Il Servizio Civile Universale alla prova della crisi pandemica

di Francesco Spagnolo
 

Nell’emergenza per COVID-19 il Servizio Civile Universale (SCU) ha “tradito” se stesso. Nel senso etimologico del termine di “portare, consegnare oltre”. E ha fatto bene. Non ha “tradito” la sua identità – crediamo – ma ha affrontato certe rigidità del suo sistema. Titti Postiglione, Direttrice dell’Ufficio del SCU, ha parlato in questo senso di un “cambio di paradigma importante”. Ora che sembreremmo essere nella coda della pandemia (ma non dei suoi effetti, che subiremo ancora a lungo), possiamo forse valutare meglio quale potrà essere l’impatto a medio termine di questa crisi sul SCU, un “laboratorio” forse unico nel suo genere.

 

Il SCU alla prova del lockdown

Già prima della fase acuta della diffusione del COVID-19, che ha portato a inizio marzo scorso alla chiusura nazionale, il Dipartimento per le Politiche giovanili e il SCU è dovuto intervenire il 24 febbraio con una Circolare per comunicare agli enti e agli operatori volontari le modalità per affrontare e gestire le varie situazioni locali legate al diffondersi del Coronavirus. Si trattava allora delle prime avvisaglie della crisi che deflagrerà da lì a poco, ma che in quella fase riguardava soprattutto le regioni del nord. Il Dipartimento stabiliva per i giovani volontari, che eventualmente fossero entrati in quarantena con sorveglianza attiva, la possibilità di usufruire di permessi straordinari e, in generale, prescriveva a tutte e tutti il rispetto di adeguati comportamenti di protezione personale.

Ma dopo poco meno di due settimane, a seguito del Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri sul lockdown nazionale, il Dipartimento è costretto ad aggiornare in maniera più drastica le indicazioni per la gestione degli operatori volontari con due nuove Circolari tra l’8 e il 10 marzo, che portano alla “sospensione dei progetti di servizio civile sull’intero territorio nazionale e la conseguente sospensione dal servizio degli operatori volontari” fino al 3 aprile, ma che sarà poi prorogato al 15 aprile. Il Dipartimento inoltre sospende le partenze all’estero degli operatori volontari e di quelli presenti in quel momento nei territori indicati dal Decreto del Governo. Negli stessi giorni proroga anche la scadenza della presentazione dei nuovi Programmi e Progetti di SCU al 16 aprile, inizialmente prevista per il 31 marzo, per poi ulteriormente spostarla al 29 maggio.

Sono giorni concitati, nei quali gli enti e i volontari oltre a dover fare i conti con una situazione generale sempre più drammatica, devono anche gestire tutta una serie di aspetti pratici legati ai rigidi vincoli del sistema del SCU: conferma delle presenze mensili, tempistica del monitoraggio della formazione generale e specifica, subentri dei volontari, attività rimodulate rispetto a quanto previsto nei progetti. L’approccio del Dipartimento trova comunque il plauso della CNESC (Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile). “Ne approviamo l’impianto culturale e operativo”, scrive in una nota la principale associazione di enti di servizio civile in Italia. Che precisa: “la tutela della salute degli operatori volontari e le misure di permesso straordinario per coprire i giorni di malattia o di coinvolgimento nei provvedimenti cautelativi stabiliti dalle norme sanitarie, sono nello stesso tempo, una priorità individuale e una misura di tutela della comunità, oltre che di rispetto delle leggi”. “Laddove temporaneamente non possibile ci stiamo attivando con le organizzazioni di base per rimodulare e per reimpostare il servizio degli operatori volontari, una volta ricevuto il loro consenso, in attività nuove a favore della comunità”, aggiunge la CNESC.

Anche il Ministro con delega, on. Vincenzo Spadafora, scrive ai giovani operatori: “So che invece alcuni di voi stanno continuando perché impegnati in Enti che stanno fronteggiando, in modi diversi, l’emergenza: voglio ringraziarvi, vi siamo davvero grati per quanto state facendo in difesa della Patria, incarnando pienamente lo spirito del servizio civile”, per poi aggiungere: “A tutti gli altri voglio mandare un messaggio: anche se in pausa, siete parte di una straordinaria squadra della solidarietà che coinvolge migliaia di giovani, in ogni parte del Paese, e che non si ferma mai”.


 
Convivere con la pandemia

Ad aprile una nuova Circolare del Dipartimento inizia a prospettare la ripresa della attività, riorganizzandole o modulandole, per la prima volta anche in remoto, per poter continuare l’esperienza del servizio civile “ai tempi del Coronavirus”. La Circolare stabilisce che gli enti possano decidere, entro metà aprile, di proseguire in sicurezza i progetti già attivi, prevedendo se necessario la rivisitazione delle attività in funzione del contesto, oppure la ripresa dei progetti eventualmente sospesi “sul campo”, sempre nelle opportune condizioni di sicurezza, o “in remoto”. “In casi eccezionali – specifica il Dipartimento – è possibile per gli enti procedere ad una interruzione temporanea dei progetti, che saranno poi riattivati non appena si ripristineranno le adeguate condizioni”. Per progetti all’estero e per quelli dei Corpi Civili di Pace è previsto in questa fase il prosieguo delle attività solo in Italia.

In caso di sospensione viene stabilito un “paracadute” economico per i volontari, infatti “per contribuire a fronteggiare il momento di crisi economica che anche gli operatori volontari e le loro famiglie stanno vivendo – spiega la Circolare – l’assegno mensile sarà regolarmente erogato, anche durante il periodo di interruzione temporanea del servizio”. Una sorta di “anticipo” del compenso mensile, che non sarà quindi corrisposto “a partire dal riavvio del servizio e per un periodo pari a quello dell’interruzione fruita”, per poi tornare ad essere regolare. Il Dipartimento raccomanda anche agli enti di coinvolgere attivamente gli operatori volontari “per recepire idee e suggerimenti e risolvere eventuali criticità che fossero da loro manifestate”, nonché di richiedere il loro consenso rispetto alle attività da svolgere. Altra novità è che per il riavvio dei progetti, gli enti possono prevedere una sorta di “gemellaggio”, ossia di impegnare i propri volontari in attività di altri soggetti che operano sullo stesso territorio o presso istituzioni pubbliche che segnalano esigenze specifiche, a partire dai Comuni, o anche presso organizzazioni private senza scopo di lucro non accreditate all’Albo del SCU.

Da lì a poco con la ripartenza stabilita al 16 aprile, saranno 23.575 gli operatori volontari del SCU che riprenderanno le loro attività in tutta Italia, su un totale potenziale di 30.761 giovani selezionati. Complessivamente il 72% dei progetti risulterà riattivato con procedura ordinaria o rimodulata, a fronte del 28% per i quali sarà stato necessario prevedere un’interruzione temporanea. Saranno 5.692 gli operatori volontari già in servizio che avranno dovuto fermarsi di fronte all’impossibilità di proseguire il proprio servizio nei progetti in cui erano impegnati, che scenderanno a 4.276 nella successiva rilevazione di maggio.

Quasi la metà dei volontari riprende così il servizio su nuove attività, “tra le quali risultano prevalenti – commenta il Dipartimento – quelle particolarmente significative nell’attuale contesto emergenziale: dal supporto ai comuni e ai centri operativi comunali di protezione civile (oltre il 10% del totale) al sostegno al sistema scolastico (7,2%), dalla realizzazione di progetti educativi o culturali (4,5%), ripensati alla luce delle nuove necessità dettate dall’emergenza, all’assistenza sociale (7,3%) e al cosiddetto ‘welfare leggero’ (8,2%), ossia interventi di assistenza alle persone anziane e ai soggetti più fragili in tutte quelle attività quotidiane per le quali non possono far fronte da sole in questo momento”.

 

Tradire” per rinnovare, dunque?

L’emergenza in cui si è trovato all’improvviso il SCU ha dimostrato che il sistema costruito negli ultimi anni ha saputo reggere allo “stress test” del COVID-19 solo riconoscendo e derogando ad una serie di rigidità che lo caratterizzavano in maniera quasi dogmatica.

La centralità del servizio si è spostata dalla sede alle attività, che sono state rimodulate perfino “in remoto”, in una sorta di “servizio civile agile”. L’orario di servizio è diventato ancora più flessibile e ha chiesto agli enti di ripensare le modalità di attestarlo a distanza. La stessa gestione dei giovani operatori è stata condivisa con soggetti non accreditati, coinvolgendo nei “gemellaggi” realtà pubbliche e private fuori dal sistema del SCU. La formazione generale e quella specifica, prorogate nei tempi di svolgimento, stanno ancora oggi facendo i conti con le opportunità, ma anche i limiti, del virtual lerning, chiedendo agli enti e ai giovani un surplus di fantasia e capacità di adattamento per mantenerne l’efficacia educativa.

Alla fine dell’emergenza non sarà possibile non tenere conto di questa esperienza – ha avuto modo di affermare Titti Postiglione –, così come delle sperimentazioni attivate dagli enti per proseguire la formazione e il monitoraggio anche a distanza. Credo sia una consapevolezza che tutto il sistema ha maturato affrontando proprio questa fase, e che stia passando nell’opinione pubblica e in altre amministrazioni dello Stato, che ci osservano con interesse”. La Direttrice dell’Ufficio del SCU sottolineava in quella occasione soprattutto le modalità che hanno permesso di gestire questa fase: “Siamo contenti non solo per quello che stiamo facendo, ma soprattutto del metodo che abbiamo portato avanti come sistema. Più la situazione è complessa e richiede scelte difficili, più serve raccordo, dialogo, confronto e coordinamento. Insomma, processi condivisi prima di assumere poi decisioni”.

Rimangono però gli interrogativi su quanto questo cambiamento sarà strutturale per il SCU e non, invece, una semplice parentesi dettata dall’emergenza. Quanto è ancora sostenibile oggi, ad esempio, un sistema “a doppio ingresso”, in cui gli enti devono prima superare una serie di passaggi formali molto rigorosi e lunghi per accreditarsi, per trovarsi di nuovo a dover investire tempo, soldi e risorse umane in una fase progettuale ancora più formale e incerta negli esiti pur di gestire i giovani volontari? Per quest’ultimi: come far comprendere il senso di un istituto incentrato in una concreta “difesa della Patria” nel momento in cui le attività arrivano a svolgersi anche in remoto? Come mantenere alto il livello qualitativo e contenutistico della formazione, quando è mediata principalmente attraverso piattaforme informatiche, certo economicamente meno dispendiose per gli enti, ma la cui efficacia educativa è tutta da dimostrare? Ancora: qual è in senso di un sistema incentrato su una rigorosa programmazione triennale e una rigida progettazione annuale, che però può essere messa in discussione ogni momento da un emergenza? E ultimo, ma non ultimo: quale potrà finalmente essere il riconoscimento politico e culturale di un istituto che ha dimostrato meglio di altri, pensiamo per similitudine a quello militare, di adattarsi alla condizioni di emergenza, di contare su una rete di prossimità unica nel suo genere e di non perdere la sua capacità di rispondere bisogni delle persone, soprattutto quelle in maggiore difficoltà?

Se guardiamo all’ultima grandi crisi mondiale, come quella finanziaria ed economica tra il 2008 e 2012, vediamo come il servizio civile ne fu più vittima che protagonista, tanto da arrivare sulla soglia dell’estinzione. Auguriamoci che questa volta il sistema del SCU, in tutte le sue componenti, sappia essere piuttosto artefice del suo futuro, mettendo in campo già oggi un “pensiero lungo” che lo prepari al meglio alle prossime sfide e lo metta nelle condizioni di non tradire mai, e questa volta è un auspicio, la sua vera natura di difesa civile non armata e nonviolenta della Patria.

 

Francesco Spagnolo è giornalista pubblicista, lavora per l’Ufficio Comunicazione di Caritas Italiana, collabora con l’Agenzia stampa “Redattore Sociale” e cura Esseciblog.it, sito dedicato dal 2005 all’informazione sul servizio civile.

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