Quota quaranta per arrivare a sessanta: investire negli asili nido

La disponibilità di asili nido costituisce un grave e ben noto deficit del settore educativo italiano: la questione ha acquisito un peso ancora maggiore a causa dell’emergenza sanitaria in corso. Lo smart working ha, infatti, indotto molti genitori a ripensare il modo di lavorare e conciliare il tempo di lavoro con la gestione dei figli. Ma quali sono stati gli interventi statali in merito di asili? Durante la fase 2 è stato adottato un provvedimento raccomandato dalla Task force governativa guidata da Colao: si è trattato di un provvedimento straordinario finalizzato ad ampliare l’offerta di posti nido con l’intento di accogliere il 60 % dei bimbi in età pre-materna nel giro di tre anni. Nella prima versione resa nota del Piano nazionale, da presentare alle istituzioni europee per poter accedere ai finanziamenti del Recovery fund, fra i 577 progetti compare un intervento analogo, ma rispetto al precedente emergono discrepanze significative in termini di tempi e di costi di realizzazione. In questo articolo pubblicato su InGenere, Francesca Bettio e Elena Gentili propongono una simulazione tramite cui valutare la fattibilità, la sostenibilità finanziaria e l’impatto del provvedimento proposto per il Recovery fund.

 

di Francesca Bettio, Elena Gentili

 

L’intervento straordinario previsto dalla task force Colao per ampliare l’offerta di posti nido pubblici e privati ha forse avuto meno eco sulla stampa dei 557 progetti tirati fuori dai cassetti dei vari ministeri in vista della definizione del piano nazionale da presentare a Bruxelles per poter accedere ai finanziamenti previsti dal recovery fund, il fondo più sostanzioso nell’ambito del programma Next Generation EU. Ma se ne è comunque parlato.  

La task force Colao ha mirato alto, ipotizzando un ampliamento dell’offerta di posti nido – pubblici e privati – tale da poter ospitare il 60% dei bimbi in età pre-materna nel giro di tre anni. Nella lista dei 577 progetti candidati a beneficiare del recovery fund, quello più vicino alla richiesta della task Force Colao compare al n.133 e afferisce al Dipartimento delle politiche per la famiglia della Presidenza del consiglio dei ministri. Al titolo Cofinanziamento per lo sviluppo di servizi educativi per la prima infanzia corrisponde una richiesta di 2,9 miliardi di euro di co-finanziamento e un orizzonte di 5 anni per raggiungere una copertura del 50% dei nidi d’infanzia. Lo scopo dichiarato è aumentare la natalità, ma non manca menzione ai benefici per la conciliazione, l’occupazione femminile, la povertà educativa e le disparità territoriali nelle infrastrutture per l’infanzia. Il dettaglio finisce qua.

Dunque, sessanta o cinquanta percento di copertura? Da realizzare in tre o cinque anni? Un mini balletto di cifre dietro alle quali non sappiamo cosa esattamente si nasconda, e che ci spinge ad ancorare solidamente i piedi per terra. L’obiettivo del sessanta percento è ambizioso e proprio per questo non va abbandonato. Fa da stella polare, indica dove vogliamo arrivare in un futuro non troppo lontano. Ma cosa è veramente fattibile nell’arco temporale previsto per gli investimenti dal recovery fund? (non più di 7 anni). Con quali scadenze per i diversi interventi che un simile progetto inevitabilmente comporta – costruzione delle strutture, formazione degli educatori e così via? E una volta esauriti i fondi europei saremo in grado di sostenere la spesa che l’intervento comporta a regime?

Abbiamo provato a rispondere con una simulazione sull’espansione dell’offerta nidi che unisca fattibilità, cantierabilità, e sostenibilità finanziaria, tre criteri che ci sembrano imprescindibili per una richiesta credibile di finanziamento secondo i canoni del fondo europeo. Ce l’ha reso possibile un (corposo) lavoro già discusso su inGenere che abbiamo aggiornato e adattato alla bisogna.

Fattibilità, innanzitutto. Secondo i dati Istat, all’inizio del 2018, i posti nido pubblici e privati coprivano un bimbo su quattro sotto i tre anni (il 25%). Nella simulazione che proponiamo ipotizziamo quanto segue: 

  • estendere la copertura dei posti nido al 40% nel giro di 6 anni
  • estendere il tempo pieno (40 ore settimanali) a tutti i posti nido – nuovi o vecchi che siano – nonché all’intera scuola materna nel giro di 5 anni.

Con ciò non intendiamo imporre il tempo pieno rigidamente articolato su otto ore per cinque giorni la settimana, quanto piuttosto assicurare la presenza di educatori per un numero di ore sufficiente a garantire orari giornalieri e settimanali flessibili. Ipotizziamo, inoltre, che sia l’estensione di orario che la costruzione di nuovi posti nido siano a carico del settore pubblico: anche in questo caso non c’è un pregiudizio nei confronti di un’eventuale co-espansione dell’offerta privata, bensì una scelta sugli standard educativi.

I costi di un nido gestito dal pubblico sono notoriamente più alti, perché gli standard che si richiedono alle educatrici (o educatori) sono più alti. ‘Pubblico’ va quindi inteso come ‘garanzia degli stessi standard educativi vigenti nel pubblico’, e non necessariamente come ‘gestione pubblica’. Va sottolineato che la disponibilità di educatori adeguatamente formati è una delle ragioni che ci hanno indotto a fermarci a quota quaranta.  

A regime, raggiungere quota quaranta per i nidi e tempo pieno per nidi e materna implica un fabbisogno aggiuntivo di educatori pari a circa 51 mila unità, mentre il sistema universitario ne sforna solo 7500 l’anno (fonte Almalaura). Ipotizzando un incremento dell’attuale offerta formativa tra il 10 e il 20% su base annua, occorrerebbero comunque sei anni per disporre di cinquantamila educatori in più oltre a quelli richiesti dal normale turnover.  

Una seconda ragione per fermarsi a quota quaranta per i nidi è che, da un lato, continuerà a esistere un’offerta aggiuntiva ai medesimi – i nonni in primis, le baby-sitter, le tagesmutter ecc. – dall’altro, i congedi di maternità, paternità e parentali continueranno a ridurre sensibilmente la domanda di nidi nel primo anno di vita: il 40% spalmato su tre anni si avvicina perciò facilmente al 60% nel secondo e terzo anno di vita.

La cantierabilità dell’intervento che simuliamo richiede innanzitutto calendarizzare, anno dopo anno, gli interventi previsti e tradurli in flussi annuali di costi e ricavi. Prevediamo un orizzonte complessivo di 6 anni per la messa a regime dell’intervento: mentre immaginiamo che la costruzione delle strutture che ospitano i nuovi nidi richieda 5 anni, spalmiamo su sei anni l’adeguamento  dell’offerta di nuovi educatori (per coprire l’estensione del tempo pieno e i nuovi nidi), col risultato che costi e ricavi andrebbero a regime nel sesto anno.

Ultima, ma non per importanza, la sostenibilità finanziaria: quanto ci costerebbe tutto ciò? A regime, cioè dal sesto anno in poi, il saldo annuale fra costi e ricavi complessivi comporterebbe un onere per la finanza pubblica pari a 350 milioni l’anno se lo scenario che prevale è quello che abbiamo definito ‘medio’ (come spieghiamo meglio di seguito), mentre sarebbe prossimo allo zero in uno scenario che abbiamo definito ‘ottimista’ (dai 16 ai 17 milioni, per la precisione). Il recovery fund potrebbe finanziare a fondo perduto o a tassi molto bassi i 3,2 miliardi della costruzione di nuovi nidi più la spesa corrente aggiuntiva prevista dall’intervento negli anni di messa a regime. Dal sesto anno in poi avrebbe termine il ricorso al finanziamento del programma, e il maggior onere per il bilancio pubblico sarebbe compreso in una forchetta fra i 350 milioni e i 16/17 milioni. Detto altrimenti, nello scenario ‘ottimista’ l’investimento in nidi si pagherebbe da sé e in quello medio graverebbe sul debito per una cifra modesta se rapportata alla portata dell’intervento. 

Trucchi contabili dietro questi risultati complessivamente incoraggianti? Niente affatto. Come tutti gli investimenti, anche quello in asili nido produce costi ma anche ricavi. I ricavi più importanti sono quelli che non misuriamo con la nostra simulazione: lo sviluppo cognitivo dei bambini che, in media, la scuola dell’infanzia garantisce più e meglio di altre forme di accudimento, la riduzione delle diseguaglianze sociali che l’uniformità degli standard pubblici educativi favorisce, l’educazione a una sana socialità che la scuola è in grado di promuovere, a qualsiasi età.

Ma esistono anche ricavi misurabili che affluiscono per vari rivoli alle casse dello stato. Fra questi troviamo la contribuzione delle famiglie, che abbiamo voluto ancorare al livello attuale. Abbiamo cioè supposto che la retta per posto nido rimanga pari a 1800 euro l’anno rivalutati esclusivamente in base all’inflazione attesa, ovvero ai 200 euro per nove mesi che le famiglie italiane hanno pagato in media nel 2018 per un posto nido. I ricavi che pesano di più sono però di tutt’altro tipo.  Più nidi significa più personale nelle strutture dell’infanzia – educatrici, ausiliari, impiegati amministrativi e così via. Significa anche più mamme che possono lavorare (e qualche padre) perché il nido libera una parte importante del loro tempo. A regime, e in uno scenario ‘medio’ stimiamo un incremento di occupazione complessivo pari a 164 mila unità. Tale incremento genera maggiori introiti per lo stato sotto forma di tasse sul reddito e contributi sociali, in un circolo virtuoso che gli esperti chiamano ‘moltiplicatore dell’investimento’. E a ciò si deve aggiungere una diminuzione della spesa sociale grazie alla riduzione della disoccupazione (o della inoccupazione).   

L’occupazione aggiuntiva delle mamme con figli piccoli fa decisamente differenza nel calcolo dei ricavi, ma qui ci siamo mosse con relativa prudenza. Per esempio, sfruttando i dati più recenti sui tassi di occupazione delle madri con e senza figli al nido, abbiamo ipotizzato che, a regime, nel gruppo delle madri che beneficerebbero dei nuovi posti nido solo una su quattro cerchi e trovi lavoro.

In realtà, ci siamo attenute a stime e ipotesi prudenti in tutte le fasi di questo esercizio di simulazione¹. Proprio per questo ci sentiamo di concludere che l’investimento in nidi non solo offre ritorni sociali elevati – che non abbiamo potuto quantificare – ma garantisce anche ritorni finanziari che ne riducono sensibilmente i costi. Nel complesso, un candidato ideale per essere incluso nel piano nazionale che l’Italia dovrà presentare a Bruxelles agli inizi del 2021 per accedere ai finanziamenti previsti dal recovery fund.

Consulta le tabelle di simulazione

 

Fonte: InGenere, 16 Ottobre 2020.

 

Note

1 Più di quanto abbiamo fatto nell’esercizio originario. Ciò ha significato, tra l’altro, ottenere un saldo netto negativo anche nello scenario intermedio.

 

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