cisgiordania, negli anni successivi agli Accordi di Oslo, in aperta violazione del diritto internazionale: tali politiche hanno alimentato voci critiche in molti paesi del mondo e all’interno della diaspora ebraica, specialmente negli Stati Uniti e tra le giovani generazioni. Non a caso è soprattutto il Ministero israeliano della diaspora che fa pressione sui governi e sui decisori politici affinché adottino formalmente la definizione dell’IHRA. Non va dimenticato, inoltre, che il Parlamento israeliano a luglio 2018 ha approvato una legge che definisce ufficialmente lo Stato di Israele come “la casa nazionale del popolo ebraico”: questa legge rientra in una visione contestata, che identifica totalmente Israele e l’ebraismo, facendo dello Stato israeliano il rappresentante della diaspora ebraica e spingendo a vedere ogni critica allo Stato come un attacco al popolo ebraico.
Vi sono state anche altre spinte a livello internazionale. L’11 settembre ha dato il via a una “guerra globale al terrore” che, oltre a provocare milioni di morti e a destabilizzare l’area tra il Mediterraneo e l’Afghanistan, ha demonizzato arabi e musulmani: in molti paesi, a partire dalla Germania, gli attacchi razzisti coinvolgono spesso richiedenti asilo, rifugiati o residenti provenienti da contesti a maggioranza musulmana. Alle élite, che si avvicinano sempre di più a posizioni di estrema destra, torna utile accusare le persone con background migratorio di essere antisemite: in questo modo possono autoassolversi dai crimini commessi storicamente dall’antisemitismo europeo, ma anche dalle politiche razziste del presente. Inoltre, l’assolutizzazione dell’Olocausto si accompagna col silenziamento dei crimini del colonialismo, che ha preceduto, accompagnato e seguito la Shoah, e con la paradossale negazione del genocidio in corso a Gaza, di cui tutte e tutti possiamo essere spettatori in diretta attraverso i social media.
Quanto alle conseguenze di questa campagna di panico morale, uno dei terreni più critici è quello della libertà accademica e di ricerca. In Germania, è stata particolarmente criticata l’adozione di una risoluzione parlamentare sull’antisemitismo e sull’ostilità verso Israele nelle scuole e nelle università, presentata nel 2024 da SPD, CDU/CSU, Bündnis 90/Die Grünen e FDP e votata anche dall’estrema destra di Alternative für Deutschland, che chiaramente confonde la critica a Israele con l’antisemitismo.
Persino la moderatissima Conferenza dei rettori ha criticato la proposta di risoluzione, sottolineando che essa “non è oggettivamente necessaria e non è utile nel contesto dell’autonomia universitaria e della libertà accademica”. Sebbene la scelta di una risoluzione parlamentare piuttosto che di una legge abbia permesso di evitare un controllo di costituzionalità, come hanno osservato alcuni giuristi critici, “la risoluzione rischia di vincolare l’accesso alle risorse statali per gli attori della società civile, delle arti e del mondo accademico a una risposta semplicistica a questa controversa questione. Sebbene la risoluzione non sia giuridicamente vincolante, essa può operare indirettamente e ledere di fatto i diritti fondamentali alla libertà di espressione, all’arte e alla scienza”.
L’uso della definizione dell’IHRA nella stigmatizzazione e nella violenta repressione dei movimenti per la Palestina e delle comunità straniere a maggioranza musulmana ha prodotto una grave crisi di fiducia, chiudendo le istituzioni accademiche, culturali e artistiche al dialogo, ma ha anche manifestato una profonda crisi di rappresentanza: la convergenza di tutti i partiti politici (con la parziale e recente eccezione di Die Linke) nella difesa acritica di Israele non è sostenuta dall’opinione pubblica che, nella sua maggioranza, condanna il genocidio palestinese e la fornitura di armi tedesche impiegate a Gaza.
Ma c’è anche un’altra serie di conseguenze, sul terreno del contrasto al razzismo antiebraico, di cui vedremo gli effetti nel corso del tempo. La strumentalizzazione della definizione di antisemitismo sta portando alla perdita di significato del termine. Un “antisemitismo di Stato”, calato dall’alto e utilizzato per censurare chi critica Israele, rischia di produrre irritazione e far tornare in vita vecchie teorie cospirative. L’uso acritico della definizione dell’IHRA, gonfiando le statistiche con casi di legittime critiche alle politiche israeliane, rischia di privarci di statistiche affidabili sulla diffusione dell’odio antiebraico. Infine la difesa dall’antisemitismo, affidata a una destra radicale e razzista oggi allineata con lo Stato di Israele, rischia di essere molto debole.
[Intervista a cura di Matilde Ferrari, chiusa in redazione il 10 febbraio 2026].
Donatella della Porta è professoressa di Scienza Politica, prima preside della Classe di Scienze Sociali e coordinatrice del dottorato in Political Science and Sociology alla Scuola Normale Superiore, sede di Firenze, dove dirige il Centre on Social Movement Studies (Cosmos). I suoi principali temi di ricerca includono i movimenti sociali, la violenza politica, la corruzione, la democrazia e la partecipazione politica.


