Innovazione sociale per il mondo post-Covid-19

di Simone D’Alessandro e Pietro Guarnieri

 

Facciamo un passo indietro. Prima che il mondo fosse sconvolto dal Covid-19, l’11 Dicembre 2019 la Commissione Europea presentava l’European Green Deal. Certo, molti movimenti e parte della comunità scientifica (tra cui chi scrive) ne criticavano l’impianto generale e alcune delle proposte messe in campo. Ma quel documento rappresentava un’assunzione di responsabilità. L’Unione Europea doveva affrontare due grandi sfide: la riduzione degli impatti ambientali al di sotto delle soglie dei limiti planetari, comprese le emissioni di gas serra, e la creazione di un’economia resiliente ed equa che potesse offrire prosperità a tutti. La crisi del Covid-19 ha congelato il dibattito e oggi, nei giorni in cui si fanno i piani per il rilancio dell’economia europea, sembra che quella presa di coscienza sia lontana anni luce.

 

Limiti planetari

 

La pubblicazione del Recovery Plan for Europe mette l’accento ancora più di prima sulla necessità della crescita come unica via d’uscita. È anche vero che la situazione attuale apre a diverse opportunità che, tuttavia, rischiano di essere vanificate o addirittura di portare a risultati controproducenti: occorre tener conto delle interazioni molteplici che interventi così ingenti possono avere, specie se convogliati prioritariamente su obiettivi di crescita “monodimensionali”, che ripropongo l’approccio addirittura precedente la proposta del Green Deal europeo. Gli ultimi decenni ci insegnano che nonostante le buone intenzioni, la crisi climatica e quella sociale non accennano ad affievolirsi. E allora vale forse la pena di provare a sfruttare questa crisi per ribaltare le priorità dell’agenda politica.

 

Recovery Plan for Europe

 

Un utile esercizio è quello di confrontarsi con possibili scenari, per provare a comparare “relativamente” la capacità delle varie strategie di raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. In un recente contributo abbiamo confrontato tre scenari alternativi per valutare gli effetti diretti e indiretti (fino al 2050) di differenti mix di misure sociali e ambientali. Da questo studio emerge che le politiche per la crescita verde non sono in grado di accelerare la crescita economica, perché tendono a peggiorare le condizioni sociali, a meno di interventi aggiuntivi diretti a sostenere il lavoro e la distribuzione del reddito. Tuttavia, è proprio l’incapacità di centrare gli obiettivi di crescita che renderebbe possibile la riduzione consistente delle emissioni. D’altra parte, se la crescita verde davvero inducesse crescita, i vantaggi ambientali sarebbero anche minori.

Abbiamo chiamato questo effetto “il paradosso della crescita verde”. In questo quadro, politiche come la riduzione dell’orario di lavoro, posti di lavoro pubblici creati al fine di ridurre i consumi di energia fossile (ciclabili e altre infrastrutture per la mobilità sostenibile, miglioramento della classe energetica degli edifici, ecc.) possono contribuire significativamente ad armonizzare il raggiungimento degli obiettivi ambientali con la riduzione delle disuguaglianze. D’altro canto, una moderata riduzione complessiva dei consumi, che possa contribuire a ridurre drasticamente il flusso di materie prime, risulta decisiva anche a costo di ridurre la crescita del PIL.

Come tutte le crisi, anche questa che stiamo vivendo svela contraddizioni e dischiude opportunità legate al superamento di quelle contraddizioni. L’isolamento sociale ci ha riportato in contatto con i bisogni legati alla libera disponibilità nella fruizione del tempo e delle relazioni. Lo ha fatto rimarcando il peso delle disuguaglianze. Qualcuno ha potuto approfittare del tempo guadagnato per le attività in famiglia e per le relazioni parentali; altri – e in particolare le donne – quelle relazioni e quelle attività hanno finito per subirle più di prima. Qualcuno ha colto il telelavoro come occasione per riorganizzare in modo “smart” le proprie attività lavorative; altri si sono trovati in condizioni precarie, nella necessità di lavorare giorno e notte senza soluzione di continuità. C’è chi ha perso il lavoro e chi ha continuato a dover uscire per andare a lavorare, sopportando magari turni o carichi di lavoro ancora più gravosi. Qualcuno è riuscito a sperimentare nuove forme di cura di sé, per esempio attraverso pratiche di autoproduzione di cibo; altri sono rimasti senza la possibilità di fare la spesa. Tutti abbiamo sentito la solitudine, senza la possibilità di raggiungere i nostri cari, ma alcuni l’hanno sentita di più, abbandonati senza reti di protezione.

Usciamo dal lockdown con la consapevolezza di essere stati in grado di adattarci a vivere con meno, rinunciando a un’ampia fetta dei nostri consumi e delle nostre attività consuete, e riguadagnando tempi, forme e stili di vita di cui, forse, ci eravamo persino dimenticati di aver bisogno. Ma sappiamo anche che le conseguenze economiche che inevitabilmente seguiranno, in un sistema fortemente dipendente dalla crescita come il nostro, avranno conseguenze drammatiche che, nuovamente, saranno i più vulnerabili e i più esposti a dover pagare, e che metteranno a rischio la coesione sociale. Politiche alternative improntate all’innovazione sociale possono rappresentare quella discontinuità rispetto al passato capace di eliminare i presupposti strutturali per cui il Covid-19 ha avuto e continuerà ad avere impatti asimmetrici e iniqui.

Da questo punto di vista, la riduzione dell’orario di lavoro rappresenterebbe una chiave di svolta capace allo stesso tempo di ridurre gli impatti della crisi sull’occupazione – e quindi sulla distribuzione del reddito – ma anche di restituire alle persone la possibilità di riorganizzare i propri tempi di vita rimettendo al centro il proprio benessere e la cura dei rapporti interpersonali, favorendo la riduzione delle emissioni.  Coerentemente, anche al fine di evitare che la riduzione dello stipendio finisca con il penalizzare le persone più esposte – l’adozione di un reddito universale di base potrebbe favorire l’adozione, da parte di imprese e lavoratori, di questa riorganizzazione dell’orario di lavoro. In questa prospettiva, ci sembra quanto mai importante prendere in considerazione l’introduzione del reddito di cura come proposto negli ultimi mesi da molte reti del movimento femminista. Un reddito universale, che superi le difficoltà di implementazione di tutti i benefici selettivi, ma differenziato in base al tempo che le persone dedicano alle attività di riproduzione e di cura.

 

Global Women’s Strike

 

Questi sono solo esempi: alcune idee di come la discussione sul nostro futuro debba tenere conto concretamente della nostra capacità di riorganizzare i modi e i tempi della nostra vita. Se non saremo in grado di elaborare criticamente l’esperienza vissuta, i problemi che ci troveremo ad affrontare d’ora in avanti non potranno che riproporci, in maniera ancora più drammatica, le crisi socio-economiche e ambientali che avevamo già l’urgenza di risolvere nel mondo pre-Covid-19.

 

Simone D’Alessandro è Professore Associato di Economia Politica presso il Dipartimento di  Economia e Management dell’Università di Pisa. Il suo lavoro negli ultimi anni si è focalizzato sulle misure per promuovere la transizione verso la sostenibilità ecologica e l’equità sociale, ricerca portata avanti in qualità di coordinatore dell’area l’area Societal Transition for a Sustainable Economy presso il REMARC.

Pietro Guarnieri è Assegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa. La sua ricerca riguarda principalmente la deliberazione normativa nelle decisioni economiche, pro-sociali e pro-ambientali e comprende gli ambiti dell’economia comportamentale e sperimentale, la filosofia della scienza e dell’economia, la teoria delle istituzioni e la sostenibilità ambientale.

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