Pandemia e divulgazione scientifica

di Marco Maria Massai

Il problema di partenza

In questi tempi nei quali è così diffusa l’ansia e la paura del presente, e intensa la preoccupazione per il futuro, ci facciamo spesso una domanda molto semplice: è stata fatta una comunicazione comprensibile e adeguata sugli aspetti scientifici e sanitari della pandemia da Covid-19?

La risposta che anticipiamo, e che riguarda soltanto ciò che attiene alla scienza, è negativa: non sembra che i continui comunicati, le innumerevoli interviste, i lunghissimi soliloqui, i frequenti battibecchi abbiano fornito ai cittadini e alle cittadine (immaginari interlocutori di questa riflessione) un’informazione chiara in merito alla pandemia. E questo al di là del suo essere tranquillizzante o allarmistica. Al contrario, il più delle volte l’informazione è stata, ed è tuttora, confusa, sovrabbondante, intricata e anche contraddittoria, se non in alcuni casi errata. E per ‘errata’ non intendo rispetto alle affermazioni che essa contiene, la correttezza delle quali può essere accertata solamente da esperti. Errata, intendo, dal punto di vista della logica, tutte quelle volte che sono state presentate, magari in forma mascherata, due asserzioni in contraddizione tra di loro delle quali o è corretta l’una, oppure l’altra, o nessuna delle due.

Forse, uniche e parziali eccezioni, sono stati i servizi forniti da Medicina 33 (Rai 2) e dal telegiornale scientifico Leonardo (Rai 3): trasmissioni che, guarda caso, fanno divulgazione scientifica e medica, anche se in pillole, da quasi trent’anni.

Come spiegare questa carenza nel pur ricco panorama informativo italiano, sia pubblico che privato? Dipende da una cattiva volontà o anche da un atteggiamento superficiale dei media e, alla fine, anche degli esperti? Una certa superficialità da parte dei media è certamente riscontrabile, e va collegata alla tendenza, diffusa anche nei media pubblici, alla ricerca dello scoop e della notizia che faccia ascolto (e quindi incrementi le visualizzazioni e i guadagni pubblicitari).

Eppure non ritengo siano queste le ragioni del problema, se non in qualche criticabile eccezione. Sono convinto che la carenza a livello di qualità dell’informazione e della comunicazione mediatica in materia scientifica abbia radici molto più profonde nella società e nella cultura. La risposta va allora ricercata nella radicata impreparazione nel condurre azioni efficaci di divulgazione e diffusione della cultura scientifica, inclusa la presentazione critica dei “risultati” conseguiti, ovvero dei limiti e dei problemi connessi con la ricerca.

Pandemia e cittadini

Mai prima d’ora, nella storia dell’umanità, si è vissuta una situazione nella quale miliardi di persone, in quasi tutti i paesi del mondo, si siano trovati contemporaneamente a modificare in profondità così tante loro abitudini, e a vedere il loro modo di vivere sconvolto, come è accaduto e sta ancora accadendo durante la pandemia da Covid-19. In proporzioni analoghe, ma in modi e forme assai differenti, una situazione del genere si è verificata finora soltanto in tempo di guerra, ma nei soli paesi coinvolti.

Improvvisamente i cittadini si sono trovati soli, senza più contatti fisici con amici e parenti, senza poter contare sulle strutture pubbliche, come le scuole, gli uffici, gli stessi ospedali. Per la prima volta, ci si è trovati a dover contare sulle proprie risorse, tra il timore di una malattia improvvisa, e la necessità di fruire di servizi sospesi per un tempo in principio indefinito, senza aver alcuna idea sulla fine di tutto questo.

Chi non ha perso la fonte di reddito, anche se non cospicuo, si è trovato avvantaggiato rispetto a chi, solo pochi giorni prima, era invidiato per i maggiori e più facili guadagni e che adesso non poteva aprire le proprie attività produttive o commerciali: un totale rovesciamento delle comuni e ben consolidate rappresentazioni sociali ed economiche, con effetti anche psicologici rilevanti.

Tanti valori sono stati messi in discussione e, in brevissimo tempo, rovesciati. A cominciare dalla libertà personale, vero totem del mondo occidentale, dissolto dalla sera alla mattina con il lockdown.

Una situazione per la quale la causa prima (me se ne potrebbero trovare molte altre, che starebbero bene al secondo posto o a pari merito) è di origine naturale, almeno fino a prova contraria. E nella quale, di conseguenza, la scienza moderna assume un ruolo cruciale, sotto vari punti di vita. Innanzitutto, nell’immaginario collettivo, per quanto riguarda la capacità di fornire strumenti adeguati per salvaguardare la salute, quali medicine e terapie, possibili vaccini, l’impiego di test, strumenti di analisi e macchinari sofisticati. Alla scienza si chiede la cura per milioni di contagiati, nella speranza di lenirne le sofferenze e scongiurarne la morte, e si chiede di garantire l’immunità futura, per chi fino a questo momento non ha contratto il virus.

Ma la scienza ha anche il compito – e, a pensarci bene, dovrebbe essere il primo dei suoi compiti – di dare strumenti di analisi e di comprensione del fenomeno pandemico. Alla scienza si chiedono risposte alle tante domande che vengono poste in continuazione, con aspettative e timore, riguardo all’origine di questo nuovo virus, alle modalità con le quali esso attacca le cellule del nostro organismo, alle dinamiche di contagio e di diffusione caratterizzate da una velocità che ha sorpreso tanti.

Su questo terreno convergono scienza di base e scienza applicata, genetica e farmacologia, che vedono coinvolti scienziati in senso stretto da un lato, medici dall’altro lato, uniti nel portare avanti con approcci diversi la stessa azione di indagine e di contrasto.

I cittadini si trovano letteralmente “nel mezzo” di questi immani sforzi dispiegati per combattere la prima pandemia che ha colpito una società ormai governata ampiamente dalla tecnologia e dalla scienza. Praticamente inermi di fronte al morbo, i cittadini si sono posti per lo più in attesa di una “soluzione” al problema che solamente dalla scienza poteva arrivare. E che certamente dalla scienza arriverà, prima o poi.

È di questi cittadini che vorrei discutere: vorrei seguirne i dubbi, le incertezze e i timori, ma anche le speranze e le aspettative. Vorrei anche capire i problemi specifici nati in loro dalle travagliate vicende di un sovraccarico di informazioni, che li sta portando gradualmente a diventare, loro malgrado, “esperti” di genoma, di proteina spike, di tamponi, di sierologia. I cittadini sono anche esposti all’uso di termini e concetti che, non peculiari della vicenda Covid-19, pure ne sono necessari protagonisti: penso alle nozioni di prevalenza, di curva esponenziale, di medie e mediane, agli indicatori statistici e a tutto il repertorio tecnico-scientifico usato dai comunicatori per aggiornarci quotidianamente sull’evoluzione della pandemia e sugli effetti che essa ha sulla vita delle persone.

I cittadini non possono che rimanere sempre più frastornati dall’uso di così tanti neologismi, oltre che da una sequela di numeri, e dalla non-conoscenza di quel linguaggio scientifico senza il quale …’è un aggirarsi vanamente…’, rimanendo quindi preda del timore di perdersi ‘…per un oscuro laberinto‘.

Di quel linguaggio, infatti, egli non possiede in generale né i riferimenti lessicali, né quelli culturali necessari per collegare le nuove informazioni al normale e più che dignitoso bagaglio di conoscenze che lo caratterizza. E, aggiungiamo, non certo inferiore al bagaglio di alcuni assessori di importanti regioni dell’Italia settentrionale, la cui scarsa padronanza delle nozioni scientifiche di base ha destato non poca meraviglia e imbarazzo.

La questione di come si debbano rapportare scienza e informazione, in questo caso, passa per l’altra questione di come si debba fare divulgazione scientifica. Tale questione acquisisce un ruolo cruciale nella misura in cui fornisce le conoscenze di base per consentire ai cittadini di organizzare la propria vita, prendere decisioni ben fondate, a fronte di un presente turbolento e di un futuro incerto.

Ma forse c’è di più: quello che stiamo imparando dagli errori commessi in questo frangente, in termini di modalità e linguaggio usati nella comunicazione scientifica, potrebbe insegnarci qualcosa e diventare la guida per affrontare correttamente in futuro il rapporto tra scienza e società, tra esperti-tecnici e cittadini.

Scienza e informazione

Ecco quindi che riemerge un problema non certo nuovo, anzi, sempre presente nel continuo aggiornarsi dei cittadini sui fatti del mondo. Un problema che sta divenendo sempre più critico, vista la crescente specializzazione dei vari rami della scienza: come fare buona informazione e comunicazione, come divulgare le notizie di carattere tecnico-scientifico con ordine, correttezza e completezza, senza saturare l’attenzione di chi possiede un background culturale comune, mirando alla mente e al “cuore”, non alla “pancia”.

Il problema può anche essere riformulato: come selezionare e veicolare concetti e termini di per sé estremamente specifici, in modo da renderli accessibili al grande pubblico, se non nella loro totalità, quantomeno nelle implicazioni che essi hanno nella vita di ogni giorno. Con un esempio di attualità: non è tanto importante conoscere i dettagli biochimici di una data sequenza del genoma, e magari anche la sua funzione, quanto piuttosto ciò che questa conoscenza può implicare per la descrizione e la soluzione di un problema sociale più generale. Il che dopotutto è ciò che davvero interessa al cittadino, che non ha in generale intenzione né di prendere una laurea in medicina o in biologia, e neppure di fare concorrenza agli scienziati e ai ricercatori.

D’altra parte, la comunicazione dei risultati della scienza ha da sempre rappresentato un terreno oggettivamente difficile, irto di incertezze e ambiguità, portando l’opinione pubblica a oscillare pericolosamente, a torto o a ragione, da improvvisi entusiasmi per alcuni successi evidenti e clamorosi, come l’utilizzo di nuovi farmaci, allo scetticismo più radicale, per non dire l’aperta ostilità, come nel caso della tecnologia nucleare. Questo non vuole essere un giudizio sulla correttezza o meno delle posizioni raggiunte, ma sul metodo con il quale esse si formano e si assestano. O, addirittura, vengono confutate e rovesciate.

Anche se riteniamo sia impossibile evitare che si assista, ieri come oggi, a periodici e spesso radicali mutamenti nelle reazioni del pubblico alle “novità” della scienza, proprio per questo penso sia necessario in ogni caso utilizzare e consolidare quelle modalità di informazione che utilizzano linguaggi e metodi ai quali quello stesso cittadino non si sente estraneo, anzi. L’obiettivo è che se ne possa vedere partecipe, sentendosi rispettato come persona. Ma questo obiettivo dovrebbe diventare anche una richiesta, forte, che sale “dal basso”, da quegli stessi cittadini che in fondo sono coloro sui quali cade l’onere di sostenere il sistema della ricerca.

Questo fine può essere raggiunto solo con una specifica professionalità, con l’esperienza, con un continuo aggiornamento nei contenuti, nei metodi e nei mezzi utilizzati. Quasi l’opposto di quanto succede oggi, quando si assiste a messaggi sempre più ripetitivi, usati come mantra ossessivi che alienano l’attenzione di coloro ai quali sono rivolti.

Un elemento fortemente ambivalente se non negativo è rappresentato dai social media che costituiscono per tante e tanti il maggiore mezzo di informazione, dalla politica allo sport, dall’economia al gossip. Le modalità di comunicazione proprie dei social però non facilitano il processo di traduzione riflessiva dei contenuti scientifici appena auspicato, anzi, al contrario: tali modalità rischiano seriamente di impedirne lo sviluppo, per vari motivi.

In primo luogo, sui social non è quasi mai possibile controllare la fonte primaria che si cela dietro ai messaggi innumerevoli (per noi, ma non per un contatore che li registra sempre) che visualizziamo senza che ne facciamo esplicita richiesta. In secondo luogo, il messaggio social è per definizione estremante sintetico, dunque a rischio di essere unilaterale, riduttivo, semplificativo, al punto che spesso si arriva facilmente a travisare il contenuto del messaggio stesso, lasciando ampio spazio a reazioni puramente emotive, come la paura eccessiva o l’ingenua speranza (probabilmente vero obiettivo di questo stile di comunicazione).

Solo qualche anno fa sembrava che Internet, oltre che formidabile e utilissimo strumento di informazione e comunicazione, fosse diventato la fonte primaria di fake news o di misinformation. Oggi in questo ruolo, anche se è sempre presente, è stata sopravanzato da Twitter, WhatsApp, Facebook, Instagram (su cui per altro vengono fatti circolare spesso anche link a siti internet).

Purtroppo, però, non sono solo gli avventurieri del web e dei social che si muovono a loro agio in questa giungla: ormai anche giornalisti e politici ne fanno uso indiscriminato e, in misura sempre maggiore, persino esponenti del mondo della scienza.

Scienza e informazione, comunicazione e divulgazione, sono diventate da tempo un terreno sul quale si gioca anche l’identità del cittadino rispetto alle scelte che esso fa, consapevole o meno, ogni volta che accende un computer e visita una pagina web, o che digita un numero o una parola sulla tastiera dello smartphone, o cerca qualcosa nella barra di google. In questo modo, in maniera impercettibile, viene messo a rischio uno dei beni primari della cittadinanza democratica: la libertà intesa come auto-determinazione.

La ragione di questo rischio è ormai evidente, ed è almeno duplice: da un lato, il cittadino condiziona molte sue scelte, spesso inconsapevolmente, alle informazioni che riceve, o meglio, al modo con cui le informazione gli vengono veicolate e lui le recepisce; dall’altro lato, offre i suoi preziosi dati personali, i suoi interessi, le sue idee, la sua identità digitale, a chi ne farà un uso strumentale – commerciale o politico, in senso lato – ma comunque prescindendo dalla volontà e dalla consapevolezza del cittadino.

Pandemia e comunicazione

Durante gli ultimi mesi, da quando la pandemia da Covid-19 ha conquistato e saturato l’informazione, su tutti i media e davanti ai microfoni di giornalisti tanto intimoriti quanto sprovveduti, si stanno avvicendando decine e decine di scienziati, medici, ricercatori, Direttori di…, Rappresentanti di…, Delegati di… Insomma, in una parola: gli ‘esperti’. E le virgolette stanno a significare la delicatezza nell’uso di questo appellativo, spesso improprio.

Infatti, si è visto esperti virologi formulare giudizi sugli aspetti epidemiologici, oppure genetisti esperti di sequenze genomiche (magari solo di Coronavirus) esprimere la loro opinione sull’efficacia di farmaci. Un continuo mixing di informazioni (forse sarebbe meglio definirlo entanglement), competenze, argomentazioni, dove diventa davvero difficile separare le informazioni consolidate dalle ipotesi ottimistiche o dagli auspici che vengono formulati, magari con una sicurezza decisamente ingiustificata.

Voglio chiarirlo subito: sarebbe pericoloso per la libertà di opinione negare il diritto di ognuno a esprimere il proprio pensiero. Deve però essere altrettanto chiaro che il pensiero di ciascuno va interpretato per quello che è, cioè come una opinione, e non come una “verità scientifica”, che è tutt’altro. Anzi, da tempo ormai l’epistemologia rifugge dal concetto stesso di “verità” intesa come corrispondenza con i “dati” o con la “realtà in sé”. Se usa tale nozione, l’epistemologia ne precisa sempre in maniera chiara le condizioni e i limiti.

Se, sporadicamente, è sempre successo che le opinioni di cosiddetti esperti fossero fraintese, o anche smentite poco dopo tempo, questo potrebbe ancora far parte di una serie di failures inevitabili nella normale dinamica dell’informazione, soprattutto se relativa a fatti scientifici spesso in continua evoluzione. E ciò è particolarmente vero nel caso del Covid-19.

Ma purtroppo, anche se meno spesso, c’è di più e di peggio. Infatti, capita che le opinioni espresse come conoscenze acquisite vengano formulate da chi ha interessi diretti a orientare l’opinione pubblica, sia per questioni personali legate alla propria carriera o alla diffusione di una nuova pubblicazione (sempre nell’interesse di divulgare e diffondere importanti questioni scientifiche, ben inteso!), sia per questioni legate al prestigio della propria accademia. In ogni caso rimane l’incognita, per il cittadino, di quanto gli costi lo scomodare tutti questi ‘esperti’ che, probabilmente, per muoversi richiederanno almeno un ‘rimborso spese’.

E questo è il ‘di più’. Ma c’è anche il ‘di peggio’, e cioè il personale interesse economico nel divulgare e confermare informazione o negarne altre. Questo però non vuole, né potrebbe essere oggetto di queste considerazioni essendo di fatto una questione di rilevanza penale. Non possiamo però trascurare il fatto che anche questi interventi malevoli possano avere conseguenze socialmente devastanti, come la tristemente famosa vicenda de ‘la memoria dell’acqua...’ ha insegnato anni fa, purtroppo inutilmente.

Per una corretta opera di divulgazione dei contenuti scientifici, in questa come in altre vicende, la prima questione è quella della fonte dell’informazione, che dovrebbe essere caratterizzata dalla massima trasparenza e dal massimo rigore possibile. Quindi si rende necessaria la disponibilità di professionisti competenti del proprio settore di ricerca e di lavoro e, possibilmente, neutrali rispetto agli altri aspetti delle questioni trattate.

Ma questo non basta: è altrettanto necessaria la competenza nella tecnica della comunicazione, in particolare se rivolta a un pubblico generico. Se poi si tratta di questioni delicate di pubblico interesse e che necessitano l’utilizzo di termini e concetti complicati, questa necessità richiede il rispetto di alcuni criteri. Innanzitutto, sapere a chi ci si rivolge, valutandone nella misura del possibile le conoscenza di base; quindi, circoscrivere le informazioni che si vogliono comunicare a pochi concetti per volta e, nel fare questo, non abusare di termini tecnici.

Sarebbe inoltre opportuna, da parte degli esperti, una dose di auto-critica e auto-limitazione. Il distinguere tra ciò che un esperto sa e ciò che egli pensa di sapere, non nasce certamente oggi: questa distinzione fu già descritta da Platone e Aristotele, che avevano ben messo in evidenza la differenza tra opinione (δόξα) e episteme (ἐπιστήμη).

Comunicazione e comprensione

La difficoltà di far capire come un fenomeno caratterizzato da molti parametri dipenda da altre, numerose variabili, è un problema che non accetta cortocircuiti o facili semplificazioni: è difficile e basta. Infatti, maggiore è il numero di variabili prese in considerazione, maggiore è la difficoltà di seguire e comprendere il discorso nella sua articolazione complessiva. Proprio come, se è facile immaginare una figura piana, diventa molto più difficile avere una rappresentazione mentale di un solido. E figuriamoci di una figura in uno spazio n-dimensionale, laddove solo esperti matematici geometri sanno muoversi con l’immaginazione; e forse qualche artista dotato di una originale fantasia.

Tornando alla comunicazione in tempi di Coronavirus, propongo un esempio. Dopo circa un mese dall’inizio della pandemia, in Germania, in un breve discorso che ha rapidamente fatto il giro del mondo della rete, Angela Merkel è riuscita con poche parole a far capire ai cittadini tedeschi come può variare il numero di contagi e quello dei morti, cioè l‘intensità della pandemia, al variare del parametro definito dal numero R0. E ci è riuscita in tre minuti, perché si è limitata a descrivere un solo parametro, l’aumento dei contagiati, al variare di una sola grandezza R0 e, per far questo, anziché lunghi discorsi arricchiti di aggettivi terrorizzanti si è limitata a usare quel concetto che forse è familiare a tutti: il numero. In pratica, ha letto una tabellina con tre valori del numero R0 e il corrispondente numero di contagiati dopo un determinato e ragionevole intervallo di tempo. Così ha fatto capire immediatamente che se aumenta l’uno, anche di poco, il numero di chi potrà contrarre il virus potrebbe aumentare grandemente. Che è, di nuovo, ciò che interessa alla comunità.

Quindi, i numeri, i concetti, i ragionamenti diventano in questo caso strumenti per far arrivare un messaggio: non essere loro stessi il messaggio.

Altro che gli illustri comunicatori di “casa nostra” (ma non solo) che, per settimane, hanno riempito la testa del preoccupato ascoltatore con numeri, a volte assoluti, a volte relativi alle variazioni della grandezza rispetto al giorno precedente.

Come quando, fin dalle prime conferenze-stampa e per numerose settimane, sono stati forniti i dati relativi a tutti gli indicatori (decessi, ricoverati in ospedale, malati a casa, guariti) fuorché all’unico che dava immediatamente la percezione dell’estendersi della pandemia: il numero dei nuovi contagiati da Covid-19 al giorno, che è il solo fattore che fa capire immediatamente di quanto cresce l’epidemia e che, soprattutto nelle fasi iniziali e finali, ne testimonia e ne quantifica l’andamento. È evidente, invece, che dare il numero degli attuali contagiati, come è stato sistematicamente fatto, o dei ricoverati in terapia intensiva, non può significare molto. Infatti se, paradossalmente, morissero in un solo giorno tutti i malati, il giorno successivo si avrebbe il tracollo degli attuali positivi che, da solo, sarebbe senz’altro colto come un fatto di buon auspicio.

Un altro esempio può servire a capire, viceversa, quali fraintendimenti possa generare un’informazione approssimativa e carente: il comunicare sistematicamente la percentuale dei nuovi contagi in rapporto al totale dei contagiati e mettere in evidenza che, a un certo punto, questa percentuale diminuisce, comunica un falso senso di ottimismo, al di là del vero messaggio che arriva dai numeri. Infatti, a fronte di un aumento costante dei contagi giornalieri, è evidente che la percentuale su di un valore che sta crescendo, deve diminuire perché nella fase iniziale e per alcune settimane, il numero dei guariti era davvero esiguo. E, invece, si assiste sì a un fatto che è in parte, positivo, cioè la fine della curva esponenziale (che richiederebbe anch’essa una più approfondita spiegazione) che sta diventando lineare: segnale non trascurabile, sicuramente, ma non certo interpretabile come regresso dell’epidemia, come invece può essere inconsciamente percepito, epidemia che invece aumenta costantemente.

Sarebbe stato di gran lunga più significativo, e anche più educativo, fornendo i numeri dei nuovi contagi giornalieri, mettere ad esempio in forte evidenza che questi, solo il giorno prima, erano sul territorio e in grado di diffondere il virus.

Divulgazione e apprendimento

Quando uno scienziato o un tecnico descrive i dettagli di un problema, ha sempre ben chiaro nella mente grazie alla sua formazione un quadro complesso, costituito da schemi e grafici, e utilizza dei termini che ha studiato e usa quotidianamente, anche se in un contesto diverso.

Ma quando il cittadino sente per la prima volta parole nuove, collegamenti mai sentiti prima, ragionamenti che usano in sequenza molti concetti che egli non ha mai utilizzato, allora risulta evidente il limite della sua capacità di seguire il discorso, di memorizzare definizioni e dati; e ne perde facilmente il filo, per non dire che annega in un mare di pseudo-informazioni che non riescono ad aderire al sostrato di conoscenze in lui preesistente.

E a poco serve il sentir ripetere da persone diverse, in ambiti simili, le stesse cose, gli stessi concetti che anziché essere compresi, scivoleranno ancora una volta attraverso la sua mente senza veramente attecchire, semplicemente generando un ‘…già sentito detto da Tizio‘, o un ‘...ah, questo lo aveva detto anche Caio‘, o poco più.

Appare doveroso, allora, cercare una soluzione a questa impasse, sia per rimuovere quel senso di frustrazione che inevitabilmente si associa alla cattiva comprensione di ciò che si ascolta, sia anche per innescare un processo virtuoso che ci porti a essere sempre più ricettivi nei confronti del nuovo. Perché va da sé che più si impara, maggiori elementi si hanno a disposizione per seguire e fare proprie nuove proposte, nuove analisi, nuove spiegazioni. E per adottare comportamenti razionali.

Inoltre, è del tutto evidente che solo con uno studio puntuale dei termini tecnici utilizzati si può, magari a fatica, provare a costruire quell’insieme di conoscenze collegate tra di loro che rende possibile seguire un discorso complesso.

Certamente oggi questo percorso formativo, anche se solo in parte, è accessibile tramite Internet con strumenti come Wikipedia o i numerosi siti educational. Per fortuna non è impossibile documentarsi su quanto di nuovo ci viene proposto, e magari fare un proprio personale viaggio di approfondimento andando anche al di là di quanto sentito. Ma rimane il fatto che questo è un processo che richiede, semplicemente, lo studio del problema, e questo, a sua volta, richiede tempo e metodo. Tuttavia, anche seguendo questa strada che certamente non fa male, emerge la vera difficoltà di questo processo: l’improvvisazione, la non sistematicità ossia, in altre parole, la mancanza di un percorso di apprendimento che sia il risultato di esperienza, anzi di esperienze critiche, come risultano essere quelli offerti dalla scuola, a qualunque livello.

È capitato a tutti consultando appunto Wikipedia, magari su un argomento di storia, di iniziare a chiedersi ‘Carneade, chi era costui…?‘, e iniziare così un curioso e casuale viaggio che, pagina dopo pagina, porta a imparare tutto (o quasi) sulla geografia della Puglia e sulla produzione casearia del Tavoliere, e quindi ad un passo successivo, a cercare di capire come mai Annibale, pur sconfiggendo i Romani a Canne, non ha poi vinto il suo confronto con la Repubblica nata sulle rive del Tevere. Ma (forse) così non si va molto lontano o, magari, si va troppo lontano dall’obiettivo iniziale!

Ecco che allora viene naturale una domanda che è, in realtà, una proposta almeno in parte avanzata da alcune università, tra le quali anche quella di Pisa. Perché il settore pubblico – la scuola, l’università, gli enti di ricerca – o anche le associazioni private con la missione della divulgazione scientifica, non offrono cicli coordinati di seminari (che oggi hanno preso il nome che mi pare molto azzeccato, e simpatico, di webinar senz’altro meglio di un improbabile, italico, retinario!), con lo scopo didattico di fornire gradualmente al fruitore, sia esso studente o docente, o semplice cittadino curioso, un percorso formativo-educativo per imparare davvero qualcosa, anche partendo dalla vicenda del Covid-19?

Si tratterebbe di lezioni (sì, non abbiamo paura di chiamarle con il loro nome primario) che, passo dopo passo, porterebbero l’ascoltatore/studente a imparare qualcosa di più che non siano slogan, in italiano o in inglese. Sarebbe qualcosa che rimarrebbe poi, come patrimonio di cultura diffusa, in tutta la società. Certamente ci vogliono dei professionisti, esperti sia della materia che dei meccanismi di comunicazione, e soprattutto, consapevoli delle conoscenza (o non conoscenza) del pubblico al quale si stanno rivolgendo.

E a proposito della pandemia da Covid-19, gli argomenti certo non mancano: da alcuni elementi che descrivano l’anatomia del corpo umano, con particolare riferimento all’apparato respiratorio e circolatorio, a fondamenti di biologia, con la struttura della cellula e del suo interagire con l’esterno, ai meccanismi elementari sui quali si basano alcuni farmaci specifici e sulla funzione dei vaccini. E poi qualche elemento di matematica, che serve a chiarire e a sintetizzare un vero e proprio effluvio di dati, spesso anche disomogenei. E perché no, anche un po’ di storia, sempre magistra vitae, dalla quale tutti potrebbero trarre la consapevolezza delle battaglie vinte dal genere umano contro le malattie, in generale, e contro le pandemie in particolare.

Tutte informazioni che andrebbero, comunque, a formare una solida cultura di base capace di agire da barriera contro le paure irrazionali così come l’inclinazione a credere ai “complotti”, non solo in questa occasione, ma anche sul più vasto terreno sul quale si muovono, ad esempio, in modo spregiudicato i vari movimenti no-vax che sull’ignoranza basano la loro (prevedibile…) diffusione.

Conclusioni

Vorrei concludere queste riflessioni sulla comunicazione e l’informazione scientifica in questi tempi difficili, di pandemia da Covid-19, con l’auspicio che si colga l’occasione per costruire un nuovo rapporto verso gli aspetti della società che comprendiamo meno, con la voglia di saperne di più, di imparare, di tenersi informati, e quindi, in grado di capire i cambiamenti che, di continuo, arrivano a modificare, nel bene e nel male, la nostra esistenza.

In tanti ambiti sarebbe vitale per il cittadino acquisire una maggiore informazione e una conoscenza più approfondita su vari strumenti che la scienza mette a disposizione della politica e dei governi. Uno, tra tutti, mi sembra meriti particolare attenzione: la sterminata varietà e la continua innovazione degli armamenti. Un tema vastissimo, come appare evidente anche a chi non è esperto. E tuttavia, conoscere i meccanismi che sono alla base dello smisurato potere distruttivo delle armi attuali sarebbe il primo passo per prendere coscienza, e condividerla, della loro micidiale capacità di annientare interi pezzi della nostra società. Ancora numeri, naturalmente, ma soprattutto alcune leggi della fisica, della chimica, della biologia, magari studiate a scuola e presto dimenticate, e tuttavia ampiamente sufficienti per rendere realistiche quelle informazioni che spesso sono percepite, e allontanate, come improbabili, esagerate paure.

MI auguro, quindi, che questo nuovo atteggiamento porti il cittadino a sviluppare uno spirito critico, a non fermarsi alla superficie delle cose, a non credere a tutto ciò si legge o sente in giro, a cercare di porsi domande sospinto dalla ragione, con una curiosità che in fondo è propria a tutti noi, come ciascuno di noi aveva da piccolo quando per anni, le domande ai genitori erano ‘…ma perché?’, ‘...come funziona questo?’, ‘…che cos’è questo?’, ‘…dove va quello?’. Questo atteggiamento, dunque, dovrebbe essere esteso verso tutte le novità che la scienza e la tecnologia ci propongono in continuazione.

Perché è solo dalla scienza e dalla tecnologia che possono arrivare le soluzioni ai problemi, vecchi e nuovi, dell’umanità: anche a quelli che la scienza stessa, nel suo cammino verso l’ignoto, inevitabilmente genera e porta con sé.

Riuscire a capire meglio il mondo nel quale viviamo, oltre a fornirci i mezzi per vivere l’oggi in maniera più consapevole, attraverso una corretta divulgazione scientifica, rappresenta il miglior passaporto per sentirsi ancora e sempre di più “cittadini del mondo”, capaci di apprezzare il nostro tempo ma anche di criticarne gli aspetti più problematici. Un passaporto insostituibile, per condurci in questo viaggio collettivo verso un mondo migliore, non da passeggeri semi-addormentati, scarrozzati di qua e di là da guide distratte o interessate, ma da protagonisti consapevoli, sia delle nostre responsabilità, sia del piacere che possiamo trarre dalla bellezza che ci aspetta.

Marco Maria Massai è membro del Dipartimento di Fisica “E. Fermi” dell’Università di Pisa, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – sezione di Pisa e dell’Associazione La Nuova Limonaia. Email: massai@pi.infn.it

Rispondi