Dietro i migranti, il petrolio: cosa è in gioco nel conflitto libico (prima parte)

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Descrizione generata automaticamentePubblichiamo la prima parte di un reportage che il regista documentarista Michelangelo Severgnini ha realizzato sul campo per Scienza & Pace Magazine. Da anni l’autore raccoglie testimonianze e diffonde le voci dei migranti africani prigionieri nelle carceri e nei lager della Libia, nell’ambito dell’iniziativa Exodus. Fuga dalla Libia.

 

di Michelangelo Severgnini

 

Nella giornata del 3 agosto scorso il Presidente tunisino Kais Saied, in carica dal luglio 2019, si è recato nelle città costiere di Sfax e Mahdia per “dare un segnale” al paese e alle forze dell’ordine sul fronte del contrasto dell’immigrazione “irregolare” dalla Tunisia verso l’Europa, in seguito alle rimostranze del governo italiano per i continui sbarchi dei cosiddetti “barchini”. 

In Italia, l’attenzione del governo e della stampa è tutta concentrata sugli arrivi non autorizzati dalla Tunisia, strumentalmente messi in relazione all’aumento di positivi al Covid-19. Ma in Tunisia, di questi tempi, si sta giocando un altro tipo di partita, che il governo italiano sembra non aver inteso o, peggio, sembra intenzionato a rimuovere.

Per capire di che si tratta, conviene partire dal 23 giugno quando il Presidente Saied, a proposito delle vicende libiche, aveva dichiarato: “L’attuale autorità di Tripoli si basa sulla legittimità internazionale, ma questa legittimità internazionale è temporanea e non può continuare per sempre. Deve essere sostituita da una nuova legittimità, che scaturisca dalla volontà del popolo libico. Lo affermo da questa piattaforma e da Parigi, che la Tunisia non accetta alcuna divisione della Libia”.

Queste dichiarazioni erano state giustamente interpretate come un segnale di non disponibilità non solo nel confronti del governo di Tripoli retto da Fayez al-Sarraj, ma soprattutto nei confronti della campagna militare della Turchia in Libia che, al momento, vede il dispiegamento di almeno 20.000 mercenari siriani, tra cui diversi esponenti dell’Isis, nonché di alcune centinaia di ufficiali turchi e armamenti pesanti nonché droni, fatti entrare in Libia dalla Turchia a partire dallo scorso gennaio in violazione dell’embargo internazionale e dell’accordo scaturito dalla Conferenza di Berlino, e in barba alla missione navale IRINI voluta dall’Unione Europea per monitorare il rispetto dell’embargo.

Il 9 luglio scorso il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, aveva chiesto l’immediato ritiro di tutte le forze straniere dalla Libia, con l’appoggio di tutti i paesi arabi ad eccezione di Qatar e Somalia, per diverse ragioni vicini alla Turchia.

Il 15 luglio, quasi in risposta alle dichiarazioni del Presidente tunisino, uno scandalo portava alle dimissioni del primo ministro Elyes Fakhfakh, sotto la pressione del partito Ennahdha, affiliato alla Fratellanza Musulmana a sua volta sponsorizzata dalla Turchia, e sotto la pressione del suo leader Rached Ghannouchi, sodale del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

In questo quadro, destabilizzata ancora una volta dall’incontinenza delle mire neo-ottomane turche, la Tunisia si ritrova in acque agitate. Nelle prime settimane di agosto infatti le partenze dei “barchini” non si sono fermate, a segnalare non tanto un’impotenza da parte dello Stato tunisino nel fermare le partenze, quanto un conflitto politico interno non risolto. C’è il sospetto, infatti, che la Guardia Costiera Tunisina non abbia voluto seguire le direttive del presidente per delegittimare il suo ruolo agli occhi dell’Italia e dell’Europa.

Il governo italiano, da parte sua, ha risposto agli arrivi non autorizzati dalla Tunisia con 11 milioni di euro promesse a sostegno all’attività di controllo della Guardia Costiera, così come annunciato dopo la visita dei ministri degli Esteri e degli Interni a Tunisi, il 17 agosto scorso. Una cifra che va ad aggiungersi a quelle già stanziate in altri accordi di “cooperazione” con paesi di partenza e di transito, per prevenire gli sbarchi: risorse che, in un regime di circolazione libera delle persone, potrebbero essere meglio impiegate per creare occasioni di inclusione, formazione e occupazione in Italia.

 

La vita dei migranti minorenni per la guerra in Libia

Lo scorso 28 luglio a Medenine, nel sud della Tunisia, a pochi chilometri dal confine con la Libia, ho incontrato per il progetto Exodus alcuni minorenni somali appena entrati da poche ore in Tunisia, in fuga dalla Libia. Ci hanno raccontato che le milizie stanno arruolando a forza ogni migrante a Tripoli per mandarli a Sirte in quella che sarà la battaglia cruciale per aprire all’esercito turco le porte dell’est e del sud del paese, dove si trova il petrolio. Loro sono riusciti a scappare, come mi hanno raccontato nell’intervista tradotta e trascritta qui sotto. Gli altri sono ancora lì.

Perché avete deciso di venire in Tunisia?

Siamo venuti in Tunisia perché in Libia ci sono molti problemi come la tortura, le percosse. Non avevamo una bella vita, non avevamo la libertà, eravamo sotto custodia. Ultimamente hanno cercato di arruolarci come soldati, ma quando ce ne siamo resi conto siamo scappati e siamo venuti in Tunisia.

Chi ha cercato di arruolarvi nell’esercito?

I Libici volevano registrarci nell’esercito. Ma noi siamo minorenni, non abbiamo nemmeno la forza di portare un’arma e combattere. Per questo motivo non volevamo più restare in Libia.

Chi ha cercato di arruolarvi? In quale posto hanno cercato di arruolarvi come soldati?

È avvenuto a Tripoli in un quartiere chiamato Karmiya. È uno dei peggiori quartieri di Tripoli, dove c’è un’alta presenza di milizie. Ci volevano arruolare nell’esercito perché la guerra sta cominciando di nuovo e per questo motivo vogliono coinvolgere i migranti africani per combattere. A loro non importa se poi moriranno. Ma noi non vogliamo morire, non siamo nemmeno Libici, per questo siamo venuti qui per cercare protezione.

Sì, ma chi ha cercato di arruolarvi: la polizia, l’esercito, le milizie? Siete riusciti a capirlo? 

Non siamo riusciti a capirlo, ma indossavano uniformi militari. Erano militari libici.

Come siete riusciti a scappare e venire in Tunisia?

Abbiamo preso un taxi a Tripoli che ci ha portati fino a Zuwara. Da lì abbiamo preso un altro taxi fino al confine e poi abbiamo cominciato a camminare. La notte scorsa abbiamo camminato per 17 ore e stamattina siamo arrivati qui. Ora siamo esausti.

Avete visto qualcuno che poi alla fine è stato arruolato?

Ci sono altri Somali come noi che vivevano a Tripoli che sono stati obbligati ad arruolarsi e prendere le armi. Gli hanno messo un’arma in mano e gli hanno detto: “vuoi essere ucciso o vuoi unirti agli altri soldati?”. A quel punto, l’unica possibilità che hai è unirti a loro, perché altrimenti ti ammazzano. Conosco due Somali che sono morti in guerra.

Sono stati uccisi in combattimento?

Sono stati uccisi in combattimento, ma adesso la guerra sta per ricominciare.

Ma per quanto vi riguarda, vi è stato direttamente chiesto di arruolarvi oppure ne avete avuto solo paura e quindi siete scappati?

Sono venuti e ci hanno detto che dovevano arruolare 400 di noi Somali e che sarebbero tornati dopo una settimana o due e che ci saremmo dovuti preparare. A quel punto siamo scappati.

Quanti anni avete e da quanto tempo eravate in Libia?

Alcuni di noi erano in Libia da 4 anni, altri 5-6. Il più vecchio di noi ha 17 anni, uno 15, uno 13 anni e uno 14 anni.

Una volta passato il confine avete incontrato la polizia tunisina? Com’è stato il contatto con le autorità tunisine?

Sul confine non abbiamo incontrato alcuna polizia o militari. Ci siamo avviati per 14 km a sud nel deserto. Una volta entrati abbiamo raggiunto Ben Guardane. Da lì abbiamo preso un taxi e siamo venuti qui.

 

La pelle dell’orso ovvero l’impasse della Turchia in Libia

Ma facciamo un passo indietro. C’è un fatto, di questi mesi di guerra in Libia, che a noi sembra macroscopico, enorme. Eppure, viene quasi sempre omesso dagli articoli della stampa europea. Dallo scorso 17 gennaio, vigilia della Conferenza di Berlino, i pozzi di petrolio in Libia, tutti in territorio controllato dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, sono chiusi. Non una goccia di petrolio libico, da allora, è stata estratta e venduta.

Se la Turchia pensava di disporre del petrolio libico e con questo finanziare la propria campagna militare soltanto difendendo Tripoli, dove convergono gli oleodotti che dal cuore sahariano del Paese portano il petrolio verso la costa, ha fatto male i propri conti. Anche per questo, da quando è intervenuta militarmente, si trova in un bel dilemma. Se vuole il petrolio libico, ora deve conquistare l’intera Libia: deve appropriarsi dei pozzi di petrolio e riaprirli. In poche parole, qualora la Turchia non dovesse riuscire a conquistare militarmente i pozzi di petrolio, una volta prosciugata la banca centrale di Tripoli, si troverebbe senza coperture per pagare lo stipendio ai 20 mila mercenari e per coprire tutti i costi relativi alla guerra in corso.

Lo scorso gennaio l’Esercito Nazionale Libico era sul punto di entrare a Tripoli e riunificare la Libia, così come invocato dalla maggioranza stessa dei cittadini libici della Tripolitania. Nell’episodio 0.9 di Exodus dello scorso gennaio (ascoltabile a questo link) avevamo raccolto le loro voci, tra cui questa:

“Sono un cittadino della capitale libica, Tripoli. Vogliamo Haftar, ma le milizie uccidono tutti coloro che sostengono Haftar. Questa è la capitale della Libia, ma loro non hanno scelta, perché non vogliono rispettare la legge. Come ti ho detto la situazione qui nella capitale è molto brutta. Vogliamo un esercito e una polizia, al di là di quello che pensano i paesi europei e arabi. Noi vogliamo Haftar, perché è l’unica soluzione per unificare la Libia. Non vogliamo l’invasione turca. Tutto il paese non la vuole. Grazie per aver ascoltato la mia voce”.

In fretta e furia in quei giorni dello scorso gennaio è stata organizzata una conferenza di pace a Berlino per discutere la fine delle ostilità. Peculiare tempismo. Mentre i cittadini-lettori erano spinti a credere alla storia del “cessate il fuoco” e dell’embargo sulle armi alla Libia, la Turchia ne approfittava per prendere il comando militare e politico di Tripoli.

Nel frattempo sono passati 8 mesi e ora, a sua volta, l’Europa è impaziente di rivedere il petrolio libico riprendere a circolare sui mercati internazionali. Negli ultimi mesi, infatti, si è registrata una frenetica attività della diplomazia europea volta a convincere i Libici a riaprire i pozzi. “Tutti gli attori, libici e stranieri, devono garantire che la National Oil Corporation (NOC) sia in grado di adempiere al suo mandato vitale senza ostacoli per conto di tutti i libici”, questa è la dichiarazione della delegazione europea a Tripoli.

Certo, l’Europa stessa è in sofferenza per i mesi persi di petrolio libico, ma forse in questo caso l’obiettivo è un altro. Se la produzione di petrolio riprendesse, probabilmente Erdoğan ne risulterebbe frenato e si scongiurerebbe una guerra devastante nel sud del Mediterraneo, con Turchia, Qatar ed Europa da una parte e quasi tutta la Lega araba dall’altra, con alla testa l’Egitto.

Di fronte a questo scenario estremamente preoccupante, è intervenuto anche il ministero degli Esteri italiano, con una visita ufficiale e urgente a Tripoli (24 giugno), subito dopo ricambiata da al-Sarraj. Obiettivo ufficiale? Ridiscussione del memorandum tra la Libia (o meglio, tra il sedicente governo di Tripoli) e l’Italia. Motivo della ridiscussione? Incrementare “il rispetto dei diritti umani” nei confronti dei migranti in Libia.

Come mai tutta questa urgenza, così all’improvviso? E cosa vuol dire esattamente “rispetto dei diritti umani” dei migranti? C’è da credere a questo impegno? Le vicende degli ultimi anni inducono a un forte scetticismo verso la retorica dei diritti umani. Anche perché, nonostante i proclami e le rassicurazioni ufficiali, le condizioni dei migranti sono rimaste nel corso del tempo sostanzialmente invariate: sempre alla mercé delle milizie e delle bande di criminali, persino di singoli cittadini della Tripolitania, divenuta ormai una zona franca di libero sfruttamento e riduzione in schiavitù dei migranti subsahariani e del Corno d’Africa.

La dichiarazione del ministro degli Esteri italiano, pronunciata lo scorso 23 giugno, va quindi completamente riletta alla luce di quanto cercherò di ricostruire, ossia la vera gioco nel conflitto libico e nella “questione dei migranti”. “Il presidente Serraj – ha affermato il responsabile della Farnesina – ma ha consegnato la proposta libica di modifica del Memorandum of understanding in materia migratoria. A una prima lettura, si va in una giusta direzione, con la volontà della Libia di applicare i diritti umani”.

 

L’improvviso rinnovo degli accordi Italia-Libia

Come mai la Tunisia non viene presa in considerazione come via di fuga temporanea dalla Libia per i giovani migranti africani intrappolati in Libia? Da tempo mi faccio questa domanda. Alla fine, lo scorso anno, mi ha aiutato a trovare una risposta un poliziotto tunisino, uno di quelli che operano lungo il confine. Me lo ha detto come una soffiata irripetibile, che presto si è persa con il soffio del deserto.

“Pensi che l’Italia invii dei soldi in Libia per i migranti? Quei soldi sono la tangente per il petrolio illegale. Le milizie libiche ne fanno contrabbando. Come lo dovrebbe pagare questo petrolio il governo italiano? Lo fa con gli aiuti. Per questo non aiutano la Tunisia ad accogliere i migranti. Noi non abbiamo il petrolio”.

Il vero (ovviamente inconfessabile) oggetto degli “accordi di cooperazione” tra il governo italiano e il governo di Tripoli sarebbe, dunque, il petrolio libico? I migranti, preoccupazione comune ai vari schieramenti politici alimentata dal populismo e dai media, sarebbero un elemento secondario? Questo è quanto mi ha lasciato intendere questo poliziotto. Nei mesi successivi ho provato a verificare questa ipotesi: ciò che segue è il risultato di questa verifica.

In realtà, il tema dovrebbe essere noto all’opinione pubblica e alla politica italiana, perché è stato trattato nella puntata del 19 novembre 2018 di Report, intitolata “Nero come il petrolio”. Secondo la ricostruzione di Giorgio Mottola, negli ultimi anni sono entrate in Italia milioni di tonnellate di petrolio di contrabbando provenienti dalla Libia. Rispetto a questo core business, la questione dei migranti apparirebbe secondaria, funzionale a offrire copertura e sostegno agli interessi economici legati allo sfruttamento dei pozzi.

Una delle fonti principali di questa ricostruzione, intervistato dal giornalista di Report, è Mustafa Sanalla, Amministratore Delegato della National Oil Corporation libica. In base a quanto da lui affermato, quella dello sfruttamento dei migranti è una rendita secondaria per le milizie, mentre la rendita principale è data proprio dal contrabbando di petrolio: “Fino al 40% del petrolio libico è stato negli ultimi anni venduto illegalmente, l’equivalente di 750 milioni di dollari all’anno. È un business troppo conveniente per i criminali”. L’intervista così prosegue:

Ma chi sono i trafficanti?

Molti sono legati alle milizie libiche. Non fanno solo il contrabbando di petrolio. Sono gli stessi che fanno anche il traffico di esseri umani. E ci sono anche molti politici esponenti del governo Sarraj che sono connessi ai contrabbandieri. L’Unione Europea non si è mai occupata seriamente del problema.

Perché, secondo Lei?

Perché per l’Europa l’unico problema è il traffico di esseri umani. Ignora il contrabbando di petrolio e finge di non capire che è uno degli elementi che mina di più la stabilità politica ed economica della Libia e dà un potere alle milizie che operano nel Paese.

Alla luce di questa ricostruzione, i fondi previsti dai vari accordi Italia-Libia non possono essere considerati alla stregua di una “tangente” pagata alle milizie che appoggiano il governo di Tripoli, per far continuare il contrabbando di petrolio? Un’ipotesi inquietante, che non può essere scartata, ma meriterebbe di diventare oggetto di inchieste.

Da quando la Turchia è intervenuta in Libia, a sostegno di al-Serraj, lo scenario è radicalmente cambiato. Come dicevo, una delle contro-misure prese dallo schieramento avversario guidato da Haftar, è stata la chiusura dei pozzi di petrolio. Il governo di Ankara ha collocato propri uomini di fiducia nelle stanze del governo di Tripoli, in attesa di sbloccare militarmente la situazione, a partire dalla conquista delle zone di estrazione del petrolio, così da poter riprendere l’estrazione, sia legale che eventualmente illegale. Si sta verificando, in questi mesi, un vero e proprio “assorbimento” delle milizie e dei criminali islamisti all’interno delle strutture governative, per puntellare il sempre più debole al-Serraj.

È il nuovo scenario ad aver reso necessaria la revisione dell’accordo Italia-Libia? Un modo per aggiornare la “tangente”, secondo il nuovo listino prezzi stabilito dai Turchi, in vista della conquista del resto del paese e soprattutto dei suoi pozzi di petrolio? Certo è che nelle due settimane a cavallo tra fine giugno e inizio luglio il ministro degli Esteri italiano e l’Amministratore Delegato dell’Eni De Scalzi sono andati entrambi a Tripoli, per aggiornare accordi che erano stati già rinnovati lo scorso febbraio.

Parte delle risorse stanziate nel quadro dell’accordo sono destinate all’acquisto di nuove motovedette da parte della Guardia Costiera Libica, presentate ufficialmente come aiuti per il contrasto all’immigrazione irregolare (operazione già di per sé molto discutibile, ai sensi del diritto internazionale e del diritto d’asilo, a proposito di “rispetto dei diritti umani” dei migranti). Il resto delle risorse sarebbe teoricamente destinato a “migliorare” le condizioni di “trattenimento” dei migranti “irregolari” e dei potenziali richiedenti asilo in Libia: propositi regolarmente espressi dalle autorità, in tutti questi anni, e mai realizzati.

Di fatto, però, i Libici non fanno nessun “favore” all’Italia fermando i migranti: il favore lo fanno innanzitutto a loro stessi. I migranti intercettati in mare e riportati a terra (circa 6.500 nell’ultimo anno, secondo un rapporto dell’UNHCR), vengono reclusi e molto spesso sottoposti a tortura a scopo di estorsione, come ormai ampiamente documentato. Si può guadagnare fino a 4.000 euro sulla pelle di ciascun migrante. In alternativa, i giovani intercettati possono essere rivenduti come schiavi. Sono molti, infatti, i modi in cui le milizie libiche hanno imparato, negli anni, a fare profitti sulla pelle dei giovani africani.

La situazione, per altro, è in continua evoluzione. Al-Serraj, insieme ad Aguila Salah Presidente del Parlamento di Tobruk, ha firmato un cessate il fuoco il 21 agosto scorso. In Europa la notizia è stata riportata come un accordo per la riapertura dei pozzi. Niente di più falso, da quel che risulta sul terreno: gli auspici dell’Europa restano fatti non confermati. I pozzi erano già stati riaperti, sia pure in maniera limitata, per esigenze interne e non per l’export e non verranno riaperti, come l’Europa vorrebbe. La guerra della Turchia resta per ora senza coperture economiche. Non solo: il LNA ha disconosciuto l’accordo. D’altronde, come fidarsi ancora una volta di Tripoli, quando il precedente accordo di cessate-il-fuoco siglato a Berlino lo scorso gennaio aveva segnato l’inizio della militarizzazione turca della Libia?

Il primo settembre il Ministro degli Esteri italiano è tornato a Tripoli, per affrontare questa volta i capitoli esplicitamene economici del rapporto con il governo al-Serraj, compreso il rientro delle aziende italiane nell’area. Il presidente però ha appena sospeso dalle sue funzioni il ministro degli Interni Fathi Bishaga, l’uomo che aveva coordinato le forze militari di Tripoli nella difesa dagli attacchi del generale Haftar, e con cui il governo turco ha un rapporto privilegiato. Anche di questo, e della tenuta della tregua, avranno discusso con il Ministro degli Esteri?

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