Né retorica né benessere: l’apprezzamento come valore

Pubblichiamo la seconda parte della riflessione del filosofo Christian Bermes sul senso etico-sociale dell'”apprezzamento”. Qui la prima parte dell’articolo.

 

di Christian Bermes

Apprezzare qualcosa per comprenderne il valore

L’apprezzamento non può intervenire solo in modo correttivo nei confronti del risentimento come travisamento dei valori. E, infatti, si oppone anche al disprezzo come forma di svalorizzazione. Friedrich Nietzsche illustra forse una delle posizioni più estreme del disprezzo, quando descrive il seguente carattere fittizio in questo modo: l’uomo sprezzante “dinanzi alla opinione è più freddo, più duro, più sicuro e impavido; a lui mancano le virtù collegate al rispetto e all’essere rispettati […] egli non vuole un cuore partecipe, ma un servitore, utensili; nel rapporto con gli altri egli è sempre intento ad utilizzarli”1. Il disprezzo si esprime in una smodata strumentalizzazione in cui l’altro non è semplicemente l’oggetto di un’azione (ciò non è insolito e accade molto spesso). Piuttosto, l’altro è ridotto alla sua pura presenza come materiale. E proprio qui sta il punto: nell’apprezzamento non si vuole ‘fare’ qualcosa con del materiale in modo che aumenti di prezzo, ma si vuole ‘apprezzare’ qualcosa per comprenderne il valore.

L’apprezzamento non si oppone solo a tendenze sbagliate: esso delinea anche la razionalità pratica. In altre parole, l’apprezzamento uniforma la prospettiva della nostra visione pratica del mondo e il bilancio del nostro agire e delle nostre motivazioni. Chiaramente, è naturale intendere l’apprezzamento anche nei termini di una interazione sociale come una determinata forma di riconoscimento, e quindi descriverlo in modo sociologico e socio-psicologico, in modo da portare alla luce i riferimenti in merito alle rispettive culture e quindi anche in modo da capire le relazioni di potere, in cui gli apprezzamenti sono coinvolti2. Qui si tratta di quell’analisi non facile e impegnativa che mira a comprendere come nascano identità collettive e come esse vogliano essere riconosciute, quali patologie possano portare a un fallimento del riconoscimento e a quali condizioni, invece, questo processo può riuscire.

Ma l’apprezzamento come pratica – e questo dovrebbe essere uno dei suoi contributi particolari al profilo della ragion pratica – non si lascia ridurre a questa prospettiva. Questa prospettiva non viene esclusa ma, al tempo stesso, non è esaustiva. Infatti, chi è capace di apprezzamento, sa che il particolare concreto viene prima dell’universale. Quando apprezziamo l’apertura con cui qualcuno riceve un’ospite, quando ammiriamo la calma con cui qualcun altro affronta le avversità quotidiane, quando onoriamo la coscienziosità con cui qualcun altro ancora si occupa dei suoi affari, esprimiamo un apprezzamento che si riversa su un concreto preciso (e non su un altro) e che cerca di comprenderne il valore.

Si tratta di una facoltà di giudizio acuita grazie all’esperienza che, secondo Immanuel Kant – e tuttavia in contrasto con la sua idea di etica – forma la razionalità pratica: “Un medico, un giudice, un uomo di Stato può avere nella testa molte belle regole mediche, giuridiche, politiche, tanto da poterne essere egli stesso un profondo maestro, e tuttavia all’applicazione sbagliare facilmente, o perché manchi di giudizio naturale (sebbene non manchi di intelletto) e comprenda sì l’universale in abstracto ma non sappia decidere se un caso particolare vi rientri in concreto, o anche per non essere stato sufficientemente indirizzato a un tale giudizio mediante esempi e casi pratici”. Questa, infatti, è per Kant l’utilità degli esempi: “che acuiscono il giudizio”3.

 

Individualità e specificità

L’apprezzamento ha un effetto correttivo in caso di “deragliamento”, offre modelli in relazione alla razionalità pratica e opera in senso qualificante nei confronti dell’altro che viene apprezzato. Infatti, l’altro non viene apprezzato come un caso tra tanti, ma nella sua individualità concreta. Particolari prestazioni dei lavoratori possono essere ricompensate con indennità e giorni di ferie aggiuntivi, il successo dei lavoratori di una banca incentivato con dei bonus, o può succedere anche che gli insegnanti di una scuola che si è distinta in modo particolare in un test di rendimento internazionale vengano elogiati pubblicamente. Ma questi sono davvero casi di apprezzamento?

Sicuramente si tratta di forme di riconoscimento e, forse, si tratta anche di forme di omaggio verso la reputazione e l’immagine di qualcuno. Ma l’apprezzamento non si ha quando qualcuno viene valutato e poi premiato. L’apprezzamento in senso proprio si ha quando l’altro viene apprezzato nella sua specificità. C’è differenza tra il riconoscimento delle prestazioni eccezionali di un insegnante nella sua classe e l’apprezzamento che genitori e alunni dimostrano verso l’insegnate come persona. Le prestazioni dell’insegnate possono essere fatte oggetto di quantificazione, l’apprezzamento, invece, risulta da una valutazione.

 

Uscita dai vicoli ciechi del presente

Al di là dell’ordinario, l’apprezzamento qualifica una specificità concreta senza misura. In un’era in cui senza misurazioni quantificanti quasi nulla viene riconosciuto valido, l’apprezzamento risulta essere provocatorio e rompe gli schemi – così come fa, in un certo senso, anche la seguente riflessione di Hannah Arendt, una riflessione che può essere letta come indicazione sulla funzione politica dell’apprezzamento.

Arendt suppone che dai tempi di Karl Marx siamo abituati a non fare più alcuna differenza tra interessi e opinioni. Chi esprime un’opinione, esprime già anche un interesse e viceversa. Proprio in un tempo come il nostro, particolarmente caldo a livello comunicativo, sembra non esserci quasi più differenza tra stati d’animo ed opinioni, così come tra opinioni e interessi. Ciò è dimostrato in modo inequivocabile dalle discussioni sulla cultura della lingua e del dibattito che giustamente affrontano questa problematica4. Proprio a questo proposito il contributo e il monito della Arendt si mostrano particolarmente rilevanti: “Gli interessi sono politicamente significativi solo se sono interessi di gruppo. Per regolarli occorre solo che il loro carattere parziale, cioè il fatto di essere parte di un tutto, venga tutelato, in modo che nessuno di questi interessi di gruppo può mai diventare dominante, neanche nel senso di un interesse della maggioranza. Le opinioni, invece, per definizione, non possono mai essere opinioni di gruppo, ma solo di un singolo”. In questo senso per la Arendt la cosiddetta “opinione pubblica, in verità, è la morte di tutte le opinioni e della formazione delle opinioni”5.

Questa riflessione della Arendt sembra anacronistica, perché l’azione politica moderna sembra non poter fare a meno della demoscopia e, così, opinioni e interessi vengono equiparati. Siamo troppo abituati a questa indifferenza, così che il monito della Arendt si rivela essere giustamente provocatorio. Gli interessi possono essere rispettati e si lasciano bilanciare; le opinioni personali possono essere apprezzate e devono dimostrarsi valide. E non c’è niente di più importante che distinguere tra stati d’animo carichi di risentimento e opinioni. Chi è capace di apprezzamento sa fare anche questa distinzione.

Con l’apprezzamento l’ordine sociale diviene un tema propriamente politico, non riducibile all’economia o al diritto. Ed è per questo che l’apprezzamento può delineare una via d’uscita dal vicolo cieco del presente. Al di là della politica identitaria da un lato, e dell’amministrazione degli interessi dall’altro, la categoria della persona diviene nuovamente visibile come idea regolativa dell’azione politica.

 

Christian Bermes è professore ordinario di Filosofia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Koblenz-Landau, nonché editore della Zeitschrift für Kulturphilosophie e dell’Archiv für Begriffsgeschichte.

 

Fonte: Die Politische Meinung, n. 562/2020 (traduzione di Giovanna Caruso)

 
Note

1 Friedrich Nietzsche: Frammenti postumi 1884-1885, trad. it. Sossio Giametta, Volume VII, tomo III delle “Opere di Friedrich Nietzsche”, Adelphi, Milano 1975, p. 185.

2 Cfr. Charles Taylor, Multikulturalismus und die Politik der Anerkennung, S. Fischer Verlage, Frankfurt am Main 1993; Axel Honneth, Kampf um Anerkennung. Zur moralischen Grammatik sozialer Konflikte, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2012.

3 Immanuel Kant, Kritik der reinen Vernunft 1781/1787 (trad. it. Critica della ragion pura a cura di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice, Laterza, Roma-Bari 2007), pp. 133-134.

4 Cfr. Christian Bermes, Wandel der Sprach- und Debattenkultur. Verbindlichkeit – Artikulation, Meinung, Veranstaltung der Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin 2019.

5 Hannah Arendt, Über die Revolution, 1963 (trad. It. Sulla rivoluzione, a cura di M. Magrini, Einaudi, Torino 2009), pp. 278, 279.

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