David Graeber: l’intellettuale pirata

Pochi studiosi ammetterebbero che la loro storia di vita ha un legame importante con il tipo di approccio e di ricerca scientifica perseguita. L’idea può infatti apparire inopportuna e certo rischia di mettere in questione l’apparenza di una scienza neutra, efficace e credibile perché distaccata dalla realtà che osserva. Tale visione appare tuttavia superata ai più e l’ipotesi che la costruzione scientifica sia comunque radicata nei contesti culturali e fondata su punti di vista che hanno radici nella storia sociale e personale costituisce ormai un fondamento epistemologico per tante prospettive scientifiche. Le studiose femministe lo hanno dimostrato da tempo, mettendo in luce come il dominio maschile ha pervaso per secoli il linguaggio e la costruzione del lavoro scientifico secondo un proprio stereotipo. E Georg Simmel scriveva, oltre 100 anni fa, che nella modernità l’io si fa molteplice tanto quanto le appartenenze che lo contraddistinguono.

David Graeber, che ci ha lasciato a soli 59 anni il 2 settembre scorso, non ha mai fatto nulla per nascondere il legame tra il percorso scientifico da antropologo e l’attivismo politico e sociale, a sostegno di movimenti, comunità e persone comuni in lotta per la giustizia. A tutti è nota la sua partecipazione a “Occupy Wall Street”, per cui coniò lo slogan “Noi siamo il 99%”. Essere un attivista contribuiva a dare spessore al suo lavoro scientifico e al modo di partecipare alla vita accademica. Ma l’ambiente universitario, spesso affetto da autoreferenza, non sempre ha apprezzato. Di qui le difficoltà di carriera, condivise con altri studiosi del passato che oggi amiamo citare, ma che non hanno goduto del medesimo trattamento nel corso della vita.

Eppure David Graeber era uno studioso fuori dal comune. “Debito, i primi 5000 anni”, volume pubblicato nel 2011 nel pieno sviluppo della crisi economica, è un esempio tipico della sua produzione: per la profondissima e originale analisi storica e antropologica, essenziale per rielaborare le vicende del presente secondo prospettive per lo più sconosciute agli studiosi dell’economia moderna; e per lo stile narrativo brillante, coinvolgente e accessibile. I più recenti lavori sulle burocrazie e sul lavoro, così come i precedenti sulla teoria del valore non sono affatto da meno, e richiamano l’urgente necessità di esplorarne a fondo i contenuti. Possiamo dunque sperare che la sua storia ispiri ancora nuove generazioni, siano essi ricercatori, attivisti, persone comuni, o tutte queste cose insieme, e contribuisca a portare nelle istituzioni quel cambiamento a cui ha dedicato una vita intera. [M.V.]

 

di Joseph Confravreux e Jade Lindgaard

 

Siamo tristi ovviamente. Ma anche preoccupati per la morte prematura di David Graeber possa mettere in secondo piano la trasmissione di un percorso e di un’opera la cui rilevanza è enorme per la ricerca e l’impegno politico. Ricercatore appassionato dell’origine delle disuguaglianze e delle lotte per eliminarle, e militante determinato, Graeber era uno dei rari intellettuali capaci di portare avanti con lo stesso rigore e la stessa curiosità tanto il lavoro accademico quanto la militanza politica.

Quando si fede conoscere con l’incredibile Debito (Il Saggiatore, 2012), un’analisi tanto documentata quanto vertiginosa degli strumenti usati nel corso della storia per evitare i danni prodotti da un indebitamento eccessivo delle popolazioni, ne trasse degli argomenti politici per sostenere la necessità di abolire i debiti delle famiglie oppresse dalla crisi dei subprime e degli studenti statunitensi impoveriti dai prestiti universitari. Quando si impegnò nel movimento Occupy Wall strett, nel 2011, difese la necessità dell’autorganizzazione e la forza delle assemblee di fronte a un mondo istituzionale, accademico o politico diffidente e spesso sprezzante nei confronti di queste pratiche di orizzontalità radicale.

Il suo saggio Bullshit jobs (Garzanti, 2018), contro i lavori senza senso prodotti dall’assurdità dell’economia e dalla burocrazia ha fatto il giro del mondo. Un saggio poi completato da un’analisi sulla caring class, la classe “che si prende cura”, per ripensare la classe operaia e il ruolo del lavoro nelle nostre vite. “Di recente”, ha detto nel 2018 a Mediapart, “c’è stato uno sciopero contro un piano di chiusura degli sportelli dove si vendono i biglietti nella metropolitana di Londra. Si dice che non ce n’è più bisogno. Addirittura alcuni marxisti dicono: ‘Sono dei lavori di merda, perché difenderli?’. La risposta dei sindacati è stata chiara: ‘Se prendete la metropolitana in stazioni senza personale, speriamo che i vostri figli non si perdano o che, in caso di un’emergenza, riuscita a trovare facilmente l’uscita’. Perché in realtà è quello il loro vero lavoro. Non vendere biglietti, ma preoccuparsi delle persone, delle liti che possono scoppiare nelle stazioni, assicurarsi che tutto funzioni bene. Gran parte del lavoro che la classe operaia ha sempre fatto non è stato riconosciuto per quello che era”.

 

Accessibile a tutti

Questo modo di pensare era tipico di Graeber: una spiccata e comprensiva attenzione per la creatività e il coraggio delle persone meno riconosciute dal sistema. Aveva un’erudizione enorme che spaziava dalla storia del baratto in Madagascar all’arte delle decisioni nei movimenti anarchici del Québec, dai segreti della creazione monetaria ai sogni e ai dubbi dei militanti curdi del Rojava. Ma era sempre attento a scrivere testi molto accessibili, facili da leggere, spesso divertenti nonostante la sua rabbia contro la durezza del capitalismo. Diceva sempre di voler pubblicare dei libri “che anche mia madre potrebbe leggere”, lui che era nato in una famiglia della classe operaia statunitense. Rifiutava la definizione di “antropologo anarchico” perché insisteva sul fatto che l’anarchia è una pratica e non un’identità, un pensiero d’azione e non una dichiarazione né un atteggiamento ideologico.

Rivoluzione: istruzioni per l’uso (Rizzoli, 2012), Debito. I primi 5.000 anni (Il Saggiatore, 2012), Burocrazia (Il Saggiatore, 2016), Critica della democrazia occidentale (Elèuthera, in uscita a novembre): i suoi testi sono costruiti attraverso dei paralleli tra l’osservazione di dettagli concreti e grandi analisi storiche, riflessioni teoriche e considerazioni personali.

In un capitolo di Burocrazia, “Zone morte dell’immaginazione”, fa partire la sua denuncia della burocratizzazione dal racconto dei problemi con il notaio che non voleva concedergli la delega sul conto bancario di sua madre, colpita da un infarto. “È veramente questa la vita quotidiana della maggior parte delle persone?”, si chiede. “Poi ho dovuto passare più di un mese ad affrontare le crescenti ramificazioni degli effetti di un’iniziativa di un funzionario anonimo della motorizzazione di New York che aveva trascritto male il mio nome: ‘Daid’. Per non parlare del dipendente della Verizon che aveva storpiato il mio nome di Grueber”.

Conclusione: “Si ha l’impressione che le burocrazie pubbliche e private siano organizzate in modo tale che garantire che un’importante percentuale degli attori non sia più in grado di svolgere il suo compito come previsto”. Di fatto queste strutture sono delle “forme utopistiche di organizzazione”. E da qui parte una lunga riflessione sulla mancanza di ricerche sulla “burocrazia amministrativa” e sul fatto che questa situazione rende invisibili le intrusioni del potere nelle nostre vite quotidiane.

 

La guerra dell’immaginario

David Graeber prendeva molto sul serio la questione dell’immaginario collettivo. Nel 2013, durante un incontro con l’economista Thomas Piketty, spiegava che “da anni gli apparati di persuasione o di coercizione sono stati mobilitati per vincere la guerra ideologica a scapito di qualunque altra cosa, comprese le condizioni stesse di sviluppo del sistema capitalista. Il neoliberismo ha privilegiato la politica e l’ideologia sull’economia. Strategicamente questo significa che ha preferito impegnarsi per far credere che il capitalismo sia sostenibile a lungo termine, invece di impegnarsi per renderlo davvero sostenibile a lungo. Il risultato è una guerra dell’immaginario talmente efficace che la gente si ritrova con lavori di merda e pensa che nient’altro sia possibile”.

Graeber riteneva che il “modo di produzione attuale è fondato su dei princìpi morali anziché economici. L’aumento del debito, delle ore di lavoro e della disciplina di lavoro, sono tutti elementi che sembrano essere collegati. Se la moneta è una relazione sociale fatta dalla promessa che ognuno darà lo stesso valore alla banconota che ha in mano, perché non riflettere sul tipo di promesse che vogliamo farci in materia di produttività futura e di impegno nel lavoro? Per questo motivo dico che l’abolizione del debito rappresenta una rottura concettuale. Questo ci aiuta a immaginare altre forme di contratto sociale, che potrebbero essere rinegoziate democraticamente”.

Il suo libro più noto è senza dubbio Bullshit jobs, brillante pamphlet contro l’assurdità distruttrice della distribuzione del lavoro da parte del capitalismo. Ma la sua opera più significativa da un punto di vista intellettuale rimane la sua storia del debito monetario. Graeber descrive il ruolo centrale dell’indebitamento nella creazione delle istituzioni umane dalla civiltà sumerica, 3.500 anni prima di Cristo, fino ai giorni nostri. Baratto, matrimonio, schiavitù, religione, guerra: attraverso il debito si è creata una forma particolare di economia coercitiva, monetaria, oppressiva. Graeber si sofferma in particolare sulla schiavitù: le famiglie, non potendo rimborsare i creditori, non hanno avuto altra scelta che rimborsarli riducendosi in schiavitù, e così i loro discendenti. Continuando questo ragionamento, Graeber spiega che i debiti pubblici e privati di oggi non fanno altro che perpetuare questo sistema di sottomissione, che quindi andrebbe abolito.

In quest’ampia opera Graeber sviluppa anche la nozione di everyday communism (comunismo quotidiano) per descrivere le pratiche diffuse nel mondo contadino per condividere le risorse (semina, raccolto, produzione del latte e così via) in modo cooperativo e solidale. “È a partire da questo tipo di semplici esperienze di comunismo quotidiano che si sono costruite delle grandi visioni mitiche”. Nel 2013 ha detto: “Nessuno dice che la cancellazione del debito è l’unica soluzione. Per me è un elemento inevitabile in varie soluzioni. E certo non può risolvere tutti i nostri problemi. La vera discussione riguarda più le sue modalità: se avverrà in modo aperto attraverso una decisione verticale, proteggendo gli interessi delle strutture esistenti, o sotto l’impulso dei movimenti sociali. Ma la maggior parte dei politici e degli economisti con cui ho parlato riconosce che è necessaria una qualche forma di rifiuto del debito”.

Graeber era apprezzato da accademici di tutto il mondo, ma il suo lavoro di ricerca era visto con diffidenza da una parte dei colleghi universitari, sconcertati dal suo entusiasmo militante. Nel 2005 Yale non gli rinnovò il contratto per insegnare antropologia. Graeber parlò di una sanzione di carattere politico. In seguito ha insegnato alla London school of economics.

Prima di morire Graeber aveva terminato alcuni lavori. Per esempio un libro sui re e le regine scritto come una favola con le illustrazioni della moglie, l’artista russa Nika Dubrosky. Il 28 agosto, quattro giorni prima di morire, aveva pubblicato su YouTube un video in cui annunciava l’intenzione di volersi dedicare a un progetto simile sui pirati.

 

L’alba di ogni cosa

Aveva anche finito un lungo libro storico sulle forme non gerarchiche di organizzazione della società, scritto insieme all’archeologo David Wengrow: The dawn of everything: a new history of humanity, che secondo il Guardian dovrebbe uscire nel 2021. Secondo la rivista Mauss, che aveva avviato un’intensa discussione con i due autori, il nuovo libro mostra che l’uguaglianza non è tendenzialmente raggiungibile solo nell’ambito di piccole comunità e che la disuguaglianza non è l’inevitabile prezzo da pagare per lo sviluppo di società umane e per il loro comfort: esistono piccole società di cacciatori-raccoglitori disuguali o grandi città estremamente ugualitarie.

Tutto era cominciato con un testo il suo titolo mette in luce l’ambizione di Graeber: “Come cambiare il corso della storia” (Internazionale 1277). Questo testo rifiutava la storia classica delle “origini” dell’umanità d’ispirazione rousseauiana sulla natura umana e il carattere teleologico della “civiltà” che ne derivava. In questo modo Graeber cercava di svincolarsi dall’idea che siamo obbligati a essere spettatori di una realtà immutabile in cui lo sviluppo e le gerarchie vanno nella stessa direzione. Un’analisi fondata sugli ultimi contributi dell’archeologia mostra i frequenti passaggi che esistono tra società nomadi e società sedentarie, tra comunità allargate e ristrette, tra organizzazioni sociali gerarchizzate ed ugualitarie.

Questa ricerca che risale molto indietro nel tempo, unita a una grande precisione etnografica e alla preoccupazione per il mondo in cui viviamo, facevano di Graeber una voce molto particolare, capace di descrivere con raffinatezza al tempo stesso le strutture sociali e i loro possibili punti di fragilità quando erano oppressive, e i momenti di passaggio verso i loro successi o insuccessi.

Per riprendere l’omaggio di Nicolas Haeringer pubblicato su Mediapart: “David aveva una capacità unica di pensare il tempo (molto) lungo e di analizzare delle dinamiche sociali attraverso le epoche, e al tempo stesso essere un analista brillante dei momenti più decisivi del nostro tempo. Probabilmente perché il pensiero e l’analisi andavano di apri passo con la militanza, e aveva perfettamente capito che il presente può essere colto solo mettendo in relazione le due cose”.

 

A bordo della nave pirata

Per capire fino a che punto il pensiero e la persona di David Graeber ci mancheranno, bisogna ricordare quella che spesso è la realtà del mondo intellettuale: gli autori ripetono un’unica idea un libro dopo l’altro, i giovani ricercatori rimangono prudenti in attesa di un posto, i pensatori famosi si ripetono stancamente, le critiche si basano più spesso su questioni personali che su divergenze teoriche o politiche, gli intellettuali sono convinti che il pensiero si produca prima di tutto all’università e sulle riviste accademiche.

Così, quando è arrivato uno come Graeber, capace di abbandonare all’improvviso uno scavo archeologico in Mesopotamia per andare a incontrare delle infermiere in lotta o i rappresentanti dei gilet gialli, di passare da un argomento all’altro prima di condividere la vita quotidiana con i combattenti curdi, che non concedeva nulla al mondo accademico e si rendeva disponibile a tutti quelli che avevano voglia di imbarcarsi sulla sua nave pirata, di fare delle lotte o di scrivere dei libri, era impossibile non avvertire una ventata di aria fresca. Morire a 59 anni è troppo presto per tutti. Nel caso di Graeber è ancora più triste perché la sua scomparsa così prematura ci priva di un’opera preziosa e forse senza uguali, che forniva tante armi e strumenti per leggere il mondo e per affrontare le catastrofi.

 

Fonte: Internazionale, 17 settembre 2020.

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