Dietro i migranti, il petrolio: cosa è in gioco nel conflitto libico (seconda parte)

Pubblichiamo la seconda parte del reportage sulla situazione in Libia, tra questioni geopolitiche, petrolio e controllo delle migrazioni, realizzato per Scienza & Pace Magazine dal regista e documentarista Michelangelo Severgnini, promotore del progetto Exodus. Fuga dalla Libia. Qui la prima parte del reportage.

 

 

 

Il ruolo del governo libico di Tripoli

Nell’articolo “Accordo Italia-Libia sui migranti: il mistero dei 5 miliardi (per Tripoli)“, su L’Avvenire del 31 ottobre 2019, Nello Scavo ha scritto che “negli ultimi anni Roma ha elargito ai libici almeno 150 milioni solo per la cosiddetta Guardia costiera e per “migliorare” le condizioni dei diritti umani”. Ipotizziamo, dunque, una somma media di 50 milioni l’anno.

Mustafa Sanalla ha quantificato in 750 milioni di dollari il valore del petrolio libico trafugato dalle milizie ogni anno. Fino allo scorso gennaio, Italia e Turchia erano stati i paesi verso cui confluiva presumibilmente questo petrolio, attraverso la triangolazione di Malta e la collaborazione delle mafie in Italia: indagini aperte in diverse procure italiane, oltre d alcuni rapporti delle Nazioni Unite, offrono ormai numerosi dettagli su questo circuito criminale.

50 milioni di euro l’anno potrebbero essere stata un adeguato “compenso” per le milizie, impegnate oltre che nel controllo dell’immigrazione anche nel contrabbando, almeno fino allo scorso gennaio? Solo ulteriori inchieste potrebbero accertarlo. Noi possiamo solo ricordare che il petrolio libico venduto illegalmente vale meno dei 750 milioni annui stimati da Sanalla e che, comunque, il ricavato va diviso con una pluralità di soggetti implicati.

Il ruolo del governo di Tripoli in questa complessa partita sarebbe quello di garantire la sostanziale impunità sul terreno per i trafficanti: senza questa impunità, sarebbe impossibile trafugare una simile quantità di petrolio. Grazie all’impunità sul terreno, le milizie possono trarre ulteriori profitti anche dallo sfruttamento dei migranti che, con i pozzi petroliferi attualmente bloccati, sta recuperando nuovamente di importanza. Dello sfruttamento dei migranti nessuno chiederà loro di rendere conto, come dimostrano il mancato arresto di vari criminali legati alle milizie, colpiti dai mandati di cattura internazionali.

Così stando le cose, solo superando il governo al-Sarraj e smantellando le milizie a cui questi deve il suo potere sarà possibile immaginare un miglioramento delle condizioni dei migranti in Libia. Non è solo questione di centri di detenzione dove avvengono gravi violazioni dei diritti. È questione di impunità generale e libero sfruttamento spinto fino alla riduzione in schiavitù. È questione di arrestare trafficanti e criminali in Tripolitania, cosa che stava facendo l’Esercito Nazionale Libico, e non incorporare quei criminali nelle istituzioni di Tripoli, come fatto negli ultimi anni; e come continua a fare il ministro degli Interni di Tripoli, Fathi Bashagha, come nel caso recente del criminale vicino all’Isis Mohamed Salem Bahron promosso a capo della sezione investigativa sui traffici criminali. Assurdo pensare che questi criminali, incaricati di simili ruoli istituzionali, arrestino i loro complici.

È questione di portare avanti, a livello di Nazioni Unite, una linea di azione coerente a favore della pacificazione del paese: va in tutt’altra direzione, a mio avviso, la decisione di esautorare il precedente inviato per la Libia, Ghassan Salamé, per spianare la strada a Stephanie Turco Williams, un “falco” del governo Trump, grande sostenitrice delle milizie libiche (probabilmente perché considerate garanzia che il petrolio libico non finisca a Paesi non NATO).

È questione, infine, per noi Europei di cambiare prospettiva e affinare lo sguardo. Fintanto che, guardando i giovani africani stesi sui ponti delle navi di salvataggio, penseremo che “il problema” per noi stia tutto lì, continueremo a vedere solo un pezzo della storia e, soprattutto, non capiremo chi e perché usa i migranti come partita di scambio di un gioco economico-politico ben più vasto.

Evacuazione degli africani dalla Libia: una sfida storica ormai abbandonata?

I giovani africani neri che si trovano intrappolati in Libia chiedono “evacuazione”: Exodus registra e diffonde, ormai da tre anni, le loro voci. Chiedono di essere liberati ed evacuati dalla Libia con mezzi consoni, nel caso specifico con aerei. La maggioranza di loro chiede di essere riportata nel paese di origine. Per gli altri, inclusi i 60mila richiedenti asilo presenti in Libia, occorrerà pensare a un’evacuazione aerea verso l’Europa o verso altri paesi realmente sicuri. Ma si tratta di una piccola parte rispetto ai 700mila subsahariani presenti sul suolo libico, tutti quanti ormai intrappolati da anni alla mercé delle milizie, senza poter andare avanti e senza poter andare indietro.

Forse il seguente messaggio vocale ci può aiutare meglio a capire la situazione e le reali aspettative di questi giovani. Ci è stato inviato da un ragazzo somalo arrestato dalle milizie lo scorso mese e trasferito nel centro di detenzione libico di Zintan. Si noterà nel messaggio che la sua paura maggiore è che le milizie, quelle “governative” per usare un ossimoro di moda in questi tempi in Libia, lo rivendano a banditi e trafficanti di uomini.

Anche questa è una prassi ormai consolidata negli anni. Lui è uno di quelli che al mare non ci arriverà mai, uno di quelli che senza un’evacuazione resterà certamente indietro, finché ne avrà le forze. Come lui ci sono centinaia di migliaia di giovani ragazze e ragazzi.

Siamo della comunità somala in Zintan. Zintan è una prigione lontana da Tripoli, circa 130 km dalla capitale. Siamo stati registrati [dall’UNHCR, ndr] 3 anni fa ormai. Perciò abbiamo bisogno di ricollocamento da parte della comunità internazionale e dell’Unione Europea.

Come sapete, in Libia c’è un conflitto tra due parti, perciò abbiamo bisogno immediatamente di evacuazione, il più presto possibile, perché la nostra vita è molto dura. Sia per mangiare e bere è dura, non abbiamo i servizi igienici e un posto coperto. Dormiamo all’aperto, giorno e notte.

Pertanto, siccome siamo Somali, richiediamo a tutti i governi dell’Unione Europea di guardare ai nostri casi in modo appropriato. […]. Il mare è molto pericoloso, è molto rischioso.

Sto molto male, ho un’infezione alla fistola, ho bisogno presto di un’operazione. Se l’UNHCR non viene e non lavora per noi, è pericoloso. Temiamo i banditi e i trafficanti di uomini la notte. A volte vengono di notte e si prendono i migranti che vengono venduti a loro.

Quindi abbiamo bisogno di essere evacuati presto dalla prigione. Abbiamo bisogno che l’Unione Europea o la comunità internazionale ci evacuino. Questo è un inferno [dice “paradiso” per sbaglio, ndr]. Assisteteci il prima possibile. Sono in Libia da 4 anni, sono stato registrato 3 anni fa. Se l’UNHCR non lavora e non viene da noi, qualcuno è sul punto di diventare pazzo, qualcuno è pronto a morire. Quindi assisteteci il prima possibile. Per favore, abbiamo bisogno di una risposta, il prima possibile.

Purtroppo, il 23 settembre scorso, l’Unione Europea ha ribadito di avere un’idea diversa su come affrontare i fenomeni migratori. Il nuovo Patto su migrazioni e asilo, annunciato dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e dalla Commissaria per le migrazioni Ylva Johansson, vuole superare le rigidità del Regolamento di Dublino affermando i principi di “redistribuzione” e di “solidarietà obbligatoria”. Ma lo fa al prezzo di rafforzati accordi di cooperazione con i paesi di partenza e di transito (per prevenire arrivi), di più severe misure di controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea, di procedure accelerate di “valutazione” della fondatezza delle richiese di asilo di fatto sulla base del paese di provenienza.

Come i messaggi degli africani prigionieri in Libia fanno chiaramente intendere, il problema è un altro e non viene minimamente toccato dal nuovo Patto: il problema è che le politiche migratorie europee sono una forma di selezione naturale. Si accoglie (salvo poi allontanare in assenza di visibili requisiti per l’asilo) solo chi è riuscito a sopravvivere alla Libia e alla traversata del mare. Si accoglie solo chi ha la fortuna di avere alle spalle una famiglia in grado di pagare l’ennesimo tentativo di attraversamento, finanziando le reti dei trafficanti, che in questo modo continueranno i loro affari.

Chi intende seriamente fare domanda di protezione internazionale in Europa dovrebbe poter raggiungere la sponda settentrionale del Mediterraneo in aereo, su voli regolari in partenza da Tripoli o da altre città verso le principali capitali europee, senza dover prima rischiare la vita in mare. Chi invece vuole essere rimpatriato dalla Libia verso i paesi d’origine, deve poterlo fare, invece di vedere come unica alternativa quella di rischiare la vita in mare, per poi essere comunque rimpatriato a distanza di qualche tempo.

Se vogliamo scomodare la parola “solidarietà”, queste sono le consegne affidate a Exodus dagli africani in Libia.

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