Il Paese remoto, dopo la pandemia

L’interesse per le cosiddette “aree interne” riprende vigore in questa situazione di emergenza. Se la politica sembrava essersi dimenticata della loro esistenza, da qualche anno sembrano aver acquistato un nuovo significato: quello di un luogo di “opportunità”, di un laboratorio per il futuro del paese. Ma le aree remote come stanno reagendo al Coronavirus? Diverse sono le risposte: da una parte si connotano come aree indebolite dai tagli alla sanità, dalla lentezza e arretratezza degli interventi; dall’altra come nuove frontiere, come aree privilegiate, in cui la comunità simboleggia un elemento costitutivo di resilienza. Filippo Tantillo, in questo articolo uscito su Dialoghi Mediterranei, ci presenta un bivio davanti al quale, con le nostre azioni, dobbiamo prendere una decisione: approfondire le disuguaglianze o ricostruire i margini?

 

di Filippo Tantillo 

 

Ci sono luoghi dove l’emergenza coronavirus costituisce un bivio. Quando si sarà placata, le aree interne si imporranno come laboratorio per il futuro del Paese?

 

La mutazione delle aree interne, da margini a nuova frontiera

 C’è un pezzo di paese che negli ultimi anni è sparito dall’agenda politica. Derubricato, nel discorso pubblico, come l’ultimo residuo dell’Italia rurale, una vandea abitata da una popolazione anziana e antimoderna. Un’enclave dimenticata nel secolo delle scintillanti metropoli globali colte, dematerializzate, creative, libere. In realtà non è affatto un pezzo piccolo, corrisponde a circa il 60% del territorio nazionale, ed è abitato da quasi quindici milioni di persone. Produce una fetta consistente di PIL, contiene al suo interno le produzioni tipiche che fanno del nostro Paese uno dei più importanti player mondiali in ambito enogastronomico, e le imprese metallurgiche che alimentano il fiore all’occhiello dell’economia italiana, il settore della meccanica strumentale.

Eppure, nel Paese delle cento città, nessun pensiero, e nessuna politica hanno saputo prefigurare un futuro per le migliaia di borghi e per la popolazione diffusa che li abita. Gli investimenti pubblici e privati hanno seguito il trend neoliberista dell’accentramento della ricchezza e della crescita delle diseguaglianze, e si sono andati concentrando in porzioni sempre più piccole del territorio nazionale, per fare scuole più selettive, attrezzare siti culturali per eventi remunerativi, università competitive, ospedali all’avanguardia, edilizia green, mentre nel resto del territorio si interveniva in maniera residuale, o al massimo compensativa, per non lasciarlo troppo indietro. I tagli lineari ai servizi hanno determinato, poi, un crollo dell’abitabilità di questi territori, le scuole e le strutture sanitarie si sono allontanate, i negozi sono spariti, e le persone, come già successo nella prima fase dell’industrializzazione del Paese, hanno cominciato ad andar via, sfilacciando le comunità, rendendole più fragili di fronte al moltiplicarsi degli eventi estremi, dai cambiamenti climatici ai terremoti, facendo crescere le diseguaglianze con i centri urbani, in termini di opportunità di vita per i giovani.

Solo da pochi anni, dapprima la ricerca, poi alcuni pezzi di politica hanno cominciato a guardare a questa porzione di territorio come ad un’opportunità più che come ad un residuo, una riserva di biodiversità, di varietà produttiva, di memorie e saper fare, di beni culturali diffusi, di fonti energetiche primarie, di acqua, di vento. In altre parole, i territori che compongono questo pezzo di Paese diventano improvvisamente luoghi strategici per la nostra economia e contengono, molto più di quel che si crede, buona parte del futuro di un Paese che deve la propria ricchezza alla sua conformazione geografica, alla sua rugosità, alla varietà di ambienti e colture. Svuotati dalle loro funzioni tradizionali, divengono spazi dove nuovi cittadini, giovani traditi dalle promesse mancate del mercato, espulsi dalle città e migranti, si installano per sperimentare nuove economie, nuovi modi di fare società. E si è cominciato a chiamarle “Aree interne”, anche se in molti casi si allungano fino al mare, e a destinare a loro una politica di investimento dedicata, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, sottraendole anche alla competizione con le città, da cui escono sempre perdenti.

 

La pandemia, il collasso degli ospedali e la medicina di comunità

Poi, anche nelle aree interne, è arrivato il coronavirus. Di cosa significhi vivere in regime di isolamento in città in questi giorni ce ne parlano per ore i telegiornali.

«La quarantena in un piccolo paese come Riace credo sia molto diversa dalla quarantena di città», dice Giuseppe, scrittore e poeta, ex facente funzioni di sindaco nel comune calabrese dopo Mimmo Lucano. «Le Poste aperte per i pagamenti, tre piccoli negozi di generi alimentari e la farmacia. Tutto questo nel centro storico dove viviamo in poche anime. La paura più grande è l’incapacità cronica dei nostri ospedali di affrontare un’emergenza del genere, e la mia in particolare è il non riscontrare la presenza di una classe politica forte, determinata e competente. Nella mia esperienza politica, i centri storici, la sanità pubblica e l’acqua pubblica erano e sono punti fondamentali. Il non aver pensato ai diritti delle persone ed essersi concentrati sulle politiche neoliberali e prettamente economiche è stato un grosso errore. Passerà tutto questo ma quale sarà il prezzo da pagare? Vivo a Riace, il Paese che è stato aperto ad ogni contaminazione umana, questo virus per me è un vero paradosso».

Anche in questo caso le aree interne sono, molto più di quel che si crede, specchio delle difficoltà del Paese profondo, ma nella loro capacità di reazione troviamo le tracce di nuovi percorsi di rinascita. Nel disastro dei comuni della val Seriana, in provincia di Bergamo, quello che si è rivelato essere il peggior focolaio di coronavirus del mondo, emerge con forza il tema della drammatica inadeguatezza di un sistema sanitario del tutto centrato sui grandi ospedali. L’abbandono delle politiche di prevenzione e della medicina di prossimità era già ben visibile prima dell’arrivo della pandemia nell’area, dove il frazionamento amministrativo è altissimo e dove i “comuni polvere” non hanno le energie per organizzare servizi per una popolazione composta per quasi la metà da famiglie mononucleari anziane. Oggi assedia le città tanto quanto l’inadeguatezza, l’incompetenza, la scarsa responsabilizzazione della classe politica. Nel resto delle aree interne, per reagire al pericolo, lì dove è stato possibile ci si è affidati al volontariato di medici di famiglia in pensione o in procinto di andarci, che non sono stati e non saranno rimpiazzati, come nelle valli piemontesiOppure, dove rimane ancora traccia di una organizzazione sanitaria territoriale, come nelle aree montuose della provincia di Piacenza, in Emilia-Romagna, la risposta è stata più organizzata e l’estendersi via via dall’Appennino alla città delle visite domiciliari ha permesso di allentare la pressione sugli ospedali di città e (forse) a frenare la diffusione del virus.

Negli ultimi quattro anni, nei tavoli partecipativi dei 72 territori-pilota sui quali ha lavorato la Strategia nazionale delle aree interne sono stati proposti e elaborati progetti di presa a carico dei pazienti da parte dell’intero territorio. Questi “piani” prevedono il recupero dei medici “a piedi scalzi”, per l’istituzione di figure come le sentinelle di comunità, infermieri e ostetriche, progetti di telemedicina, cercando di realizzare in questi territori quelle riserve di capacità di cui l’intera società potrà fruire. Di fronte a un rischio di crisi, le aree interne si propongono al Paese come risorsa e come opportunità per progettare infrastrutture sociali più solide e distribuite.

 

Le responsabilità della politica

E, al nord come al sud, l’essere viste dalla politica sostanzialmente come terra di conquista per clientele di ogni tipo produce nelle aree interne una classe dirigente parassitaria, inadeguata a reggere l’urto della crisi. Mi scrive Nicholas, studente e attivista di Luogosano, in Irpinia: «In queste terre i numeri fanno tremare i polsi, nonostante non siano quelli della Lombardia. Sapevamo che sarebbe arrivato, sapevamo di non avere i mezzi per tenere la testa alta. Ma quando ci si trova di fronte alla realtà è altra cosa. In questo momento, le temperature sono sotto lo zero, forse non ci aiuta neanche contro il virus. Si paga innanzitutto l’arretratezza della classe dirigente e politica che fino ad ora ha condotto le politiche sanitarie, piazzando i propri fedeli a capo degli enti. I tagli alle strutture che hanno umiliato intere comunità, poco appetibili elettoralmente su scala regionale». Pesa anche la lentezza degli interventi. A Tolentino, in provincia di Macerata, 250 persone vivono ancora, a tre anni e mezzo dal sisma, in un villaggio di container con bagni, docce e mensa in comune. Rispettare il distanziamento sociale è impossibile e l’unica cosa che ha saputo e potuto fare l’amministrazione comunale è stato chiuderli dentro con una recinzione e un unico varco di ingresso e uscita.

«I paesi delle aree interne non sono preparati ad affrontare questo tipo di emergenze», prosegue Nicholas, «con servizi essenziali al palo, nella maggior parte dei casi lasciati alla volontà di qualche sindaco. Come ad esempio la consegna della spesa agli anziani a domicilio, essenziale come non mai in questo momento. Molte amministrazioni in questi ultimi giorni hanno dato segnali di vita sanificando le strade: mi chiedo se fosse stato più utile sanificare gli arredi urbani, le farmacie, gli uffici postali e gli studi dei medici di base. Pensa che in molti paesini c’è a stento un minimarket, che non ha neanche tutti i tipi di alimenti».

 

Il valore sociale della produzione locale e dei piccoli distributori

 Ma non tutti la vedono così. Vanni, fondatore di una cooperativa che si occupa di reinventare occasioni per vivere in montagna, mi scrive: «Sai, nelle nostre aree la distanza sociale è in fondo, in fondo, una consuetudine. Io vivo ad Amaro, provincia di Udine, un paesino che non arriva a 1000 abitanti. Guarda, io credo che questa sia in qualche modo la rivincita di aree interne: bassa densità abitativa, minori contagi, abitudine alle distanze sociali. Io esco vado in giardino, faccio una corsa nei boschi, mia moglie è appena rientrata da fare la spesa… Come sempre, solo che si esce per le necessità e basta».

Negli ultimi anni si è assistito alla sparizione delle botteghe di paese, ma in questi giorni hanno la modesta soddisfazione di vedersi riconosciuto un valore sociale, lo status di un servizio essenziale per coloro che non possono, o non vogliono, allontanarsi troppo da casa per fare la spesa.

Ad Esio, in Val d’Ossola, un piccolo supermercato, una cooperativa di consumo che esiste da quasi cento anni, assicura i generi di necessità a tutti gli abitanti, poco più di un centinaio, tra cui molti anziani, raccogliendo le liste delle spese di tutti e garantendo la consegna dove necessario, ma tenendo comunque le saracinesche aperte per la comunità.

Fare ricorso alle risorse di comunità è un elemento costitutivo di resilienza delle comunità delle aree interne, anche oggi di fronte alla chiusura forzata dei pochi negozi rimasti. Nel comune di San Paolo albanese, il più piccolo dei comuni lucani, 250 residenti circa, è stato attivato una specie di forno di vicinato, dove a turno si produce pane e altri generi alimentari per i cittadini, e il servizio di consegna a domicilio è organizzato dallo stesso comune.

 

Una rivincita per le aree interne?

Sentire queste testimonianze e confrontarle con il lavoro fin qui fatto nelle aree interne dà la percezione di essere ad un bivio tra una rivincita, il riconoscimento del ruolo essenziale che hanno di laboratorio per il futuro del nostro paese, e il definitivo abbandono. Già in questi giorni, nel pieno dell’epidemia, cominciano a girare previsioni che vedono nella ripresa del turismo un’occasione per le piccole mete, per gli “esotismi” delle nostre aree più remote (che poi non sono mai così remote da distare più di un paio d’ore da una città), che beneficeranno del sospetto che ancora a lungo si porteranno i luoghi affollati e della lentezza con cui si riapriranno le frontiere. E anche per la riscoperta dei tempi più lenti che ciascuno di noi sta percorrendo. Alessia di Sant’Angelo a Bagno, pochi km dall’Aquila, come molti abitanti delle aree interne ha fatto tutta una vita da pendolare verso il capoluogo, dove lavora al Centro Sperimentale di Cinematografia. «In realtà io lo vivo come una pausa di decompressione, lo so che è brutto da dire, ma da una vita mi alzo la mattina per uscire di casa. Ecco, non farlo non mi dispiace. E qui nel paese, come anche a L’Aquila, è tutto poco ‘fitto’, le distanze e la scarsa ‘densità’ di popolazione sono connaturate alla zona e anche diventate più forti dal terremoto del 2009».

Questa concezione di vicinanza e lontananza, molto tipica delle aree a bassa densità abitativa, fa riferimento ad uno spazio concepito più come “sistema relazionale” che come “piano cartesiano”.  In questi giorni ci si interroga sugli effetti che ha avuto la reazione per molti versi istintiva del #restateacasa e di far passare un messaggio che, a livello simbolico, comunica che al chiuso si sta al sicuro, mentre i pericoli sono esterni. Poi abbiamo scoperto che i luoghi del contagio sono stati soprattutto gli ospedali, le fabbriche, i centri anziani, tutti posti “chiusi”. La migliore capacità di contenere il virus che si è avuta in Corea del Sud, ipotizza Pietro Vereni, professore di Antropologia all’Università di Roma Tor Vergata, è forse dovuta proprio ad una concezione “relazionale” dello spazio che ha permesso, attraverso la diagnosi sistematica dell’intorno sociale dei casi via via scoperti, di contenere la diffusione in una maniera molto più efficace. Fabiana, che lavora in un Comune con 400 abitanti (Sauris) ma è di Udine, ha preferito fare l’isolamento a Sauris perché, sostiene, lì c’è più vita, a Udine si sentirebbe isolata.

Luca Mercalli, metereologo e scrittore, dipingeva qualche anno fa, parlando nell’area interna dell’oltrepò pavese, uno scenario per il 2050 nel quale la pianura padana avrà un clima simile a quello del Pakistan e la zona del delta del Po verrà sommersa dal mare, e nel quale le aree interne, e nello specifico la montagna, diventeranno un rifugio. Per questo occorre attrezzarsi ad accogliere persone anche in Oltrepò (un’ora da Milano), programmando sin d’ora, recuperando il costruito, investendo in riqualificazioni ecocompatibili, creando le condizioni per le quali si possa telelavorare. Viaggiando meno.

 

Superare il digital divide, e in fretta

Quello della connessione a distanza è forse uno dei temi più rilevanti che ci pone la pandemia. Il Piano banda ultralarga del governo, approvato nel 2015, è in ritardo di almeno un anno e mezzo in tutta Italia. E sono almeno 8 milioni gli abitanti di piccoli paesi che non hanno pressoché accesso alla rete. Nelle aree interne ne va della stessa sopravvivenza delle persone. Senza i servizi di telemedicina, ad esempio, è impensabile immaginare un futuro per chi le abita e per chi vuole, e potrebbe se ci fosse la connessione, andare a lavorare. E per fare scuola: Elisa vive a Canosio ma insegna alla primaria di Dronero, alla base della val Maira, in provincia di Cuneo. Lì ci sono molte difficoltà a fare scuola a distanza. Per preparare le lezioni Elisa deve uscire sul balcone, dove prende il telefono. Se c’è il sole va bene, ma questi giorni fa molto freddo. A Dronero, inoltre, molti studenti sono figli di stranieri, e oltre alle difficoltà linguistiche si pone un problema: molti dei loro genitori, con il blocco delle attività, stanno perdendo il lavoro. Se c’è a casa un computer, quello lo usano i fratelli maggiori, per i piccoli si lavora sul telefono. Di certo, in queste condizioni, non si lavora sul programma, si cerca solo di far sentire la scuola vicina ai ragazzi, perché non spariscano. In alta valle però c’è un caso che rappresenta cosa si può fare stringendo il legame tra scuola e territorio e investendo nel futuro. È la scuola di Valle a Monterosso Grana, dove in un edificio ad alta efficienza energetica, luminoso e accogliente, la comunità locale ha investito per arrestare lo scivolamento della popolazione a fondovalle, e ha puntato tutto su un’offerta formativa di alta qualità. In questi giorni, la scuola ha fornito tutti gli alunni di tablet per l’insegnamento a distanza. Dietro questa storia di successo c’è un processo di costruzione di fiducia, un approccio collaborativo alla soluzione dei problemi, che è la chiave per la rinascita delle aree interne e forse del Paese. La scuola non solo ha arrestato il flusso da monte a valle degli studenti, ma lo ha invertito: un terzo degli studenti vengono dalla pianura. È diventato un laboratorio per capire cosa sarà la scuola di domani, anche nelle città.

La pandemia, mentre rende evidente l’urgenza di promuovere una maggiore capacità di resilienza del nostro Paese, riconoscendo e valorizzando l’estrema varietà di ambienti che lo caratterizzano, ci pone davanti ad un bivio. La risposta alla crisi potrebbe approfondire le diseguaglianze, o fornire nuovi elementi per ripensare un futuro nuovo per la nostra società ed economia, ripartendo dalla ricostruzione di quelli che oggi sono considerati margini, e che invece ne rappresentano forse le frontiere più avanzate.

 

Fonte: Dialoghi Mediterranei, 1 maggio 2020.

Rispondi