Palestina: nuove narrazioni per un altro futuro possibile

L’attuale situazione in Palestina è caratterizzata da un fatto rilevante, anche se non ufficialmente dichiarato: l’annessione di tutti i territori storici palestinesi da parte di Israele può dirsi compiuta. Tale situazione dovrebbe invitare a rimettere in discussione il paradigma ereditato dagli Accordi di Oslo e, più in generale, ogni approccio alla questione in termini puramente nazionali. Servono, secondo l’autore, nuove narrazioni per riattivare la capacità di immaginare e costruire un altro futuro possibile. Narrazioni che includano anche le dimensioni sociale ed economica dei diritti e della giustizia, e non solo quella politica legata all’identità. Che includano le tematiche legate al genere, al patriarcato e anche alla liberazione sessuale. Che portino a generare una mobilitazione politica dal basso, e trasversale alle appartenenze nazionali, orientata alla liberazione umana complessiva.

 

di Giorgio Gallo

 

Nella scorsa nota si osservava come l’annessione di tutta la Palestina storica da parte di Israele sia ormai un fatto. Che non la si formalizzi cambia poco per la vita dei palestinesi, ma permette di continuare a parlare di processo di pace finalizzato alla costituzione di uno stato palestinese. E questo fa comodo a molti. Alla dirigenza israeliana che può mantenere la brutalità dell’occupazione senza che si parli di apartheid. All’estrema destra israeliana per la quale la vera o presunta paura che il processo di pace porti a uno stato palestinese giustifica la colonizzazione della Cisgiordania. Alla dirigenza palestinese che, attraverso l’ANP, simulacro di stato, garantisce la sua sopravvivenza e i suoi privilegi, svolgendo nei fatti la funzione di sub-contractor per la sicurezza di Israele. Ai sionisti liberali e all’industria del processo di pace, fatta di fondazioni, esperti, consulenti e ONG, che così giustificano la propria esistenza. All’Europa che lo usa come ombrello sotto il quale mantenere rapporti economici, scientifici e anche militari con Israele. Alla lobby israeliana negli USA, alla quale fornisce un comodo alibi morale, permettendole anche di accusare di antisemitismo i sostenitori del boicottaggio di Israele.

Come nella scienza, anche in politica si arriva a un punto in cui è necessario un cambio di paradigma, e sono necessarie nuove narrazioni che aiutino a leggere la realtà e a immaginare nuove direzioni per l’azione politica.

Ripensare le narrazioni che contribuiscono a costruire l’identità delle parti in conflitto è ciò che sta facendo Al-Shabaka attraverso una serie di articoli sotto il titolo “Narrative and Discourse Policy Circle”.

Nel primo di questi articoli, nel settembre 2018, Hazem Jamjoum osserva come troppo spesso nelle realtà coloniali le narrazioni sono centrate sul rapporto di dominazione e oppressione fra colonizzatore e colonizzato. Narrazioni in bianco e nero: un passato idealizzato, un presente di oppressione e ingiustizia; le strutture di potere e dominazione interne alle società nazionali, ad esempio quelle patriarcali, scompaiono, vengono livellate. La visione di “noi” e di “loro” è piatta, omogenea, senza sfumature. Un esempio un po’ schematico ma efficace lo fornisce lo storico Ilan Pappe nel suo libro “Una Storia della Palestina Moderna”. Dall’università di Haifa dove lui insegna si vede tutta la città. Alla domanda ai suoi studenti di associare ciò che vedono con la storia che conoscono, gli studenti palestinesi descrivono “una città che fu un tempo una fiorente città palestinese, ma che fu svuotata e distrutta dagli ebrei nel 1948”. Gli studenti ebrei invece vedono “una città fiorente costruita dove prima regnavano vuoto e distruzione”.

L’idea di liberazione che scaturisce da narrazioni di questo tipo è quella di uno stato indipendente, sovrano e, invariabilmente, nazionale. Il risultato è troppo spesso uno stato dispotico o comunque poco democratico, che mantiene al suo interno strutture di ingiustizia e di oppressione.

Nuove narrazioni sono necessarie per una rinnovata capacità di immaginare il futuro. Narrazioni che includano anche le dimensioni sociale ed economica dei diritti e della giustizia, e non solo quella politica legata all’identità nazionale. Che includano le tematiche legate al genere, al patriarcato e anche alla liberazione sessuale. Narrazioni che portino a generare una mobilitazione politica orientata alla liberazione umana piuttosto che nazionale. Su questa linea si muove, su Logos, il politologo Ian Lustick in un articolo dal titolo “Perché l’annessione sembra un problema e non un’opportunità?”.

Il cambio di paradigma deve necessariamente attraversare la linea di separazione fra arabi ed ebrei. E questo sta in effetti accadendo anche all’interno di Israele. Come osserva, sempre su Logos, l’analista politico israeliano Menachem Klein, più di una generazione dopo Oslo, all’interno di Israele la questione palestinese non è vista come pura questione di politica estera, ma sempre di più come un problema interno. Segni di questo cambiamento si vedono nel ruolo rilevante giocato nella politica israeliana dalla Joint List (che unisce i 3 principali partiti arabi e Hadash, il partito di sinistra arabo-ebraico), che nelle ultime elezioni ha ottenuto 15 seggi. E si vedono anche nel cambiamento di atteggiamento degli israeliani moderati o di sinistra, che cominciano a considerare una accresciuta partecipazione araba al voto non come una minaccia, ma piuttosto come una componente essenziale nel contrasto alla destra ultranazionalista.

È sempre più necessario che i palestinesi, nell’immaginare un futuro possibile, non si lascino intrappolare dalle logiche di un presunto “realismo”, quel realismo che ha garantito finora il mantenimento dello status quo. Ma soprattutto che, superando l’attuale frammentazione, riescano a costruire e a coltivare una cultura del consenso che permetta di arrivare a una comune visione del futuro, rompendo la paralisi imposta dall’attuale leadership.

È ciò che sostiene Yara Hawary, che, su Al-Shabaka, immagina la possibilità di creare un nuovo consenso, che parta dal basso, e che coinvolga tutta la popolazione e non solo i notabili. Un consenso di questo tipo si è realizzato, ad esempio, durante la prima intifada, che ha visto una partecipazione diffusa, risultato di anni di organizzazione dal basso, con la rottura e la messa in discussione delle vecchie strutture di potere patriarcali. Non a caso molto rilevante è stato il ruolo delle donne. Un’altra forma di organizzazione politica dal basso è quella che ha portato al BDS con le sue richieste centrate non tanto sullo stato nazionale, quanto sulla fine dell’occupazione e della colonizzazione, sulla piena uguaglianza per tutti i cittadini di Israele, arabi o ebrei, e sul riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

 

Fonte: In Dialogo, notiziario della Rete Radiè Resch, Associazione di solidarietà internazionale, dicembre 2020.

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