Brevi note sull’ignoto

di Alessandro Volpi

 

Una crisi nuova

La crisi pandemica rappresenta davvero un balzo verso l’ignoto. Sono tanti infatti gli elementi nuovi che porta con sé e che risultano, per molti versi, sconosciuti alla nostra storia, in particolare a quella recente, in cui non si sono registrati fenomeni di paralisi così totale. Non hanno registrato paralisi produttive e sociali di questa portata neppure i conflitti durante i quali, anzi, non di rado le produzioni e soprattutto la produttività sono cresciute in maniera sensibile. Anche le relazioni sociali, proprio durante i conflitti, si sono intensificate, hanno determinato maggiori “assembramenti” di persone, spesso drammatici (dagli sfollamenti, ai rifugi antiaerei, ai campi di concentramento), che hanno operato però nella direzione di un rafforzamento del senso di appartenenza e di comunità, messo a dura prova, ora, da un certo meno doloroso, ma sicuramente straniante distanziamento sociale.

Un sistema produttivo e sociale costruito sulla diffidenza, che proprio il distanziamento sociale vuole rendere asettica e “sanitarizzare”, distinguendola inevitabilmente da un’idea più familiare, e partecipata in termini affettivi, di “distanza”, risulta una assoluta novità certo difficile da far funzionare come dimostrano alcuni dati evidenti. Il primo è costituito da una brutale distruzione di reddito. La paralisi comporta un abbattimento del PIL italiano nel corso di un anno di dieci punti percentuali, una caduta, peraltro stimata in difetto, ben più verticale di quella successiva alla crisi del 2008. Si tratta del venir meno di quasi 200 miliardi di reddito in pochi mesi che determina pesantissimi effetti sulla capacità di acquisto degli italiani e, più in generale, sulla tenuta sociale. Solo per ricorrere ad un confronto con la già ricordata crisi del 2008, la distruzione di reddito non arrivò a 100 miliardi nel giro di due anni.

Per far fronte ad una caduta siffatta, il nostro paese ha conosciuto negli ultimi tre mesi un forte incremento della spesa pubblica. Sono circa 7 milioni i lavoratori in quella che potremmo definire “Cassa Covid”, l’insieme delle forme di ammortizzatori sociali rivolti a soggetti bloccati dall’epidemia, a cui si aggiungono i bonus, dei quali si ipotizza l’aumento a 800 euro, la sempre più concreta prospettiva di un reddito di emergenza diretto a un milione di nuclei familiari, e il perdurante reddito di cittadinanza. Permangono anche le agevolazioni fiscali a vaste categorie di popolazione, che possono essere considerate strumenti indiretti di sussidio, e il complesso delle voci assistenziali, già strutturalmente assai gravose per il bilancio dello Stato. Nel giro di un mese e mezzo il governo ha impegnato, e solo in parte liquidato, una somma pari ad almeno 3 volte le ultime leggi di bilancio, se si tiene conto del fatto che in tali leggi, tolte le clausole di salvaguardia, restavano 6-7 miliardi di euro. Si tratta di una spesa complessiva che viene inserita nell’esercizio finanziario 2020 ma che, è probabile, debba restare in buona parte a regime almeno per un biennio: una spesa che è indispensabile per la tenuta sociale del paese. A ciò si deve sommare la partita delle garanzie per i prestiti alle imprese, che incontra varie difficoltà per alcuni ritardi del sistema bancario e per la natura stessa del nostro tessuto economico, caratterizzato da un capitalismo molecolare a cui, spesso, non bastano neppure garanzie altissime, peraltro in larga parte ancora da iscrivere nel bilancio dello Stato, e sottoposte ad una normativa ancora molto asfissiante. È probabile, quindi, che questo sistema di garanzie debba essere ripensato e integrato da forme più agevoli e dirette di sostegno a fondo perduto, sull’esempio di altri paesi, per evitare il tracollo di interi settori.

Nel frattempo si sta erodendo la base fiscale per la drastica riduzione delle capacità di pagamento di una parte rilevante dei contribuenti. Anche gli enti locali, scontando in larga misura simili difficoltà, perderanno gettito e avranno bisogno di aiuto per non fallire. Affrontare il tema fiscale in piena epidemia è davvero molto complicato perché è quasi impossibile capire quale sarà la base imponibile reale di cui si potrà disporre per applicare il prelievo. Come accennato, stiamo attraversando una situazione di paralisi produttiva protratta che genera un’inevitabile erosione di reddito e dunque rende assai improbabile qualsiasi simulazione in termini di capacità di gettito e, soprattutto, di vera valutazione delle condizioni del paese a cui applicare le imposte. Peraltro, anche rispetto all’eventuale introduzione di patrimoniali, ben diverse dai ventilati “contributi di solidarietà” prelevati sul reddito, in questa fase è altrettanto complesso capire quale sarà la svalutazione reale degli asset, da quelli finanziari a quelli immobiliari, e sembra improbabile, purtroppo, un accordo in sede europea contro la concorrenza fiscale.

C’è poi un ulteriore dato, rappresentato dal crollo del prezzo di quasi tutti i beni “rifugio”. Si è azzerata di fatto l’inflazione e, per la prima volta nella storia, ad aprile e a maggio il petrolio, WTI in particolare, è entrato in territorio negativo, con il paradosso che i venditori sono stai disponibili a pagare 37 dollari al barile ai compratori. Stiamo vivendo, in altre parole, in un mondo ignoto in cui i prezzi fatte salve poche eccezioni, si sono congelati e l’inflazione ha smesso di svolgere la propria funzione economica nel fornire una prospettiva agli investimenti e nel rendere meno pesante il debito. Al tempo stesso, però, la fine dell’inflazione ha reso decisamente meno pericolosa la svalutazione monetaria, soprattutto per le divise forti.

 

Che fare?

La crisi pandemica, dunque, apre scenari nuovi e decisamente complessi che devono essere affrontanti con una visione inevitabilmente originale. Se è crollata la produzione di reddito, se gli strumenti fiscali sono difficilmente utilizzabili e se la spesa pubblica lievita, dove si trovano la risorse per provare a uscire da una simile situazione? Il vero nodo della discussione di questi mesi sul Recovery Fund e sugli altri strumenti europei è costituito proprio dal tema delle risorse. Sembra davvero difficile pensare che il fondo possa essere finanziato con un sensibile incremento del bilancio comunitario, a partire dall’inizio del prossimo anno, perché rintracciare le garanzie di 2000 miliardi di euro dai contributi dei singoli Stati risulta molto complicato. Solo la Germania sarebbe nelle condizioni di sostenere una quota decisamente più pesante, magari coprendola con l’emissione di propri titoli. Per molti altri, a cominciare dall’Italia, sarebbe necessaria una maggiore e, come detto, impraticabile pressione fiscale o una drastica, altrettanto impensabile, riduzione delle spese. D’altra parte, lo stesso collocamento dei bond del Recovery Fund non è così scontato, dal momento che dovrebbero trovare compratori tra banche, investitori istituzionali e risparmiatori in una fase estremamente critica. È chiaro quindi che la soluzione passa quasi unicamente attraverso la BCE, che dovrà dimostrare la piena disponibilità ad acquistarli qualora rimanessero invenduti, contribuendo così ad abbatterne il costo: non si tratta di mutualizzare il debito, ma di adoperare l’euro in maniera condivisa per finanziarlo, che esso abbia i caratteri del Recovery Fund o quelli di altri strumenti. La stessa BCE dovrà, poi, continuare ad accettare in garanzia i titoli dei debiti pubblici nazionali anche se le agenzie di rating dovessero, come sembra, declassarli per evitare il collasso dei sistemi creditizi, imbottiti di tali titoli.

È necessario, in estrema sintesi, che la BCE monetizzi il debito, acquistando i titoli emessi dagli Stati e procedendo a cancellare, o a non contabilizzare, almeno in parte i titoli legati all’emergenza, e che gli Stati emettano debito a lunghissima scadenza, o irredimibile, con un rendimento contenuto e con una fiscalità predefinita e non modificabile, per attrarre il risparmio esistente. La garanzia di tutto ciò proviene dalla attuale solidità dell’euro e dalla convinzione, che deve essere condivisa, dell’assenza di soluzione alternative. Non ci può essere spazio per condizionalità né per la ricerca di sistemi più o meno credibili di garanzie pubbliche da fornire alle banche affinché eroghino credito. Sono finiti, in questa fase, gli strumenti di politica monetaria tradizionali, sono finite le regole di Basilea, non ci sono i margini temporali per politiche fiscali anche per la costante erosione della capacità di produrre reddito e del valore dei patrimoni. Non si può pensare più di affrontare l’uragano con prestiti a scadenza o con il credito d’imposta. Il debito monetizzato deve servire proprio a creare reddito e a frenare la colossale distruzione di valore in corso, perché dobbiamo aver chiaro che interi settori scompariranno per un periodo non breve e l’espulsione di manodopera sarà enorme, con costi sociali non accettabili.

Come accennato, l’inflazione, in giro per il mondo, è stata a marzo estremamente bassa: pari all’1,5% negli Stati Uniti, all’1,6 in Gran Bretagna, allo 0,75% nell’eurozona e allo 0,1 in Italia. Persino in Cina è rimasta ferma al 4%. Le previsioni per i mesi prossimi registrano un’ulteriore discesa, dettata in primis dalla caduta dei consumi e della produzione. Soprattutto in Europa l’inflazione sembra destinata ad avvicinarsi allo 0, un dato assolutamente inedito nella storia recente e non modificabile in maniera significativa dalle parziali riaperture. Si tratta di un indicatore assai negativo non solo perché registra la profondità della crisi in atto ma anche perché, in assenza di inflazione, i debiti non si alleggeriscono e le prospettive di investimento sono ancora meno allettanti. Il fatto poi che nel caso europeo l’inflazione risulti la metà di quella americana, sia pur con il dato tedesco in linea con quello degli USA, significa che l’euro garantisce una significativa protezione e che, al contempo, le criticità economiche del Vecchio Continente sono più pesanti.

Dunque, in una condizione simile lo spazio per monetizzare il debito, per un aumento dei salari e per una robusta serie di incentivi a fondo perduto all’universo delle imprese appare assai ampio, consentendo a queste ultime di recuperare un mercato. La BCE ha avviato un piano di acquisto di debito per 1000 miliardi di euro e l’inflazione non si è mossa, né tanto meno si è mosso il cambio con il dollaro che rimane favorevole alla moneta europea, anche perché la pandemia, dopo un’iniziale fiammata al di qua dell’Atlantico, è esplosa negli Stati Uniti. Nulla pare vietare, allora, di portare quel piano a 2000-3000 miliardi di euro per far ripartire la produzione di reddito e, magari, per stimolare un po’ di inflazione, che non farebbe affatto male. Siamo in un nuovo paradigma, e la prima cosa da fare, subito, è mettere in campo in forma totalmente nuova gli strumenti che già abbiamo; poi penseremo a ridefinirli sul piano teorico, normativo e politico.

 

Resistenze

È auspicabile che questo percorso superi le resistenze di alcuni paesi del “Nord” che scontano un timore antico dell’indebolimento monetario. Oltre alla Germania, troppo a lungo afflitta dall’inflazione, considerazioni analoghe possono valere per l’Austria, per l’Olanda e la Svezia. L’ex impero asburgico dopo la prima guerra mondiale ha pagato lo scotto di una moneta debole fino al 1925 quando introdusse lo scellino, destinato a sparire nel 1938 con l’annessione alla Germania, che è tornata a “proteggere” la moneta austriaca nel 1980 con un vero e proprio agganciamento al marco. Il fiorino olandese ha subito dure svalutazioni negli anni successivi al secondo conflitto mondiale mentre la corona svedese, a lungo abituata al gold standard, è risultata una valuta fragile che ha conosciuto la pressione dell’euro.

In tale contesto, la sentenza della Corte federale costituzionale tedesca è molto preoccupante per tre ragioni evidenti. In primo luogo, se è vero che ha stabilito che i suoi contenuti non sono applicabili al programma di acquisto di titoli pubblici posto in essere dalla BCE come risposta alla pandemia e che il programma lanciato da Draghi nel 2015 è legittimo perché non finanzia direttamente gli Stati, è altrettanto evidente che ha escluso, proprio con quest’ultima affermazione, ogni possibilità di monetizzare il debito, di fatto rendendo il sistema bancario l’unico tramite possibile per l’azione della stessa BCE. Dunque, senza banche non ci può essere liquidità: un passaggio tutt’altro che banale e, in questa fase, davvero pericoloso. In secondo luogo, accogliendo le istanze dei ricorrenti – un gruppo di accademici ed economisti tedeschi – la Corte ha chiesto spiegazioni in merito alla “violazione” del principio di proporzionalità da parte della BCE, che ha acquistato titoli dei debiti dei vari paesi europei in misura non proporzionale appunto alla loro quota nella BCE: nel caso italiano, nello specifico, gli acquisti sono stati pari ad oltre il 30% a fronte di una quota nel capitale del 15,6%. In questo senso la Corte federale tedesca ha dichiarato, in maniera assai brusca, del tutto insoddisfacenti le motivazioni fornite dalla Corte di giustizia europea. Nella stessa direzione la sentenza in questione ha ribadito che la BCE non può detenere più del 33% del debito sul mercato di ciascun paese, vincolando anche le fondamentali operazioni sul mercato secondario. In terzo luogo occorre rilevare che la Corte federale tedesca ha una chiara connotazione politica; secondo il suo ordinamento, infatti, previsto dalla Legge fondamentale del 1949 e poi da una successiva legge del marzo del 1951, i suoi 16 membri sono eletti dal Bundestag e dal Bundesrat, riflettendo un chiaro indirizzo politico che del resto emerge bene dalla sentenza stessa, nella parte in cui si mette in dubbio la bontà delle politiche monetarie di Draghi, prima di tutto in termini di ricadute economiche e sociali. Nel pieno della crisi pandemica, questo intervento dei giudici di Karlsruhe è quindi molto pericoloso e, peraltro, assai poco comprensibile, al di là di un inutile “patriottismo” molto sciovinistico. La sola strada di uscita per il Vecchio Continente, ora più che mai, passa dalla tenuta dell’euro e dalla chiara evidenza della volontà di difenderlo da parte degli Stati membri, disposti a garantire la massima indipendenza alla BCE, secondo le migliori pratiche del prestatore di ultima istanza. Il resto sono sordi rimbombi di un Novecento che non vuole finire. Se così non avvenisse, non ci sarebbero diverse valute europee di serie A e di serie B, ma un mondo dominato sul piano produttivo da una macro-regione cinese e dai sempre più finanziarizzati dollari americani.

Queste resistenze “nordiche” alle ipotesi di interventi europei per evitare che la crisi sanitaria diventi un disastro sociale sono decisamente incomprensibili e, per molti versi, irritanti. Non ha senso però rievocare la questione dei debiti di guerra non pagati perché è anche per tale questione che è stato difficile creare un’idea reale e condivisa di Europa. Come scrissero in molti, infatti, l’Europa è morta tre volte, a Parigi. Una prima volta, al termine della guerra franco-prussiana, quando nel salone degli specchi della reggia di Versailles, Guglielmo I si autoproclamava imperatore di Germania e imponeva ai francesi l’umiliazione di sacrifici territoriali ed economici colossali. Una seconda volta, dopo la prima guerra mondiale, quando la scelta del primo ministro Clemenceau, accecato dalla rabbia revanscista, è stata quella di imporre alla Germania una insostenibile indennità di guerra, ritenendo il popolo tedesco responsabile delle colpe di Guglielmo II. Il trattato di Versailles ha così umiliato un’intera collettività ed ha alimentato il fuoco del più feroce nazionalismo, acceso dall’onere di pagare 132 miliardi di marchi oro ai vincitori. Sempre a Parigi, nel 1947, al termine della seconda guerra mondiale, i conti con le responsabilità del conflitto sono stati regolati, ancora una volta, con la definizione di pesanti spese di guerra, destinate a colpire una Germania in ginocchio e un’Italia a cui non veniva riconosciuta l’azione rigenerante della resistenza. Certo, poi, tali debiti sono stati in larga parte cancellati, ma non sono state cancellate le ferite che proprio le indennità di guerra hanno prodotto. Ora più che mai abbiamo bisogno dell’Europa, ma il modo migliore per rafforzarla non è quello della macabra contabilità del dare-avere della storia.

Del resto, il quadro internazionale sembra obbligare l’Europa a seguire la strada comune della monetizzazione del debito come via d’uscita dalla crisi. Le esplicite minacce di guerre commerciali, espresse dal presidente Trump nei confronti della Cina, sono una evidente follia. Praticamente tutti gli analisti sono concordi nel prevedere un crollo del PIL americano, nel secondo trimestre di quest’anno, non troppo lontano dal 40%. Un vero e proprio disastro, che si somma agli indici negativi del primo trimestre, e che deriva dal blocco del sistema produttivo statunitense e dal crollo dei consumi. Peraltro, gli Stati Uniti sono ancora nel pieno della crisi epidemica. Una guerra commerciale con la Cina, in simili condizioni, significherebbe per gli statunitensi un triplice danno: 1) genererebbe ulteriori difficoltà nelle catene di produzione dei beni delle aziende a stelle e strisce, a cominciare dalla filiera della subforniture; 2) priverebbe il mercato interno USA delle produzioni cinesi, indispensabili ora per la paralisi della manifattura a stelle e strisce e per non mettere in ginocchio il sistema della grande distribuzione; 3) indebolirebbe in maniera decisiva il dollaro perché, contraendosi il volume degli scambi con la Cina, diverrebbe certamente più difficile la tenuta del dollaro e di conseguenza sarebbe assai più complessa la forsennata attività di produzione di cartamoneta che è stata ed è lo strumento più efficace in mano agli Stati Uniti per fronteggiare la crisi economica e finanziaria.

A questi tre elementi se ne può aggiungere un altro, sempre più chiaro, costituito dal tracollo dei mercati finanziari, decisamente indirizzati al ribasso di fronte all’ipotesi di una guerra doganale fra USA e Cina, con conseguenze pesanti sugli infiniti prodotti di ingegneria finanziaria creati in larghissima misura dalle società americane. Ma allora perché – questa la domanda cui si accennava in apertura – il presidente Trump agita questo spauracchio? La risposta, retorica perché scontata, è tutta politica. L’ex tycoon vuole costruire una narrazione per cui la guerra commerciale è la doverosa e patriottica reazione alla madre di tutte le colpe della Cina, rappresentata dall’aver costruito il virus in laboratorio e dall’averlo fatto circolare per realizzare il proprio sogno imperiale. Un’accusa che, comunque, riesce a trovare un credito perché accompagnata dalle responsabilità attribuite al governo cinese dei ritardi nella comunicazione dell’epidemia. La dichiarazione di guerra commerciale serve poi a Trump per rafforzare la sua vena “negazionista”: il virus c’è, l’hanno creato i cinesi, ma non bisogna esagerare nel considerarlo pericoloso e quindi l’America può riaprire e produrre tutto ciò di cui ha bisogno, sconfiggendo i nemici dell’ex impero celeste. Il presidente uscente non dimentica mai di essere in campagna elettorale e la pandemia cinese può diventare la sua arma migliore, visto che, comunque, gli indicatori economici saranno, da qui a novembre, molto negativi. Di fronte ad uno scenario del genere, è evidente che l’Europa deve fare da sola.

 

Alessandro Volpi è Professore Associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Email: alessandro.volpi@unipi.it

 

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