Quanto valgono il petrolio e il gas con la pandemia

Al contrario di quanto succedeva nelle precedenti crisi energetica, quella causata dalla pandemia da Covid-19 ha costretto le aziende energetiche, soprattutto i colossi europei, a svalutare i loro investimenti nei combustibili fossili. Tuttavia, ancora non è chiaro se queste decisioni di svalutazione siano la spia di un radicale cambiamento nelle attività delle aziende in un’ottica transizione verso combustibili più puliti e una riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Ciò che risulta evidente è che la riduzione dei capitali investiti ha evidenziato, da una parte, la sempre più bassa redditività degli investimenti nelle attività tradizionali e, dall’altra parte, l’incertezza del futuro nel settore energetico e tecnologico.

 

di Anilj Raval

Nelle precedenti crisi energetiche i prezzi crollavano ma le aziende continuavano ad avere fiducia nei loro investimenti. Questa volta le cose potrebbero essere diverse, perché le conseguenze della pandemia si faranno sentire ancora a lungo. I dirigenti delle aziende hanno preso misure per contrastare la crisi, ma ora cominciano a guardare al lungo periodo. La Royal Dutch Shell ha annunciato che svaluterà di 22 miliardi di dollari le sue attività. Poco prima la Bp aveva deciso una svalutazione simile per 17,5 miliardi di dollari.

Mentre l’attenzione è concentrata sul crollo delle entrate provocato dal covid-19, le aziende, almeno in Europa, sono convinte che la crisi renderà più rapida la transizione verso combustibili più puliti. “Sanno che alcune loro attività oggi valgono molto meno rispetto a un anno fa. In effetti alcune non hanno più valore”, dice Luke Parker, della società di consulenza Wood Mackenzie. Secondo l’esperto, questi aggiustamenti non sono una semplice operazione contabile, ma il segnale di uno sconvolgimento nel settore che infligge un altro colpo agli investimenti negli idrocarburi. “La domanda potrebbe tornare a crescere e molte aziende cercheranno di accaparrarsi una quota della crescita”, spiega Parker. “Ma non bisogna illudersi, aziende come la Shell e la Bp si stanno avviando al tramonto”. Oggi alcuni dirigenti ammettono che una parte delle loro attività potrebbe smettere di essere redditizia, nonostante le vaste riserve di idrocarburi mai estratti né bruciati.

All’inizio del 2020 il Financial Times aveva stimato che se i governi avessero appoggiato con decisione le iniziative per limitare l’innalzamento delle temperature globali, il valore delle attività del settore energetico non più sostenibili poteva ammontare a 900 miliardi di dollari. Alcuni esperti sostengono che con la pandemia si sta aprendo una nuova era e il valore di queste attività potrebbe essere molto più alto. Anche prima che i prezzi cominciassero a crollare, alla fine del 2019, le aziende petrolifere stavano tagliando le previsioni di crescita e pianificando svalutazioni: il colosso statunitense Chevron prevedeva riduzioni per dieci miliardi di dollari e la spagnola Repsol per 4,8 miliardi.

Secondo molti osservatori i prezzi ipotizzati dalle grandi aziende petrolifere europee, che prima della crisi si attestavano tra i 75 e i 90 dollari al barile sul lungo periodo, erano troppo ottimistici. Le svalutazioni hanno preso atto di un processo di livellamento ormai inevitabile. Altri esperti sostengono che nel caso della Bp, con il suo nuovo amministratore delegato Bernard Looney, questi provvedimenti fanno parte di un piano per fronteggiare la crisi e rendere l’azienda libera di cambiare la sua strategia. Anche la Shell si sta preparando a un’importante ristrutturazione organizzativa. Entrambe le aziende hanno ignorato le pressioni degli investitori e degli ambientalisti, che le accusano di non aver preso misure adeguate per correggere conti e investimenti in vista della transizione energetica. Secondo Nick Stansbury, esperto di materie prime della Legal & General Investment Management, sarebbe un errore credere che un cambiamento nella contabilità segnali per forza un sostanziale cambiamento di strategia.

Attualmente le aziende energetiche europee sono un passo avanti rispetto alle concorrenti statunitensi. In particolare Bp, Shell, Total e Repsol sono almeno in parte guidate dalla transizione energetica e dagli impegni verso le emissioni zero. L’italiana Eni ha ancora un’ipotesi di prezzo di 70 dollari al barile sul lungo periodo, la norvegese Equinor si sta piegando verso gli 80 dollari e questo fa prevedere altre svalutazioni.

 

L’alternativa è reinventarsi

Alcuni investitori sono entusiasti del fatto che le grandi aziende riducono gradualmente le loro attività nel settore degli idrocarburi e massimizzano i ricavi per gli azionisti, ma altri preferirebbero una strategia di diversificazione. “È improbabile che un amministratore delegato possa trovare affascinante il pensiero di liquidare la sue attività”, ha dichiarato Neil Beveridge della società di ricerche Bernstein. “Perché dovrebbero mettersi fuori gioco da sole? L’alternativa per le grandi aziende petrolifere è reinventarsi”. Secondo il centro studi Carbon tracker, la situazione attuale potrebbe quanto meno spingere le aziende a chiedersi se alcuni progetti sono adeguati a un mondo a basse emissioni di anidride carbonica. “Le svalutazioni dovrebbero essere coerenti con una strategia d’investimento che guarda al futuro”, ha affermato Andrew Grant, di Carbon tracker.

Alcuni esperti, tuttavia, sottolineano che un crollo degli investimenti provocherà una contrazione dell’offerta e, almeno in teoria, una ripresa dei pre

zzi. Solo allora si vedranno le vere motivazioni delle aziende energetiche. Si troveranno davanti a una scelta: usare quel periodo per affrettare il passaggio verso un futuro più verde o reinvestire nel settore degli idrocarburi, che comunque costituisce ancora il grosso delle loro entrate.

Secondo un importante investitore attivo nel settore petrolifero, queste decisioni hanno evidenziato “la redditività sempre più bassa dei capitali investiti nelle attività tradizionali” e allo stesso tempo le “incertezze” del futuro, soprattutto per quanto riguarda le energie pulite e le tecnologie a bassa emissione di anidride carbonica. Tutti sono a caccia di indizi su come si concretizzeranno gli impegni a favore della riduzione delle emissioni e come le aziende cambie ranno le loro attività, ma comunque, sostiene un altro investitore del settore petrolifero, l’intero settore si è “già messo in viaggio”.

 

Fonte: Internazionale, 10 luglio 2020.

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