Sulla soglia del mare. Pratiche di umanità a Lampedusa

Negli ultimi due decenni Lampedusa è stata trasformata in un luogo di frontiera, di confinamento e di morte per chi attraversa il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Ma è diventata, al tempo stesso, uno spazio di solidarietà, di incontro e di resistenza alla violenza dei confini. Tra le organizzazioni impegnate nell’accoglienza dei sopravvissuti e delle sopravvissute – al deserto, alle carceri e alle milizie libiche, al mare – c’è anche l’Unione Internazionale Superiore Generali (UISG): una presenza comunitaria di suore appartenenti a diverse congregazioni, che dedicano la loro esistenza al supporto spirituale e psicologico dei e delle migranti, tessendo legami con la comunità locale e rispondendo con discrezione ma con costanza alle “emergenze” umanitarie create dalla chiusura delle frontiere. Nella fraternità e nella sorellanza praticata dalle religiose dell’UISG si concretizza l’impegno della Chiesa a restituire dignità a chi viene disumanizzato e criminalizzato per il solo fatto di esercitare la libertà di movimento: ripubblichiamo qui la testimonianza di una Piccola sorella di Charles de Foucauld.
di Colette-Emmanuelle
Tu, mio fratello, mia sorella… per diversi motivi — la guerra, la paura, la povertà o forse solo il sogno di un’altra vita — hai lasciato tutto: il tuo paese, la tua famiglia, inseguendo la speranza di una terra più ospitale. Chi sono io per giudicare? Nemmeno per capire. So solo che oggi le nostre strade si sono incrociate, su questa piccola isola di Lampedusa, dove tanti non riescono nemmeno ad arrivare. Tu ce l’hai fatta, attraversando il mare con la vita tra le mani.
I guardia coste ti raccolgono al largo. Scendete sul molo, uno alla volta e tu, sei uno dei tanti. Ti accolgono prima la polizia, poi il personale medico. Ti mettono addosso una coperta, ti porgono un bicchiere d’acqua, un panino, e poi —quasi sempre — un paio di ciabatte. Perché spesso arrivi scalzo. Infine, una panchina dove riposare il tuo corpo stremato.
Dopo poco, vieni portato al centro di prima accoglienza. È un luogo chiuso, ma lì trovi una doccia, vestiti puliti, un pasto caldo. Non è ancora la fine del viaggio. Un’altra traversata ti aspetta: nove ore per raggiungere la Sicilia. E poi… non so dove andrai. È così che, con il tempo, ho potuto ricostruire i vostri spostamenti, appena prima e subito dopo il nostro breve incontro.
Noi, piccole sorelle, insieme a religiose di altre congregazioni, siamo lì, semplicemente per accogliere: un sorriso, un gesto, un saluto in francese, in inglese o in arabo… un sorso di tè, un paio di ciabatte… ti aiutiamo a camminare. Spesso, il tutto dura appena mezz’ora. Ci incontriamo, ci lasciamo. Eppure, in quell’attimo, qualcosa resta.
Ogni giorno è diverso. Ci sono giorni di silenzio, quando il mare è agitato. Altri giorni, invece, stiamo al porto per ore. Ed è in una di quelle lunghe giornate che qualcosa mi è rimasto impresso nel cuore.
Era mattina presto. Una barca si avvicina alla spiaggia, vicino al centro. La Croce Rossa è già lì ad aspettarli. Fra i migranti scende un papà con il suo bimbo. Un venditore ambulante regala al piccolo un pallone. Nei suoi occhi, una gioia immensa. In quelli dell’uomo, la gratitudine per chi ha voluto donare. Un altro giovane, appena sbarcato ha, tra le mani il kit di benvenuto della Croce Rossa: un succo e un panino. Si siede accanto a me. Mi offre il suo succo. Rifiuto, ma lui insiste. Vuole farmi un dono. Alla fine, accetto. Poi beve un sorso d’acqua e mi porge la bottiglietta. Ci stringiamo la mano. In quel gesto ha ritrovato la sua dignità.
Un po’ più tardi, arriva su una barella una donna ivoriana. Era caduta in mare. È viva per miracolo. Parla francese. Le sto accanto, le tengo la mano. Anche questo, in silenzio, è sollievo. Poco dopo, un’altra barca. Centinaia persone. Due hanno ustioni gravi. Il loro barcone, partito dalla Libia, è andato in fiamme. Sono sopravvissuti, ma sedici non ce l’hanno fatta. Accompagniamo anche loro al dispensario.
Più tardi, mentre aiuto un uomo ad andare ai servizi, lo vedo tirare fuori dal giubbotto un’immagine plastificata della Madonna. La stringe al petto. Mi guarda e sussurra: “È Lei che mi ha protetto”.
Nel pomeriggio torno al dispensario. Ritrovo la donna ivoriana, i due ustionati. Parliamo. Sono momenti intensi, carichi di grazia. Sì, le nostre vite si sfiorano. A volte solo per il tempo di uno sguardo, di gesto semplice: accompagnarti ai servizi, aiutarti a mettere le ciabatte e lasciarmi raccontare dai tuoi piedi la fatica del viaggio. Poi tu riparti…
E io resto, il tuo volto mi resta mentre il cuore custodisce, come un frammento prezioso, quell’incontro breve e vero!


